Ovunque sei

ITALIA - 2004
Matteo, un medico di 35 anni, non è più soddisfatto della sua vita. I soldi e la carriera non gli interessano più e anche il rapporto con sua moglie Emma non funziona, tanto che lei lo tradisce con Leonardo, anche lui medico. In ospedale Matteo conosce una giovane volontaria del pronto soccorso, Elena, che gli piace molto, ma una sera l'autoambulanza su cui lavorano entrambi viene travolta dalla macchina di Leonardo. Matteo, gravemente ferito e sulla soglia della morte, scopre nuovamente il senso profondo dell'amore...

CAST

NOTE

- PRESENTATO IN CONCORSO ALLA 61MA MOSTRA INTERNAZIONALE DEL CINEMA DI VENEZIA (2004).

- NASTRO D'ARGENTO 2005 PER LA MIGLIORE FOTOGRAFIA (LUCA BIGAZZI).

CRITICA

"La prima sensazione, uscendo da 'Ovunque sei', è di aver assistito a un infortunio. Ovvero un evento quasi speculare a quello che si vede nel film di Placido, dove un'ambulanza precipita nel Tevere avendo a bordo Stefano Accorsi e Violante Placido. (...) I festival dovrebbero essere la sede ideale di tutte le sperimentazioni e invece la loro storia è piena di clamorose incomprensioni del nuovo, tipico il caso di 'L'avventura' di Antonioni prima fischiato e poi beatificato a Cannes nel '60. Auguriamo un'analoga sorte a Placido, ma è lecito dubitarne pur condannando le intemperanze del pubblico. Nel film, che vorrebbe essere lirico e risulta invece intellettualistico, troppe cose non funzionano, l'apologo è campato in aria e anche il giudizio sugli attori non può che ridursi a un omaggio al valore sfortunato." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 7 settembre 2004)

"Un regista apprezzato più tre sceneggiatori che, ci assicurano, sono i migliori del cinema italiano. Il risultato, 'Ovunque sei', è catastrofico. Come è potuto succedere? Proviamo a darci qualche risposta, partendo magari da svarianti ipotesi. Per esempio, siamo sicuri che Michele Placido e, soprattutto, Umberto Contarello, Francesco Piccolo e Domenico Starnone considerano il serial 'Beautiful' il peggio del peggio, bieca sottocultura, lo sterco consumistico prodotto dal demonio Usa. Fanno male, però, perché per maneggiare certi temi, certi dialoghi e certe situazioni bisogna avere la mano allenata e sicura. O, al contrario, lorsignori adorano blockbuster come 'Ghost' e 'Il sesto senso' e hanno pensato di depurarli aggiungendo al lievito dell'ispirazione la qualità europea del 'Film blu' di Kieslowski. Soluzione azzardata, non fosse altro perché avrebbero avuto bisogno di attori molto meno imbambolati di Stefano Accorsi, Barbora Bobulova, Violante Placido e Stefano Dionisi. Più credibilmente, il team voleva erigere un prezioso castello audiovisivo sulle fondamenta dell'immortale Pirandello de 'La carriola' e 'L'uomo dal fiore in bocca' e dell'emozionante Caproni di 'Congedo del viaggiatore cerimonioso'. Dimenticandosi, peraltro, di dover ricorrere ai modesti strumenti del cinema senza farsi scudo di testimonial così nobili." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 7 settembre 2004)

"Con 'Ovunque sei' Michele Placido torna a Pirandello, all'enigma novecentesco dell'identità, alla malinconia e alla rinuncia che germinano dentro ogni nostra scelta, ma travasa queste suggestioni "alte" nel quotidiano piccolo borghese che oggi soffoca tanto nostro cinema. Con relativi cliché: dovendo annaspare fra la vita e la morte, i protagonisti fanno tutti i medici, in un vorticare metafisico-iettatorio di bisturi e garze insanguinate; naturalmente c'è un adulterio (quasi due), ci sono i sensi di colpa, nessuno sembra esistere davvero se non come genitore, coniuge o amante di qualcuno, più che gli individui, insomma, conta come sempre la famiglia. Ci sono anche suggestioni meno ovvie (le citazioni da Caproni, il famoso e sbeffeggiato doppio nudo finale, che è invece molto bello), ma il film resta troppo medio per scendere su certi terreni." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 22 ottobre 2004)

"Fare il tifo è facile ed è una scorciatoia, ragionare è pratica più faticosa e anche più grigia ma più onesta. Ma 'senza riserve' non è possibile perché è vero che 'Ovunque sei' è un film confuso, che i conti tra intenzioni e risultati non tornano. Appesa all'ispirazione da un suggestivo brano pirandelliano che parla del sentimento del 'vedersi vivere' che significa non essere più vivi ma cominciare a morire, e ad una messa in scena affidata ad una rete di coincidenze di sapore fortissimamente kieslowskiano, l'intenzione di Placido era quella di immaginare la possibilità di fermare l'attimo fra la vita e la morte, di mettere un uomo in una situazione limite che lo costringesse a fare fino in fondo i conti con se stesso e con la qualità delle sue relazioni affettive e della sua vita amorosa. Non funziona, purtroppo, l'agire fantasmagorico del protagonista Stefano Accorsi dopo l'incidente che gli è costato la vita non è credibile e soprattutto non si capisce: la sfida non regge alla prova di un linguaggio realistico come quello del cinema. Eppure continuiamo a rispettare Placido regista. Uno che, mentre il cinema ha spesso poco da dire anche se lo sa dire in modo luccicante, scommette e inciampa, non si arrende e mira in alto." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 22 ottobre 2004)

"Un film non facile che potrà anche suscitare delle perplessità. Non tutto, infatti, sul piano della logica è compiuto specie quando certe considerazioni sul di Là e sui superstiti che debbono vincere il lutto per 'liberare' i defunti scaturiscono da dialoghi alla soglia del cerebrale. Riscatta però molte di queste pecche l'interpretazione prima tutta risentimenti poi fragilità quasi impalpabili di Stefano Accorsi. Le donne al suo fianco sono Barbora Babulova la moglie, e Violante Placido, l'amata di un giorno. Anche questa seconda con accenti concreti pur non appartenendo più alla terra." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 22 ottobre 2004)

"Con 'Ovunque sei' Michele Placido torna a Pirandello, all'enigma novecentesco dell'identità, alla malinconia e alla rinuncia che germinano dentro ogni nostra scelta, travasando queste suggestioni alte ed astratte nel clima piccolo borghese e quotidiano che troppo spesso oggi sembra l'unico orizzonte concesso al nostro cinema. (...) Il film di Placido merita rispetto perché getta sul tappeto un problema che è di tutto il cinema italiano, così disperatamente alla ricerca di una nuova (e ormai riconquistata) medietà da rivelarsi quasi sempre inadeguato ad affrontare suggestioni di altra natura. Non è solo un problema di scrittura, non basta trovare le parole (o tacerle), anche se naturalmente la platea veneziana ha beccato le battute più infelici con la solita crudeltà da stadio. Si tratta di risagomare l'intero apparato produttivo, oggi tendenzialmente asservito a codici e consuetudini più adatte al piccolo che al grande schermo. Era suggestiva infatti l'idea dell'uomo ancora giovane ma stanco e così desideroso di cambiar vita che quando muore non se ne accorge, ma crede di star ricominciando da capo. (...) Era seducente immaginare che anche oggi, nei ritmi contratti della nostra esistenza, potesse insinuarsi una nota metafisica, una zona d'ombra a cavallo fra un passato scomparso e un presente negato. Ma è mai possibile che questa tensione debba per forza sfociare in una storia di (doppio) adulterio, con relativi sensi di colpa? Possibile che dovendo annaspare fra la vita e la morte i protagonisti debbano fare per forza i medici, in un vorticare metafisico-iettatorio di garze insanguinate, bisturi, radiografie?" (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 7 settembre 2004)

"Il secondo film italiano alla Mostra, 'Ovunque sei' di Michele Placido, è brutto quanto il primo, 'Lavorare con lentezza', ma si schianta contro frizzi e lazzi della suburra giornalistica e cinefilica del Lido anche perché non si presenta, come il film di Chiesa, ammantato da un alone politico di barricadiero." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 7 settembre 2004)

"In attesa di sapere se 'Ovunque sei' di Michele Placido riuscirà a colpire al cuore gli spettatori paganti, vediamo di capirci qualcosa. (...) Riesce il film a comunicare quello che voleva? Crediamo che il ricco materiale e l'ambizione di vestire da laico gli interrogativi sul 'dopo' non abbiano trovato un ordine. Ma l'audace ricerca che Placido va conducendo di una profondità popolare e di uno stile provocante ma emotivamente caldo, merita rispetto." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 7 settembre 2004)
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy