Non chiamarmi Omar

ITALIA - 1992
Non chiamarmi Omar
In una giornata nebbiosa in una città dell'Italia del Nord, si "agitano" numerosi personaggi: Bruno, un anziano tassista, che lavora sempre portandosi dietro Monica, la moglie dalle gambe inerti; Marconi, un tecnico-audio che sottrae la moto al figlio Saimon per andare al lavoro e lo lascia furibondo con la madre, Viola, in perpetuo stato ansioso; un traffichino, Assiro Fez, disprezzato dalla consorte Golda, impegnato in una trasmissione radio e, infine, il chirurgo Omar Tavoni, proprietario di una clinica, coniugato con Luisa, nonché uomo assai misterioso. Dalla trasmittente, dove Carpioni, il conduttore di una rubrica di successo e Hanna Lefevre, una femminista tutta livore e frecciate, ospitano il questore ed un sottosegretario di Stato, lo stesso Carpioni insiste con il chirurgo perché diriga in diretta un'operazione da far eseguire a Pizzatti, uno sprovveduto medico: è nella sua clinica, infatti, che è stato portato dopo uno scontro il tecnico Marconi. sbalzato già dalla moto, del che si è occupato Bruno che poco prima aveva avuto come cliente un gigantesco uomo di colore, il quale sul taxi aveva trovato una valigetta del medico Tavoni. Lasciata temporaneamente sola, Monica sorride a nando, un aiuto-pizzaiolo, mentre disperata, Viola teme per la vita del marito ma, al tempo stesso, ritrova Gastone, un ex innamorato (ora sposato e lei non lo sa). Fra battibecchi, bisturi comandati da lontano dal malcapitato Tavoni e maneggiati da un delirante Pizzetti, le corse delle donne e la valigetta che passa di mano in mano, si arriva alla fine della radiotrasmissione. La paralitica ritrova l'uso delle gambe; madama Tavoni si ribella al marito e Viola alza la voce sul figlio mezzo scemo, cavalcando lei la moto e beffandosi con le nuove amiche dei loro uomini (il suo è morto, così come a morto il pizzaiolo), non senza aver fatto crollare sul pavimento il gigantesco uomo di colore. Le tre donne, sentendosi ormai libere da ogni affanno, partono allegramente e l'astuta Lefevre si allontana, recando con sé - e sicuramente per altri interessati - i documenti riservati che Omar Tavoni teneva gelosamente nella famigerata valigetta.
  • Durata: 118'
  • Colore: C
  • Genere: GROTTESCO
  • Specifiche tecniche: PANORAMICA A COLORI
  • Tratto da: racconto "Notti crudi" di Francesco Tullio Altan
  • Produzione: ISTITUTO LUCE, YARNO CINEMATOGRAFICA, RAI
  • Distribuzione: ISTITUTO LUCE, ITALNOLEGGIO CINEMATOGRAFICO - 20TH CENTURY FOX HOME ENTERTAINMENT

NOTE

- REVISIONE MINISTERO NOVEMBRE 1992.

CRITICA

"Traendo il soggetto da un racconto (scritto, non "disegnato") di Francesco Tullio Altan, altro disegnatore satirico come lui, Sergio Staino riconosce onestamente che "è difficile risalire dalla magica astrattezza e sinteticità del fumetto alla complessa organizzazione delle sequenze filmate". Nelle considerazioni che precedono "Non chiamarmi Omar" presentato al festival di Venezia, Staino si è lasciato prendere la mano dall'ottimismo e dall'autoincensamento, affermando che il suo film è "bello e divertente". In tutta franchezza, questo non è vero. Anche la migliore disposizione e la più larga tolleranza di uno spettatore più che oggettivo, il film bello e divertente non lo è affatto. E' squallido, affannoso e scollato di limiti della farneticazione. I dialoghi (volutamente, forse) sono assurdi, si avanza a balzelloni e strappi, con una quantità di figurette (troppe, alcune delle quali con smaccata impudenza il regista definisce animate da "grandi star") e con battutine insulse. E' ovvio che nel coacervo entra di tutto (la politica, il potere radiotelevisivo), ma senza mai conferire al film non solo la forza ed il vetriolo del sarcasmo, ma neppure un minimo di graffiature superficiali. Fa difetto l'atmosfera e a dire il vero neppure ci si riesce a divertire. C'è la deformazione della realtà (e dei suoi modesti campioni umani) tipica del genere grottesco, ma il resto è stiracchiato, con fondata, purtroppo, impressione di un irreversibile e dissennato sconquasso." (Segnalazioni Cinematografiche, vol. 114, 1992)
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