Pauline alla spiaggia

Pauline à la plage

FRANCIA - 1983
Pauline alla spiaggia
Pauline, una graziosa tredicenne, trascorre gli ultimi giorni di vacanza, a settembre, con la seducente cugina trentenne Marion, in una villetta sulla spiaggia della Normandia. Pauline conosce un coetaneo, Sylvain, con cui stabilisce un franco rapporto di simpatia e di amicizia, ma nel frattempo assiste a tutto il complesso gioco dei sentimenti e delle attrazioni degli adulti. C'è Pierre, un tempo innamorato pazzo di Marion, che ha alle spalle un matrimonio fallito e, mentre cerca il grande amore nutre una forte gelosia nei suoi confronti; c'è Henri, un playboy vacuo e chiacchierone ma interessante, che filosofeggia con Marion sui sentimenti dicendo di non volersi legare perché il vero amore è solo illusione, ma ne diventa ben presto l'amante, pur non disdegnando di avere una relazione anche con Rosette. In un turbine di equivoci e di amori impossibili, l'estate finisce e le due cugine rientrano a Parigi. Pauline, senza volerlo, ha avuto quella iniziazione amorosa, che lo strano clima e i molteplici rapporti umani cui ha assistito hanno, in un certo senso, favorito, tuttavia sciupandola.
  • Altri titoli:
    Comédies et proverbes: Pauline à la plage
    Sous le soleil
    Pauline at the Beach
  • Durata: 94'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA
  • Specifiche tecniche: NORMALE, 35 MM
  • Produzione: MARGARET MENEGOZ PER LES FILMS DU LOSANGE, LES FILMS ARIANE
  • Distribuzione: CIDIF (1984) - CREAZIONI HOME VIDEO

NOTE

- DIALOGHI: ERIC ROHMER.

- ORSO D'ARGENTO PER LA MIGLIORE REGIA, PREMIO FIPRESCI E PREMIO OCIC AL FESTIVAL DI BERLINO 1983.

CRITICA

"Questa volta, consentiteci due paragoni. Voi prendete un treno, su un binario senza numero, senza biglietto e a destinazione, quindi, ignota, In fondo, un'avventura. Avete dei compagni di viaggio, li vedete bene (ma dove e quando li avete già incontrati?), ne ascoltate i discorsi e, intanto, il paesaggio vi scorre davanti agli occhi (che siate in Provenza o verso Durazzo, poco importa). Poi, all'improvviso, il capo-treno Rohmer vi fa cortesemente scendere. Il vostro viaggio (il film) è finito. Sulla banchina solitaria di un luogo a voi ignoto, avete tutto il tempo che volete per meditare sui problemi di quei viaggiatori (dei quali assai poco vi premeva) e sulle loro divagazioni, e non vi resta che aspettare lo strano convoglio sulla via del ritorno. Cosi, ammiccandovi appena, il capo-treno (sempre lui) vi riporterà (altro film) al punto di partenza (il che è rassicurante), non senza avervi offerto nuovi compagni di viaggio e i loro dialoghi, in un'ottica del paesaggio logicamente opposta a quella di poche ore prima. Con risultati del tutto differenti, in una sorta di simmetria e di apparente 'immobilità' che sanno di sortilegio. Paragone numero due. Ricordate il celeidoscopio (e le tante fantasie) della vostra infanzia? Bastava girare solo un poco quello straordinario cilindro - qualche piccola lastra di vetro e una manciata di vitrei coriandoli rossi, gialli e blu - ed ecco il miracolo. Infinite le combinazioni geometriche, suggestivi gli accostamenti dei colori, inattesi, ma tuttavia sempre nuovi, gli incastri. Niente di fantastico, se volete, per una certa qual freddezza di scintillio, ma tanto di magico da sbalordire. Così accade con un film di Rohmer. Un incessante e multicolore gioco di incastri, un cruciverba lucido e sempre esatto, una 'freddezza' formale raffinata, quanto ineccepibile. O - per riportarsi a quel viaggio inopinato e un po' inquietante - ancora gente normalissima eppure strana; non coinvolgente, ma interessante con quei suoi discorsi tutti a fior di labbra, magari eccessivi, sempre uguali e sempre diversi; gente che sorride, ama e forse soffre e, tuttavia, a voi par di vedere delle figurine di carta ritagliata, esagitate o patetiche, in incontri e scontri perenni, sullo sfondo di strade, giardini o interni, che sembrano appartenere al quotidiano e invece confinano con la pura astrazione. Tale è il cinema di Rohmer, isolato, ma anche per questo imperterrito e coraggioso. Sì, va bene che i suoi personaggi egli non li guarda con uno sguardo affettuoso. Sotto questo profilo, il regista non ci coinvolge mai, né sembra curarsi di interessarci ai loro singoli patemi d'animo. Le sue perfette geometrie e simmetrie sono sempre insolitamente aperte e possibiliste. Il suo caleidoscopio può girare senza fine. E' come se avesse in mano un prisma e voi spettatori foste amabilmente obbligati a cogliere i riflessi di sfaccettature pressoché illimitate. [...] Anche in questo film tutti i personaggi sono visti dal regista con la stessa acuta e fredda attenzione con cui l'entomologo sottopone gli insetti alla sua lente e, cioè, nella maniera più oggettiva possibile. Non vi è in Rohmer crudeltà di sorta, anche se manca la pietà: è un analista lucido e implacabile delle sue creature e delle loro reazioni, lucido senza sarcasmo. A volte, ci sembra di vedere, più che degli esseri umani. delle radiografie e queste registrano, mentre non possono, né debbono, proporre terapie. E', questa, un'ottica di alta intellettualità, di cosciente approfondimento e, spesso - come si diceva - inevitabilmente impietosa nella sua scrupolosità. Per effetto di essa, emerge dal film tutta la vacuità di Marion, di Henri e di Pierre, tutta la futilità di un gioco mondano (più che umano), in cui l'amore non è che pretesto, che, condotto con ritmi di elegante balletto, si coagula alla fine nella conclusa bellezza di un cammeo. Dalla lettura del soggetto più sopra sintetizzato, è agevole formulare una conclusione: la stessa ansia di possesso della vistosa e smaniosa Marion o del libertino Henri, così come i furori gelosi del contorto Pierre, sono visti come spinte più cerebrali, che meramente fisiche. E' tutta gente che forse vuole più sottomettere (e affermare se stessa), che donare ed amare veramente: purtroppo (e qui sta, se mai, il tallone di Achille dell'opera, gremita di parole mitragliate a fior di labbra in una vera sovrabbondanza di dialoghi) con grandi filosofemi. Ma anche questo è, con ogni probabilità, voluto dal demoniaco Rohmer: la parola è una maschera, una cortina fumogena e, poiché i sentimenti dei suoi personaggi sono - sempre - ambigui e loro lo sanno bene, anche se a volte pateticamente li rincorrono, la maschera della verbalità - elegante, ma debordante - è loro necessaria. Ecco perché Pauline la stessa parola 'amore' non ha, né può avere, le ambiguità e gli inquinamenti che assume per gli adulti: giovanissima, schietta e senza chiaroscuri quale è, lei di maschere verbali non ha alcun bisogno. Tutto il film, va detto, è sostanzialmente visto ed 'ascoltato' attraverso la presenza di Pauline, giovanissima sì, ma responsabile ed intelligente, fondamentalmente sana e anche di misurate parole. Nel clima di vacanza, in quel fine stagione cui le fredde luci autunnali ed il vento di Normandia danno i primi brividi della malinconia, la purezza di Pauline andrà perduta." ('Segnalazioni cinematografiche", vol. 98, 1985).
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