Oro Verde. C'era una volta in Colombia

Pájaros de verano

COLOMBIA, DANIMARCA - 2018
4/5
Oro Verde. C'era una volta in Colombia
Da semplici pastori a esperti uomini d'affari: le origini del narcotraffico in Colombia attraverso la storia epica di una famiglia indigena che, nel corso di tre decenni, abbandona progressivamente le attività tradizionali per dedicarsi al nuovo, lucrativo commercio. La matrona Ursula, l'audace Raphayet e la bella Zaida scopriranno presto i vantaggi della ricchezza e del potere, ma anche i loro risvolti tragici. Avidità e senso dell'onore scateneranno una guerra fratricida che metterà a repentaglio le loro vite, la loro cultura e i loro riti ancestrali.
  • Altri titoli:
    Birds of Passage
    Les Oiseaux de passage
  • Durata: 125'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Produzione: CRISTINA GALLEGO, KATRIN PORS PER BLOND INDIAN FILMS. COPRODOTTO JEAN-CHRISTOPHE SIMON, NICOLÁS CELIS, SANDINO SARAVIA VINAY, SEBASTIAN CELIS, CARLOS E. GARCÍA, EVA JAKOBSEN, MIKKEL JERSIN, JAMAL ZEINAL ZADE, DAN WECHSLER, JIM STARK.
  • Distribuzione: ACADEMY TWO (2019)
  • Data uscita 11 Aprile 2019

TRAILER

RECENSIONE

di Gian Luca Pisacane
L’altra faccia di Scarface: l’opposto dell’esaltazione capitalista, del culto di sé stessi. Il richiamo a Il padrino, al passaggio di testimone tra due epoche, che per Coppola era quello tra la vecchia e la nuova Hollywood.

Ma qui siamo lontani dagli Stati Uniti, dalla patria del gangster movie per eccellenza. Siamo in Colombia nel ’68, assistiamo alla nascita dell’impero della droga. Modelli come Narcos e Loving Pablo sono al di là da venire. Oro verde – C’era una volta in Colombia racconta di un legame ancestrale con la terra, di un luogo in cui le tradizioni sono tutto.

Poi si scoprirà il narcotraffico, il business della marijuana, ma a fine anni Sessanta comandavano ancora le comunità, le diverse etnie. Il film si apre con una danza dell’amore, solo così si potrà celebrare l’unione tra uomo e donna. Splendidi colori, richiami spirituali. Poi l’esplosione della violenza, il sangue in mezzo alla natura.

I registi Ciro Guerra e Cristina Gallego si concentrano sulle origini di un popolo, in un viaggio antropologico di raro splendore. Il taglio documentaristico descrive le usanze, le consuetudini di chi non è ancora stato corrotto. Ma il denaro distrugge le bellezze di quei luoghi: faide, fratelli che scatenano guerre, l’umanità che implode. Panorami mozzafiato che si alternano a mattanze, l’Amazzonia lussureggiante che fa da testimone.


Il bianco e nero del bellissimo El abrazo de la serpiente che si fonde con le tinte accese di Oro verde (Birds of Passage nel titolo originale). E di uccelli di “passaggio” nel film se ne vedono tanti. Bisogna restare immobili e scrutare il cielo: non si sa quando li vedremo volare. Continueranno a migrare, ma il rischio è che non ci sia più nessuno a testimoniarlo.

Gli esseri umani sono consumati dall’odio, e spariscono nella polvere. Un grande cinema: dilatato nel tempo, ellittico. Dal giallo di una capanna nel deserto a una villa distrutta in mezzo al nulla. Il fumo nero, il tramonto, le mura bianche che crollano in un’inquadratura simmetrica. È un’arte alla ricerca delle proporzioni, delle armonie perdute. Testimone di una realtà oscura.

NOTE

- FILM D'APERTURA ALLA 50. QUINZAINE DES RÉALISATEURS (CANNES 2018).

CRITICA

"(...) piacerà a chi ha fame di grande cinema e si abbufferà con l''Oro Verde' come da tempo non provava. Perché se la seconda parte prende le vie del solito melodramma sui Narcos, la prima è davvero potente, coi suoi rituali selvaggi, la magia che impera tra gli abitanti del deserto di Guajira, prima di essere sostituita dall' impero del male." (Giorgio Carbone, 'Libero', 11 aprile 2019)

"(...) I registi Gallego e Guerra ricostruiscono questo mondo di straniato spessore religioso - dove i presagi, i sogni, l'ira degli spiriti risultano più importanti dello stesso oro verde - in cinque capitoli di impeccabile limpidezza formale, più ispirandosi all'epos western di Leone che ai melò di mafia di Coppola." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 11 aprile 2019)

"Il penultimo film di Ciro Guerra, 'El abrazo de la serpiente', lo aveva rivelato al pubblico dei festival: un viaggio visionario che partiva come osservazione antropologica e diventava un percorso di fantascienza che ricordava Herzog e addirittura Kubrick. Un film azzardato e sofisticatissimo, che poteva perfino irritare per come si muoveva sul filo di un estetismo rigoroso e poteva perfino irritare qualcuno, ma che alla fine mostrava una libertà creativa sorprendente e un'ispirazione non superficiale. 'Oro verde' (ma il titolo originale è 'Pajaros de verano, Birds of Passage' in versione internazionale), presentato alla Quinzaine des Realisateurs lo scorso anno, è firmato insieme a Cristina Gallego, già collaboratrice dei lavori precedenti. La sua forza è meno vistosa, anzi all'inizio può perfino spiazzare; ma il progetto si svela poco a poco, ed è di grande intelligenza. (...) Basandosi su eventi storici reali e su un'attenta osservazione sul campo, Guerra e Gallego mostrano soprattutto una qualità di narratori asciutti nell'eleganza, attenti ai passaggi storici, lucidissimi nel raccontare e nello spiegare dal di dentro la convivenza di universi in apparenza distanti, il confliggere tra tempi storici. Le donne, su cui il film si concentra in maniera particolare, sono forse il luogo geometrico delle contraddizioni: in apparenza ai margini, in realtà custodi della tradizione e difficili arbitre della mutazione. I sogni, la magia, i soldi, la violenza, l'onore convivono, entrano in cortocircuito, si trasformano in tragedia. Da qualcosa che sembra lontanissimo, leggiamo le origini di un mondo che, in certo senso, è anche il nostro, oggi." (Emiliano Morreale, 'La Repubblica', 11 aprile 2019)

"(...) Nello sguardo imparziale del regista candidato all'Oscar per 'El abrazo del serpente' prima del 'Padrino', dei narcos e di 'Escobar' c'è un territorio antropologico originario che, al cinema, passa dai generi, in questo caso una sorprendente e motivata combinazione di film gangster e western che ha fondamenta nel documento etnografico. Non solo. Colpirà ogni paziente spettatore come Guerra ricavi un potente palcoscenico tragico classico (e shakespeariano) spostando i suoi personaggi, ancora sedotti dal potere dei sogni, dal quotidiano al simbolico, dal transitorio all'eterno. Da vedere." (Silvio Danese, 'Giorno', 11 aprile 2019)

"(...) Ottimo western da terzo millennio, a mezza via tra Leone e Herzog, inquadra aspetti antropologici della Colombia primitiva delle tribù, la contaminazione con la società «evoluta» e la fame crescente di denaro. I regolamenti di conti ricordano lo Scorsese del 'Padrino' ma tutto il film è di alto livello." (Stefano Giani (SteG), 'Il Giornale', 11 aprile)

"Quello di 'Oro verde - C era una volta in Colombia' è un paradiso amaro. Anche se il titolo potrebbe suggerirlo, non è più tempo per le favole. (...) Un piccolo gioiello, che ci ricorda perché amare il cinema." (Gian Luca Pisacane, 'Famiglia Cristiana', 11 aprile 2019)

"Anche la droga ha una storia, e a scriverla in Colombia sono gli indigeni wayuu, che negli anni 70 alla domanda degli hippie americani risposero, sventurati loro. Bonanza marinbera il periodo, il deserto de La Guajira il luogo, cannabis la sostanza. Il talentuoso colombiano classe 1981 Ciro Guerra, a quattr'occhi con l'esordiente Cristina Gallego, rolla immagini e alluma poetica: 'Oro verde - C'era una volta in Colombia' per l'Italia, 'Birds of Passage' in originale, buono per la shortlist del miglior film straniero agli ultimi Oscar e una pletora di riconoscimenti. (...) Guerra è uno dei meglio registi under 40 al mondo, e qui (di)mostra perché: gangster per movimento, spirituale per tempo, estatico per immagine, 'Oro verde' riscrive il genere noir, come diversamente fece 'Gomorra' di Matteo Garrone nel 2008. Per entrambi il modello, e l'antagonista, è 'Quei bravi ragazzi' di Martin Scorsese, perché la tensione simbolica è condizione antropologica: 'Ha anche qualcosa dei western, della tragedia greca e dei racconti di Gabriel García Márquez, i film di genere sono diventati gli archetipi leggendari della nostra era'. Non è punto d'arrivo, ma di partenza per Guerra, che tra madre padrona (Ursula, Carmiña Martínez), genero traccheggiante (Raphayet, José Acosta) e figlia ignava (Zaida, Natalia Reyes) castiga le geometrie omicide del (neo)capitalismo e stigmatizza la precarietà strutturale dei wayuu, al contempo vittime, complici e carnefici. 'Intuizione contro ragione, innocenza contro vendetta, parola contro onore, tutto per raccontare l'immane sciagura che ci avrebbe maledetto per sempre', però senza moralismi né infingimenti, bensì giusta distanza (campi lunghi), composizione dell' inquadratura (democratica) e profondità di campo (e di sentire). (...) Guerra baratta estetica per etica, canta funebre e sussulta immaginifico. Il bello è comunque morale, perché esplicitamente indifferente, uguale nella vita e nella morte, giusto persino, e indelebile: Zaida che danza e incalza Raphayet nel prologo è la più splendida sequenza dell'anno. Sì, 'Oro verde' è sfidante, parlato indigeno (sottotitolato) e spagnolo (doppiato), agito secondo codici di genere (Hollywood) e disegnato da civiltà primitiva (Colombia), quindi attualissimo e vetusto insieme: Ursula impera, Zaida subisce, Raphayet si prova, e noi a tirar le fila tra enciclopedia e poesia. Da vedere, anzi, contemplare." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 12 aprile 2019)
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