Nemico pubblico

Public Enemies

USA - 2009
5/5
Nemico pubblico
Nell'America piegata dalla Grande Depressione Economica un uomo fuori dal comune riuscì ad attirarsi il favore e l'attenzione dell'opinione pubblica: John Dillinger, qualificato dalle autorità statunitensi come Nemico Pubblico Numero Uno. Spietato ma galante, Dillinger e la sua banda seminarono il terrore nelle banche degli Stati Uniti e si fecero beffe di J. Edgar Hoover e del suo Bureau of Investigation (futuro F.B.I.), guadagnandosi il plauso di coloro che avevano visto i risparmi di una vita confiscati dagli istituti di credito. A porre fine all'attività criminale di Dillinger fu poi Melvin Purvis, soprannominato 'il Clark Gable dell'FBI', che dopo un'interminabile serie di inseguimenti e sparatorie, con l'ausilio di un gruppo di sceriffi del West e di alcuni sedicenti amici di Dillinger, riuscì a tendere una letale trappola al celebre ed acclamato malvivente, ucciso all'uscita di un cinema di Chicago nel luglio del '43.
  • Durata: 140'
  • Colore: B/N-C
  • Genere: BIOGRAFICO, DRAMMATICO, POLIZIESCO
  • Specifiche tecniche: ARRIFLEX 235 / ARRIFLEX 435 / SONY CINEALTA F23 / SONY CINEALTA HDC-F950 / SONY PMW-EX1, HDCAM SR, 35 MM (1:2.35)
  • Tratto da: saggio "Public Enemies: America's Greatest Crime Wave and the Birth of the FBI, 1933-34" di Brian Burrough
  • Produzione: KEVIN MISHER E MICHAEL MANN PER FORWARD PASS, MISHER FILMS, TRIBECA PRODUCTIONS
  • Distribuzione: UNIVERSAL - DVD E BLU-RAY: UNIVERSAL PICTURES HOME ENTERTAINMENT HOMEVIDEO (2010)
  • Data uscita 6 Novembre 2009

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone
Sono pochi i cineasti americani a credere ancora nelle storie bigger than life, e anche meno quelli capaci di raccontarle in modo credibile. Michael Mann è tra questi. Da Heat-La sfida a Collateral, la sua filmografia è un antidoto al minimalismo retorico di questi anni e una sfolgorante galleria di ritratti leggendari e passioni abnormi, destini beffardi e vite al di là del bene e del male. L'epica al contrario del sogno americano, di cui Nemico pubblico rappresenta la variante d'epoca (siamo negli anni '30), e un modello senza sbavature. Tratto dal libro Public Enemies di Bryan Burrough, il film affronta una delle figure chiave della mitologia yankee, quel John Dillinger che il cinema hollywoodiano ha più e più volte messo in scena senza mai sfiorare però la radicalità e l'introspezione profuse qui dal regista. 
Dal materiale biografico di partenza, di cui conserva nomi, date e luoghi (la maggior parte delle location sono reali), Mann trasceglie i momenti significativi e gli snodi essenziali. L'evasione dal penitenziario di Stato dell'Indiana, la riunione con la gang, le rapine da una parte all'altra degli States, la sfida con Melvin Purvis (il mastino scelto da J. Edgar Hoover per guidare la speciale unità anti-crimine del neonato FBI), l'incontro con l'amata Billie Frechette, il tradimento di un'amica (la leggendaria "signora in rosso"), l'uccisione a pochi metri dal Biograph di Chicago dove aveva appena visto Manhattan Melodrama con Clark Gable: fissata nei suoi episodi fondamentali – procedimento tipico del regista, per cui la narrazione è una successione di circostanze decisive - la vicenda di Dillinger sullo schermo acquista un'indefinibile valenza mitica, come l'eco di una tragedia antica. Al romanticismo struggente del personaggio concorre l'interpretazione volutamente sottotono di Johnny Depp, malinconica maschera di un'epoca al tramonto, dove l'amicizia, la parola e l'etica contano ancora. 
L'ammirazione che Mann prova per il suo eroe è speculare al consenso goduto da Dillinger durante la Grande Depressione. Il popolo vedeva in lui una sorta di Robin Hood deciso a togliere alle banche quello che le banche avevano sottratto al popolo (da qui il rimando al presente sbandierato dai critici americani, che il cineasta però sembra assecondare poco). E il film sottolinea questa sua galanteria a più riprese, quando mostra la generosità del rapinatore nei confronti degli ostaggi o la tenace opposizione ai metodi violenti di Baby Face Nelson. Ma il culmine della fascinazione lo si raggiunge grazie all'intreccio amoroso – come al solito il regista è abile ad approfondire ogni sottotesto possibile, immergendo lo spettatore in tutti i livelli del racconto – e al modo in cui Dillinger corteggia, conquista e resta fedele alla sua compagna, la brava e bella Marion Cotillard. 
Grande affabulatore, Mann rende interessante ogni segmento narrativo, ogni faccia (perfetto il cast, ma Bale è un po' marmoreo) e dettaglio (dalla musica ai costumi), in un magistrale esercizio di equilibrio che tocca il suo vertice nell'amalgama di classicità e digitale, mito e realismo. Un digitale esaltato dalla fotografia crepuscolare di Dante Spinotti, riverbero opaco di un mondo dove gli uomini nuovi sono forse peggiori dei cattivi che hanno sconfitto.

