Palermo Shooting

ITALIA, GERMANIA - 2008
Palermo Shooting
Fotografo di fama mondiale, Finn conduce una vita movimentata che gli invidiano in molti. Basti dire che dorme pochissimo e che il suo telefono cellulare suona in continuazione. Con la cuffia sempre sulle orecchie si gode la fedele compagnia della musica. Ma quando all'improvviso la sua vita perde il suo ritmo, Finn abbandona tutto. Il suo vagabondare lo porta da Düsseldorf a Palermo dove la sua strada si incrocia con quella di un misterioso assassino che non gli dà tregua. Ma, nello stesso tempo, ha l'occasione di cambiare la sua vita e poco dopo incontra una giovane donna di cui si innamora...
  • Altri titoli:
    Palermo Story
    Rendez-vous à Palerme
  • Durata: 124'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Produzione: WIM WENDERS E GIAN-PIERO RINGEL PER WENDERS IMAGES GMBH CON I FONDI DELLA PROVINCIA REGIONALE DI PALERMO - AAPIT (POR SICILIA), COMUNE DI PALERMO, NRW FILMSTIFTUNG E MEDIENBOARD BERLIN-BRANDENBURG IN COLLABORAZIONE CON ZDF, ARTE E PICTORION DAS WERK
  • Distribuzione: BIM
  • Data uscita 28 Novembre 2008

NOTE

- IN CONCORSO AL 61. FESTIVAL DI CANNES (2008).

CRITICA

"È successo e succederà a tutti i grandi registi sbagliare un film. Da qualche anno, però, a Wim Wenders succede troppo spesso. Dispiace molto, infatti, ritrovare il regista che lanciò proprio a Cannes 'Il cielo sopra Berlino' trasformato in un mistico veggente di anime, per di più attirato dagli equivoci brividi dell'esotismo. Ex pellegrino sapiente delle lande statunitensi, Wenders s'era già misurato con la mediterraneità in 'Lisbon Story' (1994), ma evidentemente l'ispirazione non è più quella di un tempo... (...) Tutto sa di pretenzioso e posticcio, a cominciare dalle auto-indulgenti comparsate dell'ex sindaco dipietrista Leoluca Orlando e della rinomata fotografa Letizia Battaglia; senza contare che Palermo e persino la meravigliosa cittadina di Gangi ci fanno la figura di sfondi turistici. Il culmine del ridicolo è toccato dal finalissimo, quando Campino e il cappuccione (Dennis Hopper) intrecciano tra le scalette e gli scaffali degli Archivi Comunali un duello/dialogo sui Sommi Temi. Retorica e goffaggini a parte, c'è anche il guaio che l'aveva già fatto un certo Bergman ne 'Il settimo sigillo'". (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 24 maggio 2008)

"La ricerca spirituale di Wenders sfiora solo la trascendenza nel viso da madonna di Giovanna Mezzogiorno, anche lei attratta da ciò che non si vede, e approda in un delirio continuo di sonno-veglia alla più umana paura di vivere. La presenza di Giovanna si fonde con i paesaggi mentali, è lei stessa un elemento immateriale, forse uscita dal dipinto, forse risposta all'inquietudine dello straniero. Campo-controcampo tra realtà e visione, il film è sullo sguardo, sul cinema e il suo
principale avversario, la morte, il 'negativo della pellicola', parola che in tedesco è declinata al
maschile. E per questo probabilmente l'arciere misterioso è interpretato da un assurdo cavaliere del nulla, Dennis Hopper. In un labirinto di scale dalla prospettiva Lovecraft o Escher, il fotografo di Düsseldorf incontra la Morte e il dialogo che segue è degno, di un racconto gotico. L'icona della figura in nero con la falce si trasforma nel cavaliere errante che soffre per l'ostilità degli esseri umani, sempre in fuga davanti a lui. Eppure la Morte non è che lo specchio di ognuno, il riflesso di se stessi e delle persone amate. L'inquadratura impossibile è l'istantanea della fine. Quella del crash nell'automobile che sfreccia su una pista già funebre, la macchina fotografica montata sul parabrezza, l'incidente che proietta il vagabondo di Palermo in un altrove smaterializzato. Pensando ad Antonioni, Wenders segue un tragitto di realtà alterata, il suo personaggio è uno zombie, un abitante dell'oltretomba. Già morto. E questa è la storia di una resurrezione." (Mariuccia Ciotta, 'Il Manifesto', 21 novembre 2008)

"Düsseldorf è la città natale di Wenders ed è evidente la sua totale identificazione con il protagonista, interpretato da un non-attore, il cantante rock Campino, del tutto spaesato. Giovanna Mezzogiorno è sprecata per un personaggio inerte, mentre le comparsate di Lou Reed e Dennis Hopper rischiano di esaurirsi in un gioco cinefilo vecchio di trent'anni. Di quando Wenders faceva film profondamente cinefili (come 'L'amico americano') ma vitali. Qui il cinema c'è, ma manca proprio la vita." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 21 novembre 2008)
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