Non bussare alla mia porta - Don't Come Knocking

Don't Come Knocking

GERMANIA, FRANCIA - 2005
Non bussare alla mia porta - Don't Come Knocking
Howard Spence, eroe dei film western, è un attore ormai sul viale del tramonto che si sta consumando brutalmente mediante alcol, droga e sesso. Quando viene a conoscenza del fatto che Doreen, una donna che ha amato nel passato, ha avuto un figlio da lui e non gli ha mai detto nulla, Howard si convince che la sua vita non è stata forse del tutto inutile. Tuttavia a complicare le cose potrebbero contribuire Sky, anche lei forse nata da una relazione del passato, e Sutter, un uomo che si è messo sulle tracce di Howard e che è incaricato di farlo tornare sul set del film che ha abbandonato nel bel mezzo delle riprese...
  • Altri titoli:
    Don't Come Knockin'
  • Durata: 122'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM (1:2.35)
  • Produzione: REVERSE ANGLE PRODUCTION, ARTE FRANCE
  • Distribuzione: MIKADO
  • Data uscita 30 Settembre 2005

RECENSIONE

di Davide Turrini
Alla ricerca di un tempo perduto, di città quasi disabitate, di figli lasciati al loro destino, di responsabilità paterne dimenticate. Ballata dolente e comica, movimento e stasi, classicità del testo e tocchi di ermetismo surreale, un Wenders doc, incapace di rinnovarsi, di evolvere il cinema a suo favore. Stanco, ripetitivo fino all'essicarsi di una poetica e di un'estetica anni '80, oramai demodé. Dal set in cui il protagonista Howard, alias Sam Shepard, all'improvviso scappa, si sta girando Il fantasma dell'Ovest, idea abusata della confusione filosofica di una frontiera geografica e politica che sembra tanto criticabile, ma che alla fine è l'impalcatura condivisa su cui poggiare l'intera storia. Tanto che il cowboy Howard è tale anche nella vita: non ha meta, lascia tracce, scompare, riappare. Ricalcando e mascherandosi dietro un'annacquata figura alla Steve Mcqueen (sesso, droga, alcool e vita sregolata), il protagonista di Don't Come Knocking amplifica la spersonalizzazione della materia, la vaghezza dell'assunto di fondo. Wenders è così, prendere o lasciare. Certi momenti (non manca il frame dalla tv di casa dove si vedono immagini di guerra dall'Iraq) paiono proprio un obbligo per esplicare quella partigianeria che altrimenti mai si potrebbe cogliere. Wenders sopravvive anche di amatori criminali che gli appioppano morale ed etica, quando il suo cinema è trascendenza del pensiero pura, senza regole, senza limiti, spesso senza un esplicito perché. Ipnotizza sì, ti coccola in un brontolio di dialoghi e drammaturgia assolutamente peculiare, ma spesso sembra un documentario sui canyon dell'ovest, un precipitato di dejà-vu del loser di turno, con un po' di acciacchi e il fascino di un ragazzino, un defilato e silenzioso scopiazzare apparizioni di umanoidi lynchiani. Constatiamo che lo stato delle cose sta paurosamente volgendo al peggio.

NOTE

- PRESENTATO IN CONCORSO AL 58MO FESTIVAL DI CANNES (2005).

CRITICA

"Jarmusch e Wenders non si sono mai visti in vita loro, ma raccontano (quasi) la stessa storia e cominciano (quasi) allo stesso modo. Nubi grigie e malinconiche per Jarmusch, nuvole lievi e svelte per Wenders, che ottiene anche una specie di effetto-Magritte inquadrandole da dietro un paio di occhi, in realtà due strani buchi fra le rocce di un canyon. Scritto e interpretato dall'ultimo cowboy Sam Shepard, 'Don't Come Knocking' comincia infatti come un western (...) Fino a quando Spence vaga fra i casinò che hanno invaso il Nevada (dal western alle slot machines, fine di una civiltà), o si sveglia non sa neanche lui come con tre ragazze accanto, Wenders sorprende e emoziona. Ma scivola nell'artificio e nel cliché quando il cowboy ritrova la sua antica fiamma e con lei il figlio che non conosceva. Mentre quella fanciulla (Sarah Polley) che si aggira per il Nevada con un'urna contenente le ceneri di un'altra mamma (e tre!) porta nel film il soffio angelico e salvifico che per Wenders è ormai un marchio. Peccato perché, 'Don't Come Knocking' ha momenti molto belli, specie quando guarda al passato ('Paris, Texas', sempre da Shepard, è del 1984, e i 21 anni si sentono tutti). Ma il dettaglio più wendersiano è forse il cartello finale, autentico, che indica le strade per le città di Wisdom (cioè saggezza) e Divide (qui non serve traduzione)." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 20 maggio 2005)

