NO - I giorni dell'arcobaleno

No

CILE, USA, MESSICO - 2012
5/5
NO - I giorni dell'arcobaleno
Nel 1988, il dittatore cileno Augusto Pinochet, messo alle strette dalle pressioni internazionali chiede un referendum sulla sua presidenza. I leader dell'opposizione convincono il giovane e sfrontato pubblicitario René Saavedra a condurre la loro campagna. Con poche risorse e costantemente sotto il controllo delle autorità, Saavedra e il suo team mettono in atto un audace piano per vincere le elezioni e liberare il loro paese dall'oppressione.
  • Durata: 110'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA, DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: UMATIC, 35 MM, DCP
  • Tratto da: opera teatrale "Referendum" di Antonio Skármeta
  • Produzione: FABULA, PARTICIPANT MEDIA, CANANA
  • Distribuzione: BOLERO FILM (2013)
  • Data uscita 9 Maggio 2013

TRAILER

RECENSIONE

di Bruno Fornara
No è - finora - il miglior film del Festival: e non si capisce perché non sia in concorso, ma alla Quinzaine - che del Festival non fa parte -, dove peraltro Larraín è “nato” come regista con il suo Tony Manero. No racconta le vicende della campagna referendaria del 1988, quando Augusto Pinochet, pensando di rafforzarsi, chiese ai cileni se lo volessero ancora al potere fino al 1997 oppure se volessero farla finita con la dittatura. Vinse il no. Come abbia trionfato l'opposizione e come ci si sia liberati del potente dittatore, è quello che il film racconta. Quel 1988 era la prima volta che i partiti di opposizione potevano far sentire la loro voce anche in tv: erano previsti degli spot di 15 minuti ogni settimana sia per il governo che per le tredici formazioni dell'opposizione, unite nel fronte del no.
Larraín, che parte da una piéce di Antonio Skarmeta, Referendum, racconta come andarono le cose nei mesi della campagna elettorale che portò alla scomparsa politica del tiranno. Nel film sembra di essere dentro quel tempo, viverne le attese: insicure, sentirne le speranze: fondate, patirne tutte le paure: la polizia politica, le minacce fisiche e psicologiche. C'è un personaggio principale che fa da perno, è il giovane pubblicitario René Saavedra, tornato in Cile dopo anni di esilio in Messico (l'attore è Gael García Bernal), molto bravo nel suo mestiere, molto scafato, che sa bene come l'arma pubblicitaria abbia la forza di imporre opinioni e che lavora in una grossa agenzia il cui capo è molto vicino al potere politico tanto da condurre e costruire la campagna per il sì. Il capo per il sì, il sottoposto per il no. René vede in questa impresa una sfida anche professionale: e difatti tira fuori tutti i ferri del suo mestiere, anche contro il parere di molti uomini politici che vorrebbero una campagna basata su motivi e temi sociali, economici, politici, le torture, la fame, la disoccupazione, la scomparsa di tante persone.
A questa impostazione “tragica” René contrappone una visione basata totalmente sulla speranza di una rosea e arcobalenica felicità a venire. Per lui la democrazia è un prodotto da smerciare, da vendere, da imporre per le attrazioni che propone, il benessere, l'avvenire, la pace, anche la felicità. Il René del film è un personaggio inventato. La campagna della sinistra venne gestita da un pool di persone; ma René riassume benissimo tutto il lavoro che allora si fece, un lavoro di convincimento positivo, anche illusorio, che portò incredibilmente alla vittoria. Se René è inventato, gli spot che si vedono nel film sono invece proprio quelli di allora. La canzone di battaglia (“Qui ci vuole un jingle!”) si può ascoltare su You Tube, titolo “Chile la Alegria ya viene”.
Magnifici e rivelatori, nella loro imbecillità, sono gli spot del sì, con un Pinochet buon papà, uomo della provvidenza, politico che pensa di essere eterno. Larraín era partito come regista con Tony Manero, film ambientato nel lugubre 1978, su un piccolo e oscuro omicida seriale che vorrebbe essere ballerino come il John Travolta della Febbre del sabato sera; poi era tornato indietro, con Post mortem, al momento del colpo di stato e dell'uccisione di Allende con un personaggio che lavora all'obitorio e che il cadavere di Allende se lo vede sul tavolo dell'autopsia. Adesso fa un passo avanti verso l'oggi e già aspettiamo di vederlo avanzare ancora più verso di noi: Larraín, classe 1976, cresciuto sotto il regime, ci sembra il migliore tra i giovani registi rivelatisi negli ultimi anni, uno che inventa forme di cinema, modi di ripensare il passato, di scavarlo, riportarcelo qui. Questo No non ha niente del film trionfalistico, non mette in scena il progredire verso una vittoria, guarda a quel 1988 come a un momento in cui lo scontro con il regime deve vincere usando i metodi della propaganda pubblicitaria più fasulla, gruppi di famiglia felici e saltellanti, ballerini e ballerine che danzano per la democrazia, un supereroe che avanza verso un futuro meraviglioso. E la propaganda del potere e del sì deve rincorrere e scimiottare questa del no. Quello che fa di No un grande film è anche un'altra cosa: è il suo adottare, come forma di costruzione delle immagini girate oggi e ambientate nel 1988, la stessa bassa definizione delle immagini di allora. Non c'è nessun salto di tono, composizione, colore e grana tra il film girato oggi e i materiali di tanti anni fa: questo perché le scene girate oggi sono state realizzate con il sistema in uso allora, il 3/4 U-Matic. Il che crea un potente effetto di avvicinamento di quell'epoca alla nostra, del Cile del moribondo Pinochet con il Cile di adesso. Il risultato è che lo spettatore si chiede quanto di quella felicità promessa sia stata poi raggiunta, quanto si siano chiariti e puniti i crimini della dittatura, quanto Pinochet, morto nel 2006, sia stato ‘eliminato' dalla vita del Cile. No elimina uno spazio di venticinque anni. Ti trascina nell'allora e ti fa pensare all'oggi.

NOTE

- ART CINEMA AWARD ALLA 44. QUINZAINE DES RÉALISATEURS (CANNES 2012).

- IN PROGRAMMAZIONE AL 65MO FESTIVAL DI LOCARNO (2012) IN 'PIAZZA GRANDE'.

- PRESENTATO AL 30. TORINO FILM FESTIVAL (2012) NELLA SEZIONE 'TORINO XXX'.

- CANDIDATO ALL'OSCAR 2013 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.

CRITICA

"Larraín usa una telecamera d'epoca che sgrana, esplode nei controluce, stordisce e costringe a «vedere» come una volta, quando la fine del dolore, dei delitti e dell'ingiustizia era presunta e la libertà viveva di distorsione e sfiducia. Abili, interessanti, studiati con precisione dai documenti, i passaggi per abbandonare la zavorra recriminatoria e passare al linguaggio vincente della pubblicità è un prontuario di storia della comunicazione di massa nell'era che fonde demagogia e pragmatismo." (Silvio Danese, 'Nazione-Carlino-Giorno', 10 maggio 2013)

"La democrazia è un forno a microonde. La libertà un prodotto da vendere a suon di pubblicità. I diritti civili, la fine della barbarie dopo 15 anni di orrori, una conquista strappata battendo il nemico sul suo terreno: la propaganda, la seduzione delle masse, la capacità di vendere un sogno. A costo di rimuovere le atrocità patite dal Cile sotto la giunta di Pinochet. Accolto trionfalmente all'ultimo festival di Cannes, 'No - I giorni dell'arcobaleno' del cileno Pablo Larraín rievoca un fatto storico prendendo le mosse da una pièce di Antonio Skàrmeta poi trasformata in romanzo (Einaudi). (...) Ambiguità raggelante, che si riflette alla perfezione nelle immagini sapientemente vintage e nelle calibratissime performances degli attori. Un film decisivo, doubleface, più che mai attuale. Da meditare a lungo." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 9 maggio 2013)

"Pablo Larraín, già autore di due film dall'indimenticabile personalità ('Tony Manero', 'Post Mortem'), nel suo 'No-I giorni dell'arcobaleno' ricostruisce in modo esemplare i ventisette giorni di campagna referendaria che segnarono l'inizio della fine per la dittatura di Pinochet in Cile. (...) Il film crea il personaggio di un esperto di tecniche pubblicitarie (Gael García Bernal) che viene chiamato a concepire slogan, simboli, contenuti della campagna. E lo fa all'insegna di una convinzione: non richiamare i dolori e gli orrori passati, proporre ottimismo, allegria, fiducia nel futuro." (Paolo D'Agostini, 'La Repubblica', 9 maggio 2013)

