Persécution - Persecuzione

Persécution

FRANCIA - 2009
4/5
Persécution - Persecuzione
Il 35enne Daniel conduce un'esistenza solitaria. La sua unica compagnia è quella di Sonia, una donna con cui intrattiene un'ambigua relazione da tre anni. Poi, un giorno, nella vita di Daniel fa irruzione uno sconosciuto che inizia a perseguitarlo...
  • Durata: 100'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Produzione: AZOR FILMS, MOVE MOVIE, BLACK FOREST FILMS, ARTE FRANCE CINÉMA
  • Distribuzione: DVD: ATLANTIDE ENTERTAINMENT (2010)

RECENSIONE

di Diletta Allievi

Si può essere persecutori in tanti modi. C’é l’intruso che s’intrufola nella vita di qualcun altro, e lo segue, lo bracca, lavora ai fianchi accaparrandosi uno spazio non suo. Il questante del metrò, con la sua litania di miseria, durezza e ricatto, e una richiesta d’aiuto per alleviare i vostri sensi di colpa. Ma c’è anche un persecutore più subdolo, qualcuno vicino, che amiamo, il cui affetto non ci sostiene, ma tormenta e logora. Daniel (Romain Duris) – il protagonista di Persécution di Patrice Chereau – è uno di questi. Muratore e cantiere aperto egli stesso, scorza dura e dolore, rabbia persino, dirompente quando infetta le persone che lo circondano: passanti, amici, la donna che ama (Charlotte Gainsbourg). Attorno a lui Chereau (che nel 2005 a Venezia aveva vinto un Leone d’oro speciale con Gabrielle), tesse una tela esilissima di relazioni sofferte, legami incompleti, scambi deficitari. Daniel è vicino a tutti, fa visita persino agli anziani di una casa di riposo, senza toccare nessuno. Sarà l’incontro con uno sconosciuto (Jean Hugues Anglade), che lo pedina e giura di amarlo, a metterlo al muro, costringendolo a fare i conti con se stesso. Processo lento, non lineare. Chereau si prende tutto il tempo necessario per tracciare la sua personale fenomenologia delle passioni. Sono i sussulti interiori dei protagonisti a dettare il ritmo alle immmagini, non viceversa, fedele il regista francese a un’idea di cinema che si accosti agli esseri umani con pudore, curiosità e pazienza. Nell’attesa che una ruga, un’espressione del volto affiori e riveli un dettaglio interiore, impalpabili brandelli di verità. E parole che risuonano come scuse, si ripetono stanche, e poi d’improvviso si accendono e aprono squarci imprevisti su se stessi e su gli altri. Cinema di grande sensibilità, dalle tonalità bluastre, fissato alla profondità della scrittura e alla bravura degli attori. E un film che non piacerà a tutti. Ma si rivelerà prezioso per coloro che abbiano ancora voglia di ricomporre i cocci della propria anima spezzata. 

NOTE

- IN CONCORSO ALLA 66MA MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2009).

CRITICA

"Con il primo, vero capolavoro di questa Mostra, Patrice Chéreau ha messo sul tavolo e dissezionato con dolorosa lucidità il tema attorno a cui girano molti dei film visti finora: la difficoltà, se non l'impossibilità, dell'amore. (...) Recuperando una lezione che deve moltissimo a Dostoevskij e all'Idiota, Chéreau aggiorna quel personaggio alla crisi morale e sentimentale del giorno d'oggi, dove le persone sembrano accontentarsi della mediocrità, del compromesso, della lamentazione e non hanno il coraggio di guardare in faccia alla propria pochezza. (...) Ed è proprio questa radicalità - umana e morale insieme - che fa la forza del film, servito da un gruppo di attori perfetti (oltre al protagonista, Charlotte Gainsbourg, Jean-Hughes Anglade, Gilles Cohen, Alex Descas) e come ingabbiato dentro un'inquadratura che toglie la profondità degli spazi per inchiodare i protagonisti alle proprie azioni e alle proprie responsabilità." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 06 settembre 2009)