"Grosse nuvole attraversano il cielo di 'Don't Come Knocking', variando l'illuminazione dell'inquadratura. A Wenders, invece, non passa più nulla per la testa. Ci avesse risparmiato, almeno, la solita tirata con annesso 'volemose bene', come nel penultimo 'La terra dell'abbondanza'." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 20 maggio 2005)

"Non è la replica di 'Paris, Texas', ma anche Butte, Montana è una cittadina-fantasma sperduta sotto il Grande Cielo che sembra inventata apposta per dilatare l'occhio dell'anima di Wim Wenders. In 'Don't Come Knocking' incarna l'ultima frontiera del declinante divo del cinema Howard Spence (Sam Shepard), che ha appena appreso dalla vecchia madre (Eva Marie Saint) di averci lasciato crescere un figlio mai conosciuto, fugace corollario di uno dei troppi amori della sua vita spericolata. Con questo film che può degnamente aspirare alla Palma il sessantenne regista di Dusseldorf ritrova, insomma, il nerbo drammaturgico a più riprese sperperato perfezionando, nel contempo, il consueto feeling con le vertiginose vibrazioni del paesaggio umano e naturale americano. Il copione scritto a quattro mani con Shepard - il fascinoso attore, sceneggiatore e regista che nei diversi ruoli ha legato il suo nome a titoli di culto come 'I giorni del cielo', 'Uomini veri', 'Zabriskie Point' e, appunto, 'Paris, Texas' - non è forse esente da forzature e salti, ma la sua limpida cifra narrativa e la sua intima adesione melodrammatica si traducono in una ballata intensa e ispirata, un apologo sulla perdita delle radici e dell'identità, un rovesciamento dalle tonalità ironiche e donchisciottesche del mito dei naufraghi della celebrità. Grazie alla formidabile fotografia in Scope del giovane e già complice Franz Lustig, 'Don't Come Knocking' riesce a far parlare i panorami ad alta voce, a collegarli ai pensieri più che ai dialoghi, a coordinarli in virtuosistico equilibrio con i gesti e le azioni dei principali personaggi." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 19 maggio 2005)

"Il fallimento d'una vita, l'età che avanza, le occasioni perdute, la solitudine, il rimpianto: certo. Ma il film avrebbe poco valore se non fosse per due elementi: l'America bellissima di Wenders, vasti cieli azzurri, brandelli di nuvole candide, strade solitarie, pianure polverose. E la figura romantica di Sam Shepard, 62 anni, gli occhi come fessure e la faccia come cancellata, lo Stetson sempre in testa, la cognizione del dolore." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 20 maggio 2005)

"Con questo post western Wenders fa ciao ciao all' America sognata, un ultimo omaggio ai suoi splendidi paesaggi e ai suoi infelici cowboy. Come Sam Shepard che, fuggito dal set per ritrovare mamma, moglie e figlio ignoto, tampinato da un misero assicuratore (superbo Tim Roth), rimpiange il mondo affettivo che il cinema non ha saputo sostituire. A vent' anni da Paris, Texas, reso più conciliante dall' età, il 60enne Wim torna sui luoghi del delitto con struggenti corde della chitarra di T Bone-Burnett (e un dono di Bono). Momenti memorabili, lunghezze, tutto sincero: un grande autore può permettersi un po' di manierismo, nelle calde tonalità marroni e cinemascopiche del Montana, con divani gettati via insieme ai sentimenti. Vittoria ai punti alle donne: le magnifiche, pazienti Jessica Lange e Eve Marie Saint, uniche coi piedi per terra fra uomini smarriti." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 30 settembre 2005)
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy