Peninsula

COREA DEL SUD - 2020
2,5/5
Peninsula
Quattro anni dopo l'apocalisse zombie raccontata da "Train to Busan", la penisola coreana è completamente devastata e isolata dal resto del mondo. È una terra dimenticata da Dio e dagli uomini. Jung-seok, un ex militare che era miracolosamente riuscito a fuggire a Hong Kong, si imbatte in un delinquente americano che gli affida un allettante quanto pericolosissimo incarico: dovrà recuperare un camion abbandonato nel centro di Seoul entro un limite di tempo e poi fuggire silenziosamente dal paese. Durante la missione, inaspettatamente, Jung-seok scoprirà un gruppo di sopravvissuti...
  • Durata: 116'
  • Colore: C
  • Genere: AZIONE, HORROR
  • Specifiche tecniche: (1:2.39)
  • Produzione: DONG-HA LEE PER REDPETER FILMS
  • Distribuzione: TUCKER FILM (2021)

TRAILER

RECENSIONE

di Gian Luca Pisacane

Tra le pandemie più famose del grande schermo, c’è di sicuro quella che porta a un’apocalisse zombi. Sono i mostri più celebri del secolo, hanno colonizzato ogni tipo di cultura, passando dalle grosse produzioni a progetti con budget più ridotto. Si sono dimostrati in grado di fare propaganda politica, attaccare il consumismo, portare avanti l’idea che a volte la quantità vale più della qualità.

A sfruttarne il fascino in Corea del Sud è stato il regista Yeon Sang-ho, realizzando il riuscito, ma da noi purtroppo inedito, Train to Busan. Oggi alla Festa di Roma arriva il sequel: Peninsula. Doveva essere al Festival di Cannes, poi annullato, e in patria ha fatto la parte del mattatore al botteghino. Questa volta Sang-ho sceglie una struttura meno compatta per il suo incubo. Il primo aveva le ambientazioni claustrofobiche di un treno, mentre qui si combatte in campo aperto.

Aumentano i personaggi, i milioni a disposizione, le ambizioni spettacolari. Il brivido cede il passo all’azione forsennata, agli inseguimenti, alle sparatorie senza fine. Sang-ho gira un blockbuster che non inventa nulla e mira all’entertainment. Non mancano la citazione a Terminator, la scenografia che richiama la Seattle dell’epocale videogioco The Last of Us II, i momenti alla Mad Max, la guida di Fast & Furious. Tutto è portato all’eccesso, ma purtroppo gli effetti speciali non sono all’altezza.

 

Il cineasta sudcoreano punta sull’enfasi, sui gesti rallentati, sulla musica a tutto volume. Perde l’essenzialità di Train to Busan, la riflessione sociologica su un Paese lacerato è solo accennata, l’impianto è posticcio e anche gli immaginari sono ampiamente stravisti. Se nel 2016 si guardava più a 28 giorni dopo che a Romero, qui si salta a The Walking Dead.

Il non morto si fa carne da macello senza spessore, viene dipinto come un’animale feroce da buttare nell’arena, mentre ormai i sopravvissuti hanno perso il senno. Almeno Jim Jarmusch nell’imperfezione di The Dead Don’t Die aveva fornito loro una connotazione ecologista, quasi filosofica.

Il potenziale di Peninsula non viene sfruttato, anche se le prime sequenze sulla nave lasciano presagire ben altro film. La necessità di allargare il pubblico di riferimento vince su ogni sfumatura. In questo senso Peninsula è un trionfo: trenta milioni di dollari solo il primo weekend in Corea del Sud… Con i tempi che corrono, riempire una sala è già un miracolo.

NOTE

- PRESENTATO ALLA XV FESTA DEL CINEMA DI ROMA (2020) NELLA SEZIONE 'TUTTI NE PARLANO'.
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