"'NO - I giorni dell'arcobaleno' (...) è uno dei film più rilevanti di questa stagione cinematografica (...). Pablo Larraín il regista cileno di due potenti film storici che hanno raccontano momenti diversi della vicenda sociale e politica del Cile al tempo di Pinochet, tanto da costituire con quest'ultimo un'ideale trilogia. (...) il film intreccia la ricostruzione finzionale con i repertori storici dando prova di una operazione raffinata anche sul piano linguistico e formale. Candidato agli Oscar stranieri, il film è una lezione di cinema e di storia, da vedere e proporre nelle scuole e nelle università." (Dario Zonta, 'L'Unità', 9 maggio 2013)

"Ispirato a un'opera teatrale, 'El plebiscito' - che l'autore Antonio Skàrmeta ha ora tradotto in romanzo (Einaudi) - 'No. I giorni dell'arcobaleno' ricostruisce l'avventura (vera sia pur romanzata) nelle sue contraddittorie problematiche: il rifiuto dei più puri e duri ad accettare che una militanza costata lacrime e sangue sia ridotta a stregua di prodotto commerciale, il violento contrattacco del regime allarmato dai sondaggi in calo; e in primo piano l'ironico quadretto delle sedute in cui si dibatte la strategia di 'mercato' atta ad abbattere la dittatura. Il tutto realizzato con una videocamera. Anni 80, sia per recuperare l'atmosfera d'epoca, sia per integrare il nuovo girato ai materiali d'archivio. Ma, al di là dell'interesse della tematica (se ne consiglia la visione ai politici di sinistra), 'No' è un film notevole, calibrato nella regia e felice nella scelta drammaturgica di filtrare l'intera vicenda attraverso lo sguardo di Saavedra (uno straordinario, sfumato Gael García Bernal): uomo politicamente apatico che pian piano si coinvolge mettendo a rischio se stesso e la famiglia; e però, al momento della vittoria, sul suo viso leggiamo il disincanto di chi ha capito quanto i meccanismi interni alla democrazia possano essere ambigui." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 9 maggio 2013)

"E' possibile cambiare il corso della storia con l'allegria? Si può far trionfare la democrazia con le stesse tecniche con cui si decreta il successo di una bevanda? Per capire cosa è accaduto nel Cile del 1988. quando Pinochet, in seguito a un plebiscito, fu bocciato dai cileni, andate a vedere 'No - I giorni dell'arcobaleno' di Pablo Larraín, che racconta con passione e intelligenza come un giovane pubblicitario liberò il proprio paese da un'odiosa dittatura durata venticinque anni." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 9 maggio 2013)

"Dopo 'Tony Manero' e 'Post Mortem', l'ottimo Pablo Larraí conclude la trilogia sulla dittatura cilena: 'NO' è il capitolo più accessibile e meno arthouse, ha diviso in patria, ha rastrellato premi nel mondo. Nel finzionale Saavedra si riversano i veri 'Mad Men' Eugenio García e José Manuel Salcedo, che coniarono la pubblicità della vittoria (...)" (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 9 maggio 2013)

"Nobile ma poco avvincente dramma tra cronaca e storia. (...) Fra i grigissimi personaggi spicca (...) Gael García Bernal, con la stessa aria afflitta di tutti i film precedenti." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 9 maggio 2013)

"«Volete provare adrenalina pura? Andate a una manifestazione politica in Cile, altro che Hollywood!» Ospite d'onore al festival di Locarno, il divo messicano Gael García Bernal sa bene di cosa parla, essendo protagonista di 'NO', il film del cileno Pablo Larraín sul referendum che nel 1988 detronizzò Pinochet. (...) Trentaquattro anni, 2 figli piccoli e una residenza tra Buenos Aires e Città del Messico, il fascinoso García Bernal parla come il Che. D'altra parte come biasimarlo visto che per ben due volte ha interpretato Guevara, prima nel 2002 nella serie tv americana 'Fidel', poi ne 'l diari della motocicletta' di Walter Salles. Ma emulazioni a margine, il 'ragazzo' ha stoffa. (...) Ieri sera ha ricevuto in Piazza Grande il premio Excellence Award Moët & Chandon presenziando alla proiezione ufficiale di 'NO', vero titolo gioiello di questa Locarno, ma anche tra i migliori visti all'ultima Cannes, dove ha stravinto nella sezione 'Quinzaine des Réalisateurs' facendo vergognare la direzione artistica per non averlo fatto concorrere tra i 'big'. «Un film pericoloso» (per quando uscirà in patria, dove ancora latita), l`aveva definita sulla Croisette il suo talentuoso regista." (Anna Maria Pasettti, 'Il Fatto Quotidiano', 9 agosto 2012)
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