Pasolini

FRANCIA, ITALIA, BELGIO - 2014
2/5
Pasolini
Il film racconta l'ultimo giorno di vita di Pier Paolo Pasolini a Roma. Il poeta incontra prima il suo amante, un ragazzo che offre i suoi servizi sessuali a pagamento, con il quale si accorda per un incontro con altri "ragazzi di vita" per la sera successiva. Sullo sfondo, le preoccupazioni della famiglia che gli suggerisce di smettere di scrivere invettive contro il governo. Ma Pasolini vuole combattere le ingiustizie fino in fondo.
  • Durata: 87'
  • Colore: C
  • Genere: BIOGRAFICO, DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: (1:1:85)
  • Produzione: THIERRY LOUNAS, CONCHITA AIROLDI, JOSEPH ROUSCHOP PER CAPRICCI FILMS, URANIA PICTURES S.R.L., TARANTULA, DUBLIN FILMS, ARTE FRANCE CINEMA
  • Distribuzione: EUROPICTURES
  • Data uscita 25 Settembre 2014

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
Pasolini, chi era costui? Abel Ferrara pensa bene: la morte di PPP come parte della vita di PPP. Ma non basta. In Concorso a Venezia era attesa una bomba: certamente per le polemiche, sperabilmente per l'esito artistico. Puff, sgonfiata, se volete, implosa.
Ferrara prende il feticcio Willem Dafoe, gli dà Pasolini, gli e si concede la libertà di farlo parlare in inglese davanti al taccuino di Furio Colombo, anglo-italiano a casa (la madre è Adriana Asti), italiano con Pino Pelosi e i ragazzi di vita. Vabbé, una Babele calcolata? No, e Riccardo Scamarcio che fa Ninetto Davoli in napoletano, Ninetto Davoli che fa Eduardo De Filippo in romano nella realizzazione ferrariana – si direbbe, felliniana - dell'incompiuto pasoliniano Porno-Teo-Kolossal non aiutano.
Ma anche il linguaggio cinematografico pecca di confusione, una confusione sopita, silenziata, dunque sorprendente per chi conosce, per chi apprezza Ferrara: che ne è del suo già proverbiale guerrilla-style, che ne è della sua poetica down into fucking hell, che ne è della sua creatività vampira? Sarà per la trasformazione parziale della sceneggiatura pornoteokolossale, sarà per la messa in immagini e suoni di alcuni capitoli da Petrolio, ma questo Pasolini è figlio di nessuno: PPP non avrebbe realizzato così i suoi progetti, questi progetti non sono realizzati da Ferrara per come lo conosciamo.
Se sul mistero della morte Abel e lo sceneggiatore Maurizio Braucci tornano al primo processo del '76, e alla faccia degli “intellettuali di sinistra” recepiscono il verdetto di omicidio in concorso con ignoti, il problema vero è la vita di PPP, ovvero la vita del film: dov'è il sangue, la linfa vitale? Pasolini è un nostro contemporaneo o un fantasma atemporale? Diremmo la seconda, e non ce l'aspetteremmo da chi ha trovato il gusto fottuto e redento del Cattivo tenente, il vampirismo esistenziale di The Addiction e, buon ultimo, l'orgia del potere di DSK (Welcome to New York): qui abbiamo un simulacro, la copia di un originale mai esistito sia nella storia (Pasolini) che nel cinema di Ferrara (Pasolini).
Esci dalla sala e ti chiedi: chi e che cosa ho visto? Chi e che cosa ho incontrato, conosciuto e, bell'intenzione, intimamente, emotivamente (sì, anche l'emozione intellettuale) apprezzato? Pasolini nasce con due padri, finisce per non averne nessuno: Willem Dafoe non è solo sosia, ma tensione carnale e intellettuale verso PPP; Ferrara trova ancora qualche immagine-dinamite, qualche sporcatura e qualche affondo degni di lui; la fotografia (Stefano Falivene) e il montaggio (Fabio Nunziata) guadagnano qualche attrazione; eppure…
Blowgang e orge gay-lesbiche, marchette e disdette non alimentano le polemiche, non sfamano la voglia di cinema: non è un film su Pasolini, non è un film di Abel Ferrara, di chi è Pasolini?

NOTE

- CON LE VOCI DI: FABRIZIO GIFUNI (PASOLINI), CHIARA CASELLI (LAURA BETTI).

- REALIZZATO CON IL SUPPORTO DI: EURIMAGES, MIBACT, CANAL+, ARTE FRANCE, REGION AQUITAINE, REGION DES PAYS DE LA LOIRE; IN PARTNERSHIP CON: CNC, AGENCE ECLA/AQUITAINE TOURNAGES, WALLONIA, WALLIMAGE, TAX CREDIT ITALIANO, TAX SHELTER OF BELGIAN FEDERAL GOVERNMENT CINEFINANCE, BELGACOM, AGNES B.

- IN CONCORSO ALLA 71. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2014).

- PREMIO SPECIALE DEI NASTRI D'ARGENTO 2015 AD ADRIANA ASTI.

CRITICA

"Affidato a un convincente e mimetico Willem Dafoe, 'Pasolini' ne esce come un intellettuale che non vuole abdicare all'impegno (anche se fuori dai percorsi tradizionali) e che soprattutto continua a misurarsi con la forma da dare alle sue tante idee e suggestioni. (...) Dove invece il film cade è proprio quando deve immaginare la forma che Pasolini avrebbe dato alle sue due opere: se i forti contrasti luminosi (la fotografia è di Stefano Falivene) aiutano a restituire la giusta atmosfera del «pratone della Casilina», la festa di 'Petrolio' è un'occasione persa e l'orgia di Porno-Teo-Kolossal la parte più deludente (e anti-pasoliniana) del film, girata con uno spirito volgarmente e inutilmente voyeuristico. Peccato, perché invece certe idee inaspettate sorprendono positivamente, come quella di affidare al sempre ottimo Ninetto Davoli la parte che avrebbe dovuto essere di Eduardo De Filippo in 'Porno-Teo-Kolossal' (ammesso che l'avesse accettata), facendolo parlare in un esilarante romanesco, mentre, sempre per il film nel film, la parte del giovane Ninetto è interpretata da un simpatico Scamarcio che parla in napoletano. Uno scambio di ruoli e di lingue che rimanda alla libertà di Pasolini e alla sua capacità di evitare ogni soluzione scontata. A disturbare invece c'è è stata la scelta del regista di presentare la versione (internazionale?) in cui Dafoe parla in inglese mentre i suoi familiari usano l'italiano per comunicare tra di loro e l'inglese per rivolgersi a Pasolini. Quando il film uscirà nelle nostre sale si parlerà solo italiano (con il protagonista doppiato da Fabrizio Gifuni) ma qui il miscuglio di lingue e di pronunce - ci sono anche scene in cui Dafoe/Pasolini si rivolge in uno stentato italiano a Pino Pelosi (Damiano Tamilia) - ha finito per accentuare la sensazione di trovarsi davanti a un'opera non ben amalgamata, con cose belle accanto ad altre decisamente fastidiose. A favore del film c'è l'abbandono di qualsiasi idea complottista e la convincente ricostruzione dell'assassinio nei modi indicati dalla prima inchiesta (...), mentre lascia molti dubbi aver affidato a Maria de Medeiros il ruolo di Laura Betti. Si capiscono le ragioni che avvicinano Ferrara a Pasolini, a cominciare dalla propria smania d'autore (io esisto perché posso girare un film dopo l'altro, dice pressappoco) e in certe scene si ritrova una libertà e una fluidità di riprese ammirevoli (la partita a calcio) ma altre sono fin troppo didascaliche e schematiche. E il film alla fine sembra l'inevitabile specchio di una carriera mai ben controllata, fatta di troppi alti e di bassi neanche fosse sulle montagne russe." (Paolo Mereghetti, 'Il Corriere della Sera', 5 settembre 2014)

"Insomma Pier Paolo Pasolini secondo Abel Ferrara. Inutile aspettarsi completezza e obiettività, o peggio retroscena e rivelazioni. Ferrara cerca il corsaro, il profeta, l'artista che sa di cosa parla quando scrive o fa film, perché come dice nella famosa ultima intervista a Furio Colombo «Io scendo ogni giorno all'inferno, e so cosa sta per accadere». Lo cerca, e per buona parte del film lo trova, malgrado le distanze culturali e la scelta di Willem Dafoe, che naturalmente recita in inglese. O anzi proprio grazie a quello scarto che assicura al regista e agli spettatori la «giusta distanza» dal soggetto. (...) Nell'insieme il film è molto accurato. La casa, le strade, gli abiti del poeta, i giornali letti da Pasolini, con il delitto del Circeo o le vittime della violenza politica di quegli anni, costituiscono una sorta di «basso continuo» capace di accompagnare con molta efficacia lo spettatore dentro il clima morale di quegli anni, che chi ha vissuto ricorda bene. E naturalmente la presenza di una serie di attori legati per varie ragioni a Pasolini, dalla «sua» Adriana Asti a Francesco Siciliano, figlio di Enzo, nei panni di Furio Colombo, allo stesso Ninetto Davoli, contribuisce a fare del film di Ferrara un'esperienza singolare. Anche se purtroppo non tutto è sempre intonato. Sbagliatissima ad esempio la Betti di Maria de Medeiros. Ma è quando Ferrara mette in scena una parte di «Porno-Teo-Kolossal», l'ultimo script di Pasolini, destinato a De Filippo e Davoli, che il film proprio non decolla. Perché Davoli appunto fa Eduardo, e lo fa inevitabilmente in romanesco, mentre Scamarcio, accanto al vero Davoli, fa Ninetto in napoletano... Chiusura al minimo sindacale sul delitto, sbrigato come un obbligo. Forse Ferrara avrebbe dovuto insistere ancora di più sul «suo» Pasolini. (Fabio Ferzetti, 'Il Mattino', 5 settembre 2014)

"Se la missione era quella di biografare l'ultimo tratto della vita del poeta, la giornata che precede il suo assassinio nella notte del 2 novembre 1975, Ferrara (autore discusso e discontinuo che ha realizzato almeno un grande film con 'Il cattivo tenente') è entrato nella missione mescolando filologia e libertà. (...) Tra i tanti fatti ed elementi di verità domina però lo sguardo di un regista che voleva a sua volta provare a 'filmare la poesia'. Un regista che ha sicuramente care le chiavi del delirio e del visionario: basti vedere come risolve l'impasto tra i progetti di 'Petrolio' e di 'Porno-Teo-Kolossal' e il mondo che intendeva colpire (...). Alternando cadute a momenti ispirati. Bello o riuscito? Intenso, sì, e appassionato." (Paolo D'Agostini, 'La Repubblica', 5 settembre 2014)

"Il film opta per una struttura narrativa ritagliata, forse, su quella di 'Petrolio', il romanzo-fiume uscito postumo che Pasolini - mescolando saggistica giornalismo, poesia - intendeva fosse una summa delle sue esperienze e memorie. (...) II progetto di mettere in parallelo urgenze sessuali, creatività e morte era ambizioso, ma il film resta confuso, privo di un nucleo centrale: insomma non riesce a essere il Pasolini secondo Ferrara che doveva. E non aiuta il fatto che il pur intenso Dafoe parli in inglese con persone che gli rispondono o in un inglese con chiaro accento o in romanesco." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 5 settembre 2014)

"(...) il film di Ferrara (...) convince a metà. Il lavoro di ricostruzione del mondo pasoliniano farà storcere il naso a qualcuno, ma la sovrapposizione, come ha spiegato lo sceneggiatore Maurizio Braucci, di tanti strati di colori con tonalità diverse, come si fa in pittura, offre una struttura narrativa che restituisce, almeno in parte, la complessità dell'intellettuale e artista (...). Ne emerge una figura contraddittoria, divisa tra modernità e tradizione: da una parte l'intellettuale puro e rigoroso, simbolo della lotta contro il potere e di un'arte spesso scandalosa, oggetto di censura, dall'altra l'omosessuale inquieto che ama calarsi nell'abisso. (...) A non convincere sono invece alcune fantasie sulle opere incompiute (...), un finale che appiattendosi sulla nuda cronaca nulla aggiunge in termini di visionarietà a quello che già sappiamo sulla morte di Pasolini e soprattutto una scelta linguistica insensata per la quale alcuni degli interpreti mescolano italiano e inglese con un effetto a dir poco straniante anche per il pubblico straniero." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 5 settembre 2014)

