Non è un paese per vecchi

No Country for Old Men

USA - 2007
Non è un paese per vecchi
Texas, anni '80. L'avventura di un uomo che, durante una battuta di caccia lungo il Rio Grande, incappa per caso sulla scena di un traffico di droga andato storto dove sono stati abbandonati alcuni cadaveri, un quantitativo di eroina e soprattutto una valigia con un'ingente somma di denaro. L'uomo decide di prendere con sé la borsa con il prezioso contenuto e inizia la sua fuga disperata per eludere la caccia all'uomo messa in atto da un assassino psicopatico, un ex agente delle forze speciali assoldato da un potente cartello e da uno sceriffo intenzionato a fermare i due inseguitori...
  • Durata: 122'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, GUERRA, AVVENTURA
  • Tratto da: romanzo omonimo di Cormac McCarthy (ed. Einaudi, 2007)
  • Produzione: SCOTT RUDIN PRODUCTIONS, MIRAMAX FILMS, PARAMOUNT VANTAGE, PARAMOUNT CLASSICS
  • Distribuzione: UNIVERSAL (2008)
  • Vietato 14
  • Data uscita 22 Febbraio 2008

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
Bentornati Coen. Dopo le "commedie secche" Ladykillers, Prima ti sposo, poi ti rovino, Joel ed Ethan tornano fratelli in Non è un paese per vecchi. Dal romanzo capolavoro di Cormac McCarthy, portano sullo schermo un western-metropolitano e un monito: la fine è vicina. Il sogno americano - dicono con McCarthy - è in frantumi, per un ultimo pugno di dollari. Un pugno che squassa gli orizzonti afosi della nuova, vecchia Frontiera, tra serial killer in caschetto, sceriffi in prepensionamento dall'ottimismo, cowboy baciati dalla (s)fortuna e narcotrafficanti messicani.
Attori strepitosi (Javier Bardem, Tommy Lee Jones, Josh Brolin) per dare carne e ossa, il sangue lo mettono i Coen, alternando al rosso il nero humour, sporcando le immagini di violenza e ripulendole con efferata ironia. Sono bravi i fratelli, molto bravi, probabilmente la spunteranno su tutti agli 80esimi Academy Awards, e con merito.
Ma in sala il loro Paese sarà abitato con qualche rimpianto da chi ha letto il romanzo. Non è una novità, anzi è un luogo trito delle trasposizioni. Ma in questo caso, acquista interesse perché ci troviamo di fronte a ottime pagine e quasi ottimo audiovisivo. Ma diverso.
Che fanno i Coen? Prendono il libro di McCarthy - autore culto per pochi, almeno fino allo sdoganamento televisivo chez Oprah Winfrey del suo La strada - da un lato, e dall'altro ricorrono a ciò che, almeno nella prima parte della loro carriera, li ha resi giustamente celebri: ironia, simulacro e straniamento, spesso, non sempre, in cornice postmoderna. Pilastri poetico-formali che ritroviamo tutti, compreso il postmoderno - gli eighties ondivaghi e sfalsati -, ma anneriti, sveltiti e resi ineluttabili dall'ascissa western e dall'ordinata action. Sono questi i Coen migliori, grandi direttori d'attori, altrettanto bravi a scegliere i contributi tecnici - poderosa la fotografia del sodale Roger Deakins - e a gestire il meccano narrativo, dosando pathos, frenesia e finitudine a livelli d'eccellenza.
Sconfitti, invece, escono dal confronto con McCarthy, soprattutto per quanto, del materiale di partenza, hanno prediletto. Del No Country for Old Men cartaceo, si sfumano le differenze tra i protagonisti: a ognuno un'equa razione di vis ironica, che trastulla il film, ma insieme dispensa un effetto flou. Se non i caratteri, si omogeneizza il carattere: fedeli a tante battute di McCarthy, i Coen decidono consapevolmente di travisarne lo spirito guida, ovvero la riflessione potente e dolente sul grado zero dell'essere americano. Un ontologia in liquida e ineluttabile deriva, di quel pessimista con (poca) speranza che McCarthy è. E che i Coen rifiutano di seguire, ovvero di adattare, stralciandone quasi il cantore, il coro solista del vecchio sceriffo, commentatore sfranto e disarmato di un mondo orfano pure di tragedia. Siamo sicuri che per la riduzione (ad nihilum?) dei Coen Non è un paese per vecchi sia ancora un titolo evocativo, se non legittimo?