"Vedi Chéreau e pensi a Vittorio Mezzogiorno, che torna meraviglioso nei ricordi raccolti dalla figlia Giovanna, in «Negli occhi» (Controcampo italiano). L'homme blessé ha viaggiato nel tempo, dal 1983 a oggi, e si è reincarnato nel corpo di Romain Duris, Daniel nel film in concorso 'Persécution' (...) Chéreau, misogino commuovente, torna sempre sulla donna come assenza disperante. Charlotte Gainsbourg, l'androgino, la donna di Daniel è l'enigmatico insignificante, il vuoto assoluto che sfugge alla voce desiderante dell'uomo. Sonia, molto impegnata nel suo lavoro (quale?) viaggia spesso, a lungo, e lo ritrova sempre ansioso di sapere se ancora qualcosa vibra dentro di lei, se lo ama, se gli manca. E lei, distante, argomenta sullo stato del loro rapporto, un «lavoraccio», un impegno a tempo intero che la sfianca. Il fatto è che Sonia non esiste, è un nulla, un'apparenza, una sottrazione amorosa. La sconvolgente presenza di Mezzogiorno lascia il campo a una pallida eco, un'involontaria messa in scena comica della macchina celibe, solipsismo estremo, malattia incurabile. Daniel si accende una sigaretta, chi mai lo fa più sullo schermo? Suona come il rito di un machismo senza più macho, di un uomo che aspira invano alla «normalità» e non vede che se ne è andata da tempo, per fortuna, e che non si chiama donna." (Mariuccia Ciotta, 'Il Manifesto', 06 settembre 2009)

"Straordinario il lavoro di Patrice Chéreau, che in 'Persécution' allestisce un complesso gioco di specchi e rimandi fra tre personaggi e una serie di comprimari nella Parigi di oggi. Al centro c'è Romain Duris, precario nel lavoro e nella vita, il suo narcisismo inquieto, la sua ansia di abbandono. Intorno a lui la donna che ama ma che non può, non vuole dividere la vita con lui (Charlotte Gainsbourg). E uno sconosciuto che un giorno incrocia in metrò (Jean-Hugues Anglade) e che da allora gli si appiccica dichiarandosi innamorato di lui, senza tenere il suo rifiuto e la sua reazione anche violenta, fino a costringerlo ad affrontare un passato rimosso ma che intuiamo dall'ostinazione con cui Duris lavora come volontario in una casa di riposo per anziani. Faticoso, come il percorso dei personaggi, claustrofobico, non sempre risolto, ma profondo, violento, a tratti illuminante. Come tutti i film di un regista che a torto viene considerato grande solo a teatro." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 06 settembre 2009)

"'Persécution' è uno di quei film francesi dove tutti dal primo all'ultimo minuto, implacabili, si parlano addosso. Detto questo, però, è altrettanto vero che il film tocca corde sensibili e centra questioni che ci riguardano tutti". (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 07 settembre 2009)

"Ci vorrebbe uno stomaco da cinefilo bulimico per ingurgitare senza danno 'Persécution' di Patrice Chéreau, maestro delle scene che al cinema ama offrire il peggio di se stesso. Imbracciata la macchina da presa, Chéreau bracca senza sosta e preferibilmente in primo piano i personaggi, odiose marionette di un teatrino parigino che vorrebbe alludere con una serie di pantomime a freddo e agli inghippi psicologici emblematici (?) del disagio contemporaneo." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 06 settembre 2009)

"Chèreau ha sempre amato nei film le lunghe camminate dei protagonisti tra le folle e i veicoli urbani. Stavolta questo camminare acquista un significato particolare di conflitto e solitudine, di mancanza di mèta: e il film è uno dei pochissimi capace d'analizzare i rapporti umani come sono, non come erano." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 06 settembre 2009)
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