"Scandalo doveva essere, e scandalo non è stato: 'Pasolini' di Abel Ferrara (...) storce più di qualche bocca critica e, soprattutto, non sfama l'appetito polemico.. Per chi conosce Ferrara, per chi ha ancora negli occhi il precedente 'Welcome to New York', passato off-Cannes e dedicato all'affaire Dominique Strauss-Kahn, la domanda è una sola: perché questa calma piatta? Molteplici le ragioni, tra cui la manifesta soggezione del regista italoamericano di 'Fratelli' e 'II cattivo tenente' nei confronti di PPP. Dalla meditazione al sonno, il passo è corto, (...). La carta d'identità di Ferrara, come pure quella del suo attore feticcio Willem Dafoe nei panni di Pier Paolo, pesa però sulla lingua, meglio, sulle lingue di Pasolini: 'Pieruti', come lo chiama la madre Susanna (Adriana Asti), parla italiano con Pino Pelosi, anglo-italiano in casa, inglese con Furio Colombo (...), la cui celebre intervista per La Stampa è uno dei cardini della ricostruzione. Un pastiche multilingue straniante, di più, confuso: sembra Babele, e Riccardo Scamarcio e Ninetto Davoli danno man forte, con il primo che interpreta il secondo e parla in napoletano, mentre Davoli fa Eduardo De Filippo e si esprime in romano. (...) Non è l'unica libera traduzione che Abel si prende: dalla sceneggiatura di 'Porno-Teo-Kolossal' trasformata con Davoli, Scamarcio e uno stile vagamente felliniano, più che suo o pasoliniano, alla raffigurazione di alcuni capitoli di 'Petrolio', qualcosa finisce per spegnersi. Se proprio vogliamo trovare un parallelo nel maledetto corpus ferrariano bisogna tornare a 'Blackout' (1997, con Claudia Schiffer...), ma è una magra consolazione: 'Questo film non è Pasolini, Roma, 1975, per me potrebbe essere a New York ieri notte, con un ricco e famoso su una bella macchina che a Brooklyn rimorchia ragazzi dominicani'. Ha ragione, non è l'indicazione geografica tipica il problema, bensì la denominazione d'origine controllata: Dafoe è mimetico, potente, Abel a tratti folgora ancora, eppure, questo film di chi è? Non è che per fare un omaggio al suo maestro Ferrara ha scontato il suo cinema? Ieri in Sala Grande c'è stato un allarme bomba poi rientrato: Pasolini è lo stesso." (Federico Pontiggia,' Il Fatto Quotidiano', 5 settembre 2014)

"(...) Ferrara che ha scritto la sceneggiatura insieme a Maurizio Braucci elimina radicalmente l'agiografia pasoliniana del personaggio e della sua città, Roma, (non solo Mamma) senza però «tradire» la fedeltà ai luoghi, al suo universo intimo, alle figure che appartengono al suo quotidiano di giorno e di notte, ai suoi conflitti, alle sue intuizioni. (...) Che questa dissonante partitura di anarchia e lucidità (orchestrata dall'ottimo montaggio di Fabio Nunziata), in cui Murolo sfuma nella voce della Callas, segue in una manciata di giorni prima della morte, rovesciando la «realtà» della ricostruzione nelle intuizioni di 'Petrolio', il suo smascheramento caustico dei salotti borghesi che balenano come in un sogno oscuro di corruzione e poteri, le notti barocche che sfumano nei bar di angeli caduti.(...) La casa, le camicie, la macchina, l'agenda di Pasolini sono però ricostruiti con estrema precisione, come le sue giornate di pubblico e privato, il momento sereno di un pranzo con le persone amate, la madre, il cugino Nico Naldini (Valerio Mastrandrea), Grazia (Giada Colagrande), l'amica amatissima Laura Betti che arriva dal set di Jancso e ride con la grazia di Maria de Medeiros mentre racconta come ha spiegato il sesso alle attrici comuniste. Forse per questo il Pasolini di Ferrara appare straniato rispetto all'immagine dominante che lo racchiude, alle «teorie del complotto» intorno alla sua morte che avviene qui per soldi, per rabbia, per quel cinismo proletario sfrontato e implacabile che punteggiava le sue corse notturne. O quelle dei suoi personaggi. Pasolini è un incredibile Willem Dafoe (nella versione italiana a doppiarlo sarà Fabrizio Gifuni, mentre de Medeiros avrà la voce di Chiara Caselli), mai predicatorio nelle sue affermazioni che scorticano i sistemi sociali, i moralismi, il pensiero come luogo comune. (...) lo scandalo in sé non significa nulla se non è un gesto estetico e politico, e questo Pasolini ferrariano è il film più politico del festival e non nel senso di «impegno» o di denuncia, di svolgimento dei «grandi temi» della cronaca o dell'attualità con cui oggi sembra coincidere l'idea di un'immagine politica. Lo è per il sentimento di viscerale libertà che lo attraversa, e per quel suo sguardo commuovente sul cinema, e forse su di noi o su se stesso, che non può essere più come un tempo. Nell'interrogare il personaggio Pasolini attraverso la sua opera, e la sua vita, Ferrara interroga la sostanza profonda di ogni gesto artistico, arte e vita, relazione difficilissima e ambigua, che ha bisogno di un equilibrio perfetto, che rivendica una presa di posizione: correre rischi, esporsi. (...) Ferrara però non «fa» Pasolini, lo moltiplica nei frammenti dei testi, nella sua narrazione non lineare, stridente, in cui l'immagine non asseconda una storia ma ne contiene infinite. Il suo Pasolini come il personaggio del precedente '4:44' va con consapevolezza verso l'apocalisse, assume i rischi di arte e vita che sono quelli dell'intellettuale, dell'artista rispetto al conformismo del proprio tempo. E in questo corpo a corpo personalissimo Ferrara ci restituisce l'essenza di Pasolini, la sostanza destabilizzante di un pensiero che non cessa di interrogare il gesto artistico." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 5 settembre 2014)

"Ci aspettavamo dalla follia geniale di Abel Ferrara (...) dalla sua audacia visiva e dalla sua iconoclastia, un Pasolini per lo meno unico, dirompente, lacerante. Nulla di tutto questo, purtroppo. Di fronte a PPP, la poetica bastarda del cineasta americano si riduce a una messa in scena piuttosto televisiva, a qualche buona intuizione che però si appoggia all'arte dell'eclettico intellettuale bolognese, a una mancanza di coraggio, nell'interpretazione della sua produzione e nella discesa nella sua intimità, francamente sorprendente. Abel Ferrara aveva avuto una buona idea nello scegliere come soggetto non un biopic classico ma, piuttosto, un momento particolare e unico della parabola pasoliniana. L'opera, infatti, in 80 minuti - almeno il pregio della brevità questo lungometraggio ce l'ha - percorre l'ultimo giorno, le ultime ore dello scrittore, giornalista e regista. Ma quella che poteva diventare un'interessante lente di ingrandimento su di lui, si trasforma invece in uno specchio che ne riflette solo un'immagine sbiadita. E non per colpa di Willem Defoe, che sa entrare bene nei panni e negli occhiali di un genio, con un'opera di mimesi che non è però mai nascondersi dietro trucco, parrucco e costumi. Anzi, con la sua interpretazione ci restituisce la poca profondità d'analisi, emotiva e non, di questo film. La responsabilità di questo fallimento creativo va tutta sulle spalle dell'irascibile e discontinuo Abel, confuso e silenzioso in conferenza stampa e forse intimorito dall'impari impresa. Quando si vede la luce, raramente, nel suo film 'Pasolini', (...) è perché veniamo sorpresi dalle immagini di 'Petrolio' o schiaffeggiati dalle parole della sua ultima intervista, praticamente un monologo che ci consegna molte delle suggestioni delle ultime visioni dell'autore di 'Accattone' e 'Saló'. Quando però il regista statunitense deve camminare da solo è piatto o al massimo lezioso. È incomprensibile come non riesca a intuire la forza dirompente della lacerazione pasoliniana, intellettuale ed emozionale: eppure con lui condivide la capacità di scendere all'inferno e di raggiungere vette altissime con la sua arte, una forte spiritualità che si unisce a un materialismo anticonformista. Manca l'anima e ancora di più il corpo di Pasolini, in questo racconto cinematografico, e non aiutano né la selezione del cast - non per mancanza di talento degli attori ma perché condannati a parti non nelle loro corde - né tantomeno le (poche) scelte di scrittura e di struttura del regista di New York. (...) Il confronto inevitabile tra i due registi provoca persino dell'umorismo involontario nello spettatore, soprattutto quando la sciatteria di Ferrara diventa insopportabile. L'ultima di queste tante delusioni, poi, è il finale. Almeno lì ci si augurava di vedere risorgere un Abel combattivo e senza paure. Niente da fare: l'incontro con Pelosi ha un bel momento solo in Pasolini che scruta i volti dei suoi ragazzi di vita, poi tutto è stanco e affidato all'iconografia ufficiale dell'ultima sera, dell'omicidio. Nessun guizzo visivo, nessuna rottura rispetto agli schemi, neanche la volontà di riscrivere la storia con la finzione, magari con un 'Io so' personalissimo. Ci ritroviamo di fronte a una ricostruzione da Telefono Giallo, senza mordente. E allora si esce dalla sala affidando le nostre speranze al prossimo film pasoliniano, quello di David Grieco, ora in lavorazione." (Boris Sollazzo, 'Il Garantista', 5 settembre 2014)

"Sempre grazie si dovrà dire ad Abel Ferrara per questo suo Pasolini finalmente liberato dai pasolinismi a uso dei raccoglitori delle sue spoglie ideologiche (...). Sempre grazie dunque a Ferrara per aver tolto la polvere e ricondotto Pasolini a quel che è: un artista, un creatore di forme. Che nella forma trova la sua dimensione. Ferrara, supportato da una splendida sceneggiatura di Maurizio Braucci, compatta nell'ultimo giorno di vita di PPP i pensieri e le ossessioni di tutta una vita. È un momento incandescente per la società italiana, con Roma insanguinata di morti rosse e neofasciste nel vivo della stagione terroristica, e vivissimo per la creatività dell'artista (Willem Dafoe, monumentale). (...) Muovendosi abilmente su una materia così eterogenea, composta di dettagli biografici, scene oniriche, messinscena di certe sue pagine, Ferrara consegna il resoconto di poche ore e insieme di una vita, scavalcando il semplice dato realistico e compiendo invece un viaggio nell'opera stessa di Pasolini, un po' come Martone nei momenti più riusciti del 'Giovane favoloso' ha fatto con Leopardi. Ferrara non risparmia dettagli scabrosi (...). E anche le ultime ore sono liberate da qualsiasi ipotesi di complottismo che in quarant'anni sono fioccate e ricondotte alla scabrosità di una aggressione bestiale (...). Il racconto di Pasolini è un'esplorazione di queste ossessioni tra il funereo e il vitalistico, oscure nella forma e fiammeggianti nella sostanza. Sono le voci e le immagini del tempo notturno delle consumazioni sessuali rapinose e crude, a cui però fa da contraltare il tempo diurno di un decoro borghese lietamente vissuto in una dimensione familiare (...). Decisivo nel tratteggiare questo Pasolini fortunatamente non maledettistico ma autenticamente tormentato nella ricerca di una Forma che sappia cogliere lo spirito di un'epoca così intossicata e violenta, è il lavoro di Dafoe, somigliante al Pasolini vero ma in un modo iperrealistico, come il calco di una fotografia usata per una tela espressionista. È sbagliato inseguire il semplice mimetismo per una resa del personaggio che è tutto orientata alla profondità, anche cupa, anche non conciliante della sua anima. E pertanto sono francamente fuori luogo le critiche sulla lingua bastarda del film: inglese, italiano, romanesco. A parte che si è girato in inglese per il mercato internazionale e nel doppiaggio tutto sarà amalgamato (...), ma qui il punto non è l'adesione pedissequa al reale, ma la sostanza sentimentale di un ritratto d'artista nel momento stesso in cui va pensando e creando la propria arte, avvicinandosi - senza saperlo ma forse prefigurandolo (...). La Roma notturna nello struggente canto di Murolo e della Callas, certi primi piani di Dafoe, l'eleganza con cui Ferrara tratteggia ambienti e figure, sono le tracce di un mezzo miracolo. Un Pasolini che rivive senza pasolinismi. Un Pasolini che sa e che ha pure le prove." (Alberto Alfredo Tristano, 'Libero', 5 settembre 2014)

"Il cinema non è filologia, ma la ricostruzione storica dovrebbe avere un suo perché, soprattutto se ci si affanna a giurare sulla scrupolosità della messa in scena e sul lavoro «matto e disperatissimo» sui documenti. Si dirà, ogni regista ha le proprie licenze poetiche e quindi il napoletano Eduardo de Filippo (...) può assumere il corpo pesante e la cadenza greve di Ninetto Davoli, e il ruolo di quest'ultimo, un romano che chissà perché parla napoletano, può essere anche interpretato da un Riccardo Scamarcio che ha la dizione napoletana di un pugliese. Però, non bisogna esagerare... Al netto, Abel Ferrara, che di 'Pasolini' è il regista, si tiene giustamente alla larga da complottismi e dietro ideologie: si ispira a quei lavori pasoliniani rimasti incompiuti, la stesura di un romanzo, la sceneggiatura di un film, che gli servono per innervare una storia altrimenti povera di storia. Solo che così dell'uomo Pasolini sappiamo poco, dell'intellettuale «corsaro» non sappiamo niente. (...) Non che così facendo Ferrara ammazzi Pasolini una seconda volta: non era nelle sue intenzioni, e nemmeno nei suoi mezzi. Però ne fa una figurina smorta, a cui Willem Dafoe dona un volto eternamente corrucciato, rassomigliante certo, nei vestiti, negli occhiali, persino nel modo di camminare, ma inanimato. Gli elogi per Sandro Penna o per Leonardo Sciascia, le lettere scritte al «caro Alberto», ovvero Moravia, sono gli unici elementi atti a indicarci che dietro dovrebbe esserci una vita culturale: dibattiti, scontri, polemiche. Bastano? Diremmo di no." (Stenio Solinas, 'Il Giornale', 5 settembre 2014)

"Il film del giorno è sicuramente «Pasolini» di Abel Ferrara, visto nel concorso con uno strepitoso Willem Dafoe nei panni del poeta, che riesce a restituirne l'immagine in una prova maiuscola di asciuttezza e adesione quasi mimetica al corpo e al volto del regista, pur in un film solo parzialmente riuscito e congedato da un tiepido applauso di circostanza alla fine della proiezione riservata alla stampa. Non di meno, nella ricostruzione dell'ultima giornata della vita del regista, il film trova una sua certa quale forza e un suo registro dinamico, che è centripeto e centrifugo insieme: centripeto perché l'immagine del poeta si deposita, come il precipitato di una reazione chimica, sul fondo di una vita vissuta sempre «oltre», centrifugo perché la narrazione svicola dall'autobiografismo in senso stretto aprendosi alle suggestioni dell'ultimo, scabroso lavoro rimasto incompiuto (...). Forse un po' forzato nelle ricostruzioni dei film nel film e, almeno nella versione originale (poi verrà doppiato), non funziona il passaggio continuo dall'italiano all'inglese. Resta comunque un'opera forte che, magari non tutta omogenea, lascia intravedere alcune tracce, alcune impronte per riprendere il filo, spezzato, delle idee che il poeta aveva seminato." (Andrea Frambosi, 'L'Eco di Bergamo', 5 settembre 2014)

"Titolo secco, a racchiudere tutto: l'uomo, l'arte, lo scandalo. Bisogna dire però, con buona pace dei cinefili sfegatati per i quali il regista newyorkese è ancora quello del 'Cattivo tenente', che il film poteva essere tranquillamente lasciato a casa. Non è una riuscita. E non sembra nemmeno un atto di particolare coraggio l'idea di raccontare, a mo' di simbolico memento, l'ultimo giorno di Pasolini (...) non convince questo 'Pasolini' che Ferrara e il suo attore-feticcio Willem Dafoe, da tempo trapiantati a Roma, hanno lungamente covato, accarezzato, convincendosi di essere in debito, artisticamente, verso il regista del 'Vangelo secondo Matteo'. (...) Dafoe, abbastanza somigliante a Pasolini nel trucco, nel tratto e nell'abbigliamento. E tuttavia tanta dedizione non basta. Certo, la versione mostrata qui è linguisticamente bizzarra, con Dafoe che parla in inglese per competere alla Coppa Volpi, i 'ragazzi di vita' e Ninetto Davoli in romanesco, gli altri attori, da Adriana Asti a Maria De Medeiros, da Riccardo Scamarcio a Valerio Mastandrea, da Francesco Siciliano a Giada Colagrande, un po' in italiano e un po' in inglese. (...) Il proposito di circoscrivere l'azione temporale, ricostruendo le ultime 24 ore di vita di Pasolini, è suggestivo drammaturgicamente, e permette un certo risparmio; solo che la tensione non cresce, e con essa il senso di tragica ineluttabilità, di morte annunciata, già scritta, nonostante l'aria cantata da Maria Callas sui titoli di coda. (...) 'Pasolini' non sfodera rivelazioni o nuovi dettagli sulla morte violenta. Semmai l'omaggio si nutre della 'disperata vitalità' dell'ultimo Pasolini, che forse sente su di sé l'alito della morte, per allargarsi alle sue visioni artistiche e letterarie. Si spiegano così gli inserti diciamo onirici, anche di ardua decifrazione per lo spettatore (...). Nessuno ha sorriso in sala, neanche un segno di impazienza, un accenno di 'buuu'. Nulla. Il venerato maestro Ferrara dev'essere proprio intoccabile." (Michele Anselmi, 'Il Secolo XIX', 5 settembre 2014)

"(...) nella somiglianza e nell'interpretazione struggente di Willem Dafoe è nascosto l'omaggio di Abel Ferrara al 'maestro' Pier Paolo Pasolini. Il suo film (...) zoppica, anche se restituisce la poetica lucida di un gigante del Novecento. (...) Dafoe, invece, si è avvicinato al poeta fino a diventarne quasi della stessa materia, identico mentre gioca a calcio o picchietta sulla macchina da scrivere. In scena, come tutti, parla in inglese e a volte in italiano: «Così esplode meglio la poesia», rivela, ma il risultato è un po' confuso.." (Filippo Conticello, 'La Gazzetta dello Sport', 5 settembre 2014)

"Willem Dafoe somiglia a Pasolini, la postura è studiata, belle le riprese della partita di calcio, efficaci la madre (Adriana Asti) e Nico Naldini (Valerio Mastandrea). Ferrara mette in scena i progetti di PPP, soprattutto 'Porno-Teo-Kolossal' destinato a Eduardo, ed è la parte migliore del film. Per rendere la statura dello scrittore narrandone le ultime 48 ore ci voleva un'idea forte. Invece c'è una comparsa che parla di gay a metà anni '70." (Maurizio Caverzan, 'Il Giornale', 25 settembre 2014)

"Il regista newyorkese conferma le sue capacità artistiche con un film difficile e complesso, articolato su più visioni cinematografiche. (...) C'è molta poesia e quasi nulla del film d'inchiesta o del biopic: tutto si gioca sul viso scavato di uno straordinario Dafoe (doppiato dal bravissimo Gifuni), sulle inquadrature nella luce notturna, su dialoghi accennati con l'amico Nico Naldini (Valerio Mastandrea) e con Laura Betti (Maria de Medeiros). (...) Appassionato, tragico, poetico e visionario, 'Pasolini' (...) mescola sogni e realtà, sotto le note di una colonna sonora struggente che tocca l'apice con la voce di Murolo e poi di Maria Callas in un finale che non si dimentica." (Dina D'Isa, 'Il Tempo - Roma', 25 settembre 2014)

"E' una sorta di cronaca fisica e psichica dell'ultimo giorno in vita di Pasolini (...).L'insieme tende al senso di una vita, che per Ferrara decide anche il senso di una morte: eliminare il pensiero eversivo, eliminare la visione tragica di un'Italia perduta, eliminare un omosessuale, chiudere la bocca al poeta ribelle. In superficie, i superficiali potrebbero liquidarlo per l'apparente disinteresse alle regole di mimesi, di regia, di acting. E' una scelta. Dafoe sfida un processo di incarnazione a partire dal fatto che per Pasolini il corpo è il senso. Lo è sempre nel suo cinema e nella vita. Dafoe è il corpo di un pensiero ucciso." (Silvio Danese, 'Nazione - Carlino - Giorno', 26 settembre 2014)
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