NOTE

- TRA I PRODUTTORI ESECUTIVI FIGURA ROBERT DE NIRO.

CRITICA

"Mann è un cineasta radicale che da giovane ha lavorato molto in Inghilterra perché negli Usa, per lui, tirava un'ariaccia: pur essendo un ebreo bianco, le sue simpatie per le Black Panthers lo avevano messo nei guai. Poi, è anche un grande stilista, e 'Nemico pubblico' è un clamoroso esercizio di stile, né più né meno di 'Collateral' o 'Miami Vìce': lo straordinario realismo delle sparatorie si sovrappone all'uso straniante della colonna sonora quasi rock, e nel finale il suddetto gangster-movie con Gable e Powell diventa un controcanto ironico alla fine di Dillinger, un po' come il numero di tip-tap in 'Cotton Club' di Coppola. Johnny Depp, bravo come sempre, sfida il mito di Gable: ed è forse l'unico attore vivente a poterci provare." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 06 novembre 2009)

"In cifre in cui si tende via via sempre di più a un iperrealismo che di ogni personaggio fa una persona, di ogni evento, vivo e immediato, fa un fatto di cronaca. Naturalmente tanta ricerca della verità concreta avrebbe difficilmente dato i suoi frutti senza l'interpretazione magistrale di Johnny Depp: mai gridata, mai sopra le righe, con un intimismo e perfino un minimalismo che risolve tutto negli sguardi, se non addirittura nei silenzi. Mentre intorno esplodono solo gli spari dei revolver e dei mitra. Fino all'ossessione." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 06 novembre 2009)

"Dopo diverse trasposizioni di nemici pubblici (James Cagney per William Wellman nel '31, Warren Oates per John Milius nel '74), Mann propone l'esposizione del rapinatore lavorando sull'abbellimento e la coreograficità dell'atto furtivo come dei mortali scontri a fuoco. Le rapine, le sparatorie, le spartizioni di bottino sono seguite sia con un voluttuoso montaggio, sia con una macchina da presa che stringe d'improvviso il quadro, seguendo la direzione del gesto (per esempio lo smontaggio delle armi al ritorno dalla prima evasione). Anche se alla fine è sempre la sintesi compositiva tra sguardo, suono e cromatismi a infondere la carica. L'arrembaggio arriva sempre da fuori, da chi compone e non da chi interpreta il componimento. Prendete un qualsiasi inseguimento (tutti i set del film, tra Illinois e Wisconsin, sono stati veri luoghi battuti dalla banda di Dillinger) e noterete i raggi di sole che creano bolle e riflessi sull'otturatore, clangore di auto e armi d'epoca, epiche armonie di Elliot Goldenthal a riecheggiare 'L'Ultimo dei Mohicani'. Opinabile la presenza della pupa del gangster (Marion Cotillard). Da ricordare uno degli highlights del cinema di superficie di Mann: la concitata presentazione dell'agente Purvis (Christian Bale) sulle note di 'Ten million slames'. Un paio di minuti in visibilio, un paio di secondi per l'oblio." (Davide Turrini, 'Liberazione', 06 novembre 2009)

"La psicologia non interessa Mann, che resta un fenomenologo: il narcisismo del gangster è senza spessore e background. Il che (con la pretestuosa polemica di Dillinger contro le banche che 'rapinano' la gente) fa la modernità del film, un catalogo del male spregiudicato e deduttivo, ma senza ideali né romanticismo, ormai