Per mio figlio

Moka

FRANCIA, SVIZZERA - 2016
2,5/5
Per mio figlio
Munita di soldi e di una pistola, Diane Kramer parte per Evian con una sola ossessione: trovare l'autista della Mercedes color moka che ha investito suo figlio sconvolgendo la sua vita. Ma il cammino verso la verità si rivelerà più complicato di quanto la donna potesse immaginare. Diane, infatti, si confronterà un'altra donna, affascinante e misteriosa...
  • Durata: 90'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: DCP (1:2.35)
  • Tratto da: romanzo omonimo di Tatiana de Rosnay
  • Produzione: DILIGENCE FILMS, TABO TABO FILMS, IN COPRODUZIONE CON BANDE À PART FILMS, SAMPEK PRODUCTIONS
  • Distribuzione: OFFICINE UBU
  • Data uscita 17 Novembre 2016

TRAILER

RECENSIONE

di Nico Parente

Ispirato al romanzo Moka di Tatiana de Rosnay, Per mio figlio di Frédéric Mermoud racconta la drammatica vicenda vissuta da Diane Kramer (Emmanuelle Devos), donna ossessionata dalla tragica scomparsa del figlio investito da un’auto pirata. Il suo unico obiettivo è trovare chi le ha ucciso il figlio distruggendole la vita. Sulla base di pochi indizi, si trasferisce nella città in cui abita una raffinata donna (Nathalie Baye), titolare di una profumeria, sospettata dell’omicidio. Diane si insinua  nella vita della donna, portando alla luce una verità molto più complessa.

Prese le distanze in fase di scrittura dal soggetto originale, gli sceneggiatori sviluppano un giallo derivativo che tenta, attraverso il ricorso a una moltitudine di elementi tra loro disconnessi e che rendono la trama (più che intrigante) confusionaria, di offrire depistaggi volontari a favore di un finale a sorpresa e inatteso. In effetti, il risvolto ultimo è meritevole, ma nel corso della sua durata il film si concede troppe aperture, conseguenza di una sceneggiatura poco snella, che molto spesso non trovano chiavi interpretative inserendo in un contesto classico spunti originali (ma per niente sfruttati) ed elementi poco chiari in una vicenda già di per sé nera. Gli interpreti si prestano in maniera egregia e anche le location si rivelano una cornice idonea per il chiaroscuro della trama, non a caso caratterizzata da un netto contrasto tra luce e oscurità, con prevalenza di quest’ultima. Nel complesso, Per mio figlio è un classico revenge movie, poco sfruttato e confusionario, che strizza l’occhio ad altre opere, anche recenti, del sottogenere (In nome di mia figlia di Vincent Garenq, ad esempio). Gli stessi personaggi non trovano il giusto spazio per meglio presentarsi allo spettatore a causa di un innesto, poco utile allo sviluppo della trama, di elementi riempitivi fugaci e futili. Un’occasione che poteva essere sfruttata meglio.

NOTE

- REALIZZATO CON LA PARTECIPAZIONE DI: CANAL+ E CINÉ+, IN ASSOCIAZIONE CON SOFITVCINÉ 3 E COFIMAGE 27; IN COPRODUZIONE CON RTS RADIO TÉLÉVISION SUISSE; CON IL SOSTEGNO DELL'OFFICE FÉDÉRAL DE LA CULTURE (SUISSE); CON LA PARTECIPAZIONE DI CINÉFOROM E IL SOSTEGNO DELLA LOTERIE ROMANDE.

- SELEZIONATO AL 67. FESTIVAL DI LOCARNO (2016) NELLA SEZIONE 'PIAZZA GRANDE'.

CRITICA

"E' un soggetto che fa venire in mente il cinema di Claude Chabrol quello di 'Per mio figlio' (...). Spesso accostato ad Alfred Hitchcock, il maestro francese prediligeva il genere noir, ma unito alla rappresentazione della vita di provincia e fortemente interessato alle psicologie dei personaggi. Nel 1969, in particolare, Chabrol diresse 'Ucciderò un uomo', dall'innesco narrativo quasi identico a questo, che deriva da un romanzo di Tatiana de Rosnay. (...) però, 'Per mio figlio' si biforca, mentre l'indagine poliziesca prende una direzione di rilievo più problematico e profondo virando verso il dramma di caratteri. (...) Fare spoiler sarebbe - ovviamente - imperdonabile; e tuttavia non sta nella soluzione del quesito, che pure sarà efficace e coinvolgente, l'interesse principale del film. Che ha il merito di osservare gli eventi sotto un'angolatura problematica, ed etica, agli antipodi del solito 'revenge movie' all'americana. Se lo spettatore si chiede di continuo come la storia andrà a finire, poco a poco focalizza la propria partecipazione sulle psicologie delle due donne opposte-complementari, dividendo l'empatia tra Emmanuelle Devos, perfetta nella parte della madre determinata e combattuta allo stesso tempo, e Nathalie Baye (ai tempi attrice di Truffaut, Ferreri, Tavernier), eccezionale in quella della profumiera sorridente e truccata di tutto punto, ma anche fragile e piena di dolore segreto. A questo punto ci si aspetterebbe che il regista svizzero, al secondo lungometraggio, si accontentasse di lasciare tutto lo spazio a due interpreti di un tale livello, limitandosi a osservarle. E invece Mermoud mette molta cura anche nei personaggi secondari: il compagno e la figlia adolescente di Marlene, l'ex-marito di Diane. E non solo. La sua cinepresa inquadra i luoghi intorno al lago di Ginevra con un sicuro senso del paesaggio e mette in immagini una Mercedes SL 1972 color moka, che ha tanta parte nell'azione, come un'entità potente e minacciosa." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 17 novembre 2016)

"Basato su un racconto di vendetta senza dubbio scioccante ancorché assai frequentato da letteratura, teatro e cinema, «Per mio figlio» («Moka») è uno di quegli onesti film di routine che non andresti a cercare, ma poi quantomeno non ti lasciano irritati. Il regista Mennoud, ancorato abbastanza saldamente alla sceneggiatura di una scrittrice rispettabile come Tatiana de Rosnay, non aveva grandi chance d'allestire un giallo avvincente e quindi si esprime con la massima cura nel tratteggio psicologico e nelle corrispondenze ambientali, scommettendo poi tutto sulle prestazioni delle due protagoniste. (...) Lo stile indulge alla descrizione intimista e allo scavo simenoniano delle psicologie, in apparenza semplici, ma spesso trasfigurate da indicibili complessità. Con l'inevitabile risultato di proporre un film dignitoso anziché un film memorabile." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 17 novembre 2016)

"Giallo psicologico di lago e brume, borghesia e insinuazioni. (...) Il faccia a faccia tra due madri vorrebbe diventare il vero tema intrigante, l'investigazione segue una geometria coerente, l'atmosfera è più importante della suspense, la voglia di vendetta si colora d'ambiguità, ma il regista Mermoud non è Chabrol." (Silvio Danese, 'Nazione-Carlino-Giorno', 17 novembre 2016)

"Piacerà a chi ama vedere in azione le grandi attrici d'oltralpe (in Francia loro hanno solo l'imbarazzo della scelta quando si tratta di assegnare i César, i loro Nastri o Donatelli). Qui c'è la gara tra due formidabili. Emmanuelle Devos è la protagonista, ma Nathalie dal momento della sua entrata in scena si mette a mangiarle in testa." (Giorgio Carbone, 'Libero', 17 novembre 2016)
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