NOTE

- IN CONCORSO AL 60MO FESTIVAL DI CANNES (2007).

- GOLDEN GLOBE 2008 COME MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA A JAVIER BARDEM. IL FILM ERA CANDIDATO ANCHE PER MIGLIOR FILM DRAMMATICO, REGIA E SCENEGGIATURA.

- OSCAR 2008 COME MIGLIOR FILM, MIGLIOR REGIA, MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA A JAVIER BARDEM E MIGLIORE SCENEGGIATURA NON ORIGINALE. IL FILM ERA STATO CANDIDATO ANCHE PER FOTOGRAFIA, MONTAGGIO, SOUND EDITING (SKIP LIEVSAY) E SOUND MIXING (SKIP LIEVSAY, CRAIG BERKEY, GREG ORLOFF, PETER F. KURLAND).

- DAVID DI DONATELLO 2008 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.

- CANDIDATO AL NASTRO D'ARGENTO 2008 COME MIGLIOR FILM EXTRAEUROPEO.

CRITICA

"Dal romanzo di Cormac McCarthy 'Non è un paese per vecchi', Joel ed Ethan Cohen hanno tratto 'No country for old men' (...) Sebbene finisca anche lui (Tommy Lee Jones) per assumere i contorni caricaturali di un Gary Cooper di 'Mezzogiorno di fuoco' fuori stagione, incarna il punto di vista del romanziere e del film. Il rimpianto per gli antichi valori della Frontiera e il senso dell'onore. Per i tempi in cui si diceva ancora 'signore' e 'signora'. E il denaro e la droga non ci avevano ancora ridotti così'. Crepuscolare e accattivante, ma chissà se più da palato europeo che americano." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 20 maggio 2007)

"Prima o poi bisognerà fare davvero i conti con i fratelli Coen e col loro cinema ingordo di tutto altro cinema, letteratura, fumetti, filosofia, teologia. Non per capire da dove vengono le loro immagini beffarde o il loro humour nero e nerissimo, ma dove vanno, cosa ci dicono davvero del mondo e dei loro autori. Che ultimamente sembrano volersi appoggiare ad altri autori se dopo il remake esilarante ma alimentare della Signora Omicidi stavolta adattano addirittura un maestro della letteratura americana contemporanea come Cormac McCarthy. E anche se fin dalle prime scene di 'No Country For Old Men' una carneficina nel deserto, un omicidio atrocissimo e quasi buffo, uno psicopatico sardonico dalla assurda frangetta che va ammazzando innocenti con una bombola di aria compressa si capisce che McCarthy e i Coen sono molto vicini, il tono così speciale del film costringe a interrogarsi. (...) Fatte salve azione e suspense, straordinarie, il film sembra percorso da una voglia di capire quasi inedita per i Coen. E questi personaggi radicati nel loro mondo e uniti da legami fortissimi si scontrano con l'accento e il ghigno inquietante di Bardem che invece non ha origini, non ha motivazioni, se non un'assurda fedeltà alla propria missione. Torna in mente 'Barton Fink', altro film in cui il male si dava come enigma impenetrabile e quasi necessario. Ma dietro questa parabola vibra un'inquietudine nuova. Come se i protagonisti fossero tre volti di uno stesso personaggio, le loro differenze tutto sommato casuali, e il dio del racconto si divertisse a giocare a dadi con i loro destini sullo sfondo di un'America sempre più barbarica e regressiva." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 19 maggio 2007)

"I romanzi di Cormac McCarthy sono quanto di meglio può offrire oggi una letteratura americana cruda, dura e appartata rispetto ai clan newyorkesi. Joel ed Ethan Coen hanno avuto il merito di pensare per primi a 'No Country for Old Men' anticipando la fortuna cinematografica che arriderà all'opera omnia dello 'Shakespeare del West'. È innegabile, però, che si provi una certa delusione al cospetto del dodicesimo titolo della coppia, capace nel passato di regalare capolavori ('Crocevia della morte', 'Fargo', 'Il grande Lebowski'). Trascurando le variazioni apportate alla pagina scritta, sta di fatto che 'No Country for Old Men' sembra sostenere bene le sue cadenze straniate, ma a circa mezz'ora dal finale la tensione si allenta, i dettagli sfuggono o diventano farraginosi e non si recupera più il filo di una tonalità sospesa tra il grottesco, il noir e lo ieratico Texas." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 20 maggio 2007)

