ORATORIO DI NATALE

JULORATORIET

SVEZIA - 1997
ORATORIO DI NATALE
Negli anni Trenta in un paesino svedese, la giovane Solveig corre in bicicletta per partecipare alle prove dell' Oratorio di Natale, una cantata di Bach che dovrà essere eseguita nella vicina chiesetta di campagna. Ma lungo la strada Solveig, travolta da una mandria di mucche, cade e muore. L'avvenimento sconvolge la vita della sua famiglia. Il marito Aron, con i figli Sidner e Eva Lisa, si trasferisce in una cittadina vicina, trova lavoro ma si allontana a poco a poco dal mondo reale, creandosene un altro, nel quale vive nell'attesa del ritorno di Solveig. Casualmente entra in contatto con Tessa, una radioamatrice che vive sola e maltrattata in Nuova Zelanda, e con lei inizia una fitta corrispondenza. Intanto Sidner, arrivato a 16 anni, incontra Fanny, donna dolce ed eccentrica molto più grande di lui, che lo attira e lo conquista. Insieme hanno un figlio, Victor. Nel frattempo Aron, che vive in un equilibrio sempre più precario, decide di partire per la Nuova Zelanda per andare a conoscere Tessa. La famiglia è ormai sfasciata e dispersa. Ai giorni nostri, ormai adulto,Victor è diventato musicista e, in una fredda mattina d'inverno, si appresta a realizzare il sogno di Solveig: eseguire l'Oratorio di Natale nella piccola chiesetta di campagna.
  • Altri titoli:
    CHRISTMAS ORATORIO
  • Durata: 124'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Tratto da: ROMANZO OMONIMO DI GORAN TUNSTROM
  • Produzione: SANDREW FILM, SVERIGES TELEVISION GOTEBORG.
  • Distribuzione: LUCKY RED - LUCKY RED HOMEV IDEO
  • Riedizione NO

NOTE

REVISIONE MINISTERO DICEMBRE 1997

CRITICA

"In 'Oratorio di Natale' ritroviamo tutto l'armamentario di Ingmar Bergman senza Bergman. Per constatare ancora una volta che in un film i contenuti, le tradizioni e le atmosfere diventano assoluti quando c'è il collante di un talento fuori del comune. Altrimenti, come nel presente caso, la narrazione rischia di continuo il manierismo, la ripetitività e il già visto; o quell'odioso tono che gli americani chiamano arty per condannare chi cerca un'espressione esteticamente raffinata senza riuscire a renderla convincente. Eppure il film di Kjell Ake-Andersson ha momenti di persuasiva intensità, basato com'è sul bel romanzo di Goran Tunstrom il cui titolo nell'edizione italiana a cura di Iperborea, è solo lievemente diverso: 'L'oratorio di Natale'. (...) L'impaginazione raffinata non fa rimpiangere i casi inevitabilmente omessi nella trascrizione del romanzo. Importante è la colonna musicale, con la garbata citazione del brano pianistico 'Da paesi lontani' di Schumann ritagliata devotamente dal libro. Le presenze degli attori sono incisive, nonostante la convenzionalità di qualche personaggio di contorno: e almeno per Peter Haber, che impersona Aron, si può parlare di una grande interpretazione". (Tullio Kezich, 'Il Corriere della Sera', 3 gennaio 1998)

"Andersson, anche per sveltire il racconto si è tenuto quasi soltanto alla cronaca dei fatti lasciando che la visionarietà del testo originale si cogliesse soprattutto attraverso le immagini con cui gli ha poi dato forma sullo schermo: in genere liriche ed effuse, con colori che sembrano ispirati dal 'Fanny e Alexander' di Ingmar Bergman, e con una meditata attenzione per le composizioni figurative, ricercate spesso fino al prezioso ma con dei pregi quasi soltanto formali che, pur consentendo al film di proporsi con indubbia nobiltà visiva, lasciano che l'azione proceda, con molte stasi, in cifre ora oscure ora prolisse, impedendo ai casi dei personaggi, pur tutti sempre molto dolorosi, di arrivare a suscitare, davvero coinvolgimenti ed emozioni: quasi, la freddezza, di certo non voluta, sia la loro unica misura. Come si rileva, del resto, anche nella recitazione degli interpreti principali: seri, impegnati, ma troppo spesso senza voli". (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 24 dicembre 1997)

"'Oratorio di Natale' diretto dallo svedese Kjell Ake Andersson è un film d'amore, sul dolore e sul desiderio che si cristallizzano prima o poi in un capolavoro d'arte. L'arte e la nostra reincarnazione, sembra suggerirci l'opera analizzando spietatamente un Novecento che di reincarnazioni ne ha prodotte in scala industriale. Romanzone fiume su tre generazioni, si slalomeggia, e spesso è vertiginoso, tra fato, fatalità, bozzetto atroce, onde radio, esploratori, kiwi e 'libero arbitrio'. Conosciamo poco il cinema svedese, Bergman a parte. Ma l'entrata in Europa ci costringe a frequentare, conoscere e rispettare di più la sensibilità 'protestante', o meglio tra gli stili protestanti, quello meno introverso. Opportunità ghiotta questo film, che ha scarnificato un romanzo anni '80 di Goran Tunstrom, diretto con accademica scioltezza (ma fragile, incerto e fuori tempo) da Kjell-Ake Andersson". (Roberto Silvestri, 'Il Manifesto', 24 dicembre 1997)
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