Papà... è in viaggio d'affari

Otac na sluzbenom putu

JUGOSLAVIA - 1985
Mesa è un brav'uomo di Sarajevo, coniugato con Sena e padre di due bambini. Un giorno, in treno, gli scappa un commento su di una vignetta stampata su "Politica": quanto basta alla sua amante, che è presente, lo ama e ne è gelosa, per parlarne al fratello di Sena, del quale poi la donna diventerà la moglie. Il cognato di Mesa, funzionario del Partito in un'epoca di stretta osservanza stalinista, fa inviare l'incauto suo parente ai lavori forzati in una lontana miniera. Tocca a Sena mandare avanti la baracca con piccoli lavori da sarta e dando ad intendere a tutti, soprattutto ai suoi figli, che il papà è in viaggio d'affari. Dopo la scomunica del Kominform (1948) e la ribellione autonomistica di Tito, i tempi cambiano: Mesa viene riabilitato e trascorrerà, riunito alla famiglia, un successivo periodo di impegno politico in un'altra cittadina, dove il figlio minore Malik va a scuola, fa il pioniere e si innamora della piccola figlia di un medico, russo di nascita, peraltro destinata a morire. Finalmente Mesa potrà tornare nella sua casa di Sarajevo e, in occasione di una festa familiare, tenterà di far riappacificare Sena con il fratello gerarca (ora ad ali più afflosciate): certi tempi e metodi sembrano tramontati e si deve stare in accordo e in allegria. Però, e seppure tardivamente, Mesa si prende la sua personale vendetta, violentando la cognata che volle denunciarlo: ciò, mentre tutti gli invitati - e con loro l'intera Jugoslavia - sono incollati alla radio ed accolgono con un'esplosione di gioia irrefrenabile la vittoria della nazionale di calcio sulla squadra dell'URSS ancora stalinista. Di tutte le vicende collettive e familiari Malik è il testimone: a lui ed alla sua generazione spettano il compito di una narrazione spontanea e candida, nonché la speranza di tempi meno feroci e meno vendicativi.

CAST

NOTE

- PALMA D'ORO AL FESTIVAL DI CANNES 1985.

- CANDIDATO ALL'OSCAR 1986 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.

CRITICA

"Tutto leggero, però, anche se profondo. Con la grazia dell'infanzia, accompagnata dallo sguardo dell'adulto che la reinterpreta, che la valuta. Senza smarrire né equilibri, né misure. All'insegna dello stile felicemente conquistato, dei mezzi espressivi pienamente dominati. Inutile fare i nomi degli interpreti, poco o niente conosciuti da noi. A parte il bambino - una fisionomia tra il furbo e il compunto come avrebbe potuto inventare De Sica - ci sono delle maschere che, ad ogni pagina, lasciano il segno. Il papà, ad esempio, un frustrato che però vince: con colori intensi. E un nonno di scorza dura, come le sculture lignee croate. Facce che non si dimenticano. E che giustamente l'autore non ha dimenticate." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 26 Marzo 1986)

"È singolare come Kusturica, il quale non era ancora nato quando Tito si fece espellere dal Cominform, abbia saputo ricostruire la piccola realtà della Sarajevo di quegli anni con tanta attenzione al quotidiano in cui è filigranata la Storia. Resta che graffia quanto occorre perché il partito non ricada nei vecchi errori, descrive con garbo usi e costumi locali (fra cui la circoncisione) e strappa spesso franche risate. Abbia per modelli Truffaut o il primo Forman, il suo è uno di quei film che sopperiscono alla gracilità dell'architettura con la delicatezza dell'ornato e con un disegno pungente, fatto di piccoli tocchi, ora lievissimi ora chiassosi, nei quali si esprime un fresco gusto della vita. E coadiuvato, oltre che dal vispo Moreno De Bartolli, il bimbetto con antiche radici italiane, da attori a pronta presa già collaudati anche dal teatro: Miki Manojlovic (il papà), Mirjana Karanovic (a mamma), Mia Furlan (amante-ginnasta), Mustafa Nadarevic (il cognato poliziotto), Pavle Vuisic (il nonno che non vuol più sentire parlare di politica). Nomi che dicono poco a chi non ha confidenza col mondo dello spettacolo serbo-croato, ma dei quali dovrebbe serbare memoria chi volesse rinsanguare la scuderia degli attori europei." (Giovanni Grazzini, 'Il Corriere della Sera', 6 Aprile 1986)

"Il clima di sospetto, delazione e ipocrisia è suggerito con una discrezione sapiente che deve aver disarmato anche i censori più occhiuti di Belgrado. Sono le conseguenze di quell'atto nell'ambito familiare che contano, attraverso una galleria di personaggi ora simpatici ora odiosi, ma sempre rispettati nella loro ambivalenza. Qua e là c'è qualche indugio aneddotico, cadute nel bozzettismo, ma sono i peccati minori di un film che offre, insieme con la sua grazia umoristica, diverse scene di forte suggestione emotiva: l'incontro alla stazione del protagonista con la moglie Sena e il piccolo Malik, e il pianto di Sena a letto, per dirne solo due. Il nucleo poetico del film è, però, Malik e il suo sonnambulismo: in una certa misura la vicenda è raccontata attraverso i suoi occhi innocenti. E quella colonna sonora con il motivo ricorrente delle radiocronache delle partite di calcio della nazionale jugoslava è un contrappunto funzionale. Non aveva tutti i torti quel giovane critico di 'Cineforum' a dire che Truffaut è morto, ma ci è rimasto Kusturica." (Morando Morandini, 'Il Giorno', 8 Aprile 1986)
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