"'No Country' talora ricalca 'Ricercati: ufficialmente morti' di Walter Hill. Ma ci sono anche altri echi. La sensazione di assistere a un'erudizione, più che a una proiezione, è fondata. Che cosa mettono i Coen di loro e non di memoria in 'No Country'? Un umorismo secco e tagliente, più esplicito di quello del romanzo. Poi una buona trovata: prendere lo spagnolo Javier Bardem e farne non un trafficante di droga messicano, ma un sicario fatalista di imperscrutabile origine, che ha lo stesso tono di voce e la stessa effeminata pettinatura di James Earl Jones in 'Conan il barbaro'. (...) Quando non è un poliziesco desertico, 'No Country' è un western crepuscolare. Ma in un momento o nell'altro ci si ricorda sempre che - attraverso gli emarginati in lotta per una valigia di dollari - parlano intellettuali, come Mc Carthy e come i Coen. Invece che ridurla l'impronta alta del libro, il film l'accentua. Se poi il personaggio principale è un saldatore, ci si domanda perché conosca, senza mai andare al cinema, astuzie da agente segreto, ma ignori la prima cautela di chi incappa in soldi non suoi: non tornare dove li ha trovati." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 20 maggio 2007)

"La perdita di ogni logica ma anche la convinzione di vivere in un mondo dominato dall'avidità e dalla violenza attraversano invece 'No Country for Old Men', che i fratelli Ethan e Joel Coen hanno tratto dal romanzo di Cormac McCarthy tradotto in italiano da Einaudi col titolo 'Non è un paese per vecchi'. (...) Come già in 'Fargo' i Coen leggono in chiave morale la gratuità del male e l'orrore della provincia americana (il film è ambientato nel Texas, nel 1980) ma qui la forza dell'assunto si stempera lungo una linea narrativa che rischia la meccanicità, tra esplosioni improvvise di violenza e compiaciute pause per ironizzare sulla stupidità umana." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 20 maggio 2007)

"Prima o poi bisognerà fare davvero i conti con i fratelli Coen e col loro cinema ingordo di tutto: altro cinema, letteratura, fumetti, filosofia, teologia. Non per capire da dove vengano i loro film beffardi e il loro humour nerissimo, ma dove vanno, cosa ci dicono davvero del mondo e dei loro autori. Che stavolta adattano addirittura un maestro della letteratura americana contemporanea come Cormac McCarthy. Che i Coen e McCarthy siano molto vicini si capisce fin dalle prime scene di 'Non è un paese per vecchi': una carneficina nel deserto, un omicidio atrocissimo e quasi buffo, un pazzo sardonico con assurda frangetta che stermina innocenti con una bombola di aria compressa. Ma il tono è così speciale che lascia dubbiosi. (...) Torna in mente 'Barton Fink', altro film in cui il male si dava come enigma impenetrabile e quasi metafisico. Ma dietro questa parabola vibra un'inquietudine nuova. Come se i protagonisti fossero tre volti di uno stesso personaggio, le loro differenze tutto sommato casuali, e il dio del racconto si divertisse a giocare a dadi coi loro destini sullo sfondo di un'America sempre più barbarica e regressiva." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 22 febbraio 2008)

"Per chi ha sempre ritenuto il cinema dei fratelli Joel ed Ethan Coen un tantino sbilanciato su un approccio cerebrale alla materia, con 'Non è un paese per vecchi' può trovarsi di fronte al paradigma fondatore
dell'assunto. I Coen ragionano esclusivamente in termini teorici fingendo di interessarsi agli sviluppi di una semplice storia fatta di inseguimento gatto-topo (e cane), lavorando freddamente su come si devono guardare le immagini e dell'effetto che possono provocare, più che del cosa vogliono contenutisticamente trasmettere. (...) Chigurh, un Bardem con raggelante voce cavernosa, parrucchetta da paggio e un'ingombrante diabolica arma sempre in mano, è il killer più spietato che il cinema abbia ideato nell'ultimo decennio. La personificazione del male che nel suo percorso per ritrovare il bottino si imbatte in casuali duetti dove il destino del dirimpettaio è demandato con ghigno degli ideatori, e pathos del racconto insostenibile, all'imperscrutabile destino. Per i Coen il cinema, e 'Non è un paese per vecchi' nello specifico, è un gioco serissimo, basato su rigorose impostazioni teoriche godardiane (o alla Tarantino). Tanto che per una volta si permettono di sottrarre alle loro immagini sature di luci e inquadrature differenti il commento musicale, praticamente inesistente, ed ogni (forzato) riferimento filosofico/morale al romanzo d'origine di Corman McCarthy che si dedicava maggiormente alla mutazione antropologica della frontiera statunitense/messicana."
(Davide Turrini, 'Liberazione', 22 febbraio 2008)

"Pur nel mondo senza pietà che il film rappresenta si avverte come uno sguardo di compassione posato sui personaggi, la loro inconsolabile solitudine, gli sforzi quasi patetici per darsi una ragione una ragione di esistenza. Lo sguardo riflessivo è unito a una regia incomparabile, geniale, stilizzata, così piena di idee che sarebbero sufficienti per cinque o sei altre pellicole. E' difficile inquadrare con stile, compassione e ironia il mondo, nel momento stesso in cui lo rappresenti come un posto totalmente impazzito. Le rare volte in cui ciò avviene, il capolavoro non è lontano. E una volta tanto, anche otto nomination agli oscar non appaiono esagerate." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 22 febbraio 2008)

"Tratto dall'omonimo romanzo di Cormac McCarty, Non è un paese per vecchi - in concorso a Cannes ma rimasto all'asciutto perché considerato film di genere - si svolge in Texas, al confine con il Messico. Qui si incrociano i destini di tre uomini (...) I fratelli Coen, apprezzati per film come Fargo e Il grande Lebowski, anticipano l'azione di un paio di decenni e si discostano dal romanzo trascurando la parte narrativa che McCarty affida alternativamente allo sceriffo: voce narrante che assurge sia pure stancamente a coscienza morale in un mondo in disfacimento. Quello in cui si svolge la storia, segnata da violenze assurde e insensate, è un mondo in cui non c'è posto per i vecchi valori. È un mondo popolato da uomini che, come scrive il romanziere, "se uno li ammazzasse tutti, toccherebbe costruire una dépendance dell'inferno". Ebbene nel film questa coscienza morale non c'è e - forse volutamente - emerge debolmente dal personaggio dell'
uomo della legge. Troppo poco per riscattare tanta gratuita violenza. Se non altro nei Coen non c'è compiacimento nel mostrare con crudezza tanta malvagità nelle fattezze di un killer che lascia cadaveri ovunque passi, ma neppure c'è un barlume di credibile compassione. E il pur apprezzabile humour - una delle note caratteristiche dei Coen - che spesso fa da contraltare al sangue versato a profusione non toglie nello spettatore quel senso di fastidioso vuoto assoluto. Il sogno americano va in frantumi, i registi lo descrivono con toni forti e non offrono alcuna ancora di salvezza, nessuna speranza per il futuro. Il pur disilluso McCarty nel romanzo lascia invece aperto qualche spiraglio. E qui si torna alla riflessione iniziale, ovvero la visione decisamente pessimistica che gli Stati Uniti danno di se stessi attraverso il cinema. Una visione a quanto pare condivisa dai giurati degli Academy Awards, che ha premiato una pellicola che non lascia adito a dubbi in proposito, mostrando il declino della moderna società, lo sgretolamento dei valori. La nuova frontiera non è violenta quanto se non più di quella mitizzata. Il viaggio è finito. Le illusioni anche. Insomma, un segnale poco incoraggiante. Meno male che a fare da contrappunto ci hanno pensato gli "oscar" del cinema indipendente che, non dovendo dar conto alle grandi produzioni hollywoodiane, hanno premiato proprio 'Juno' come miglior film, migliore sceneggiatura opera prima (con Ellen Page migliore attrice protagonista), e 'Lo scafandro e la farfalla' per la regia e la fotografia. Insomma, un riconoscimento a chi, a quanto pare controcorrente, racconta la bellezza della vita." (Gaetano Vallini, 'L'Osservatore Romano', 26 febbraio 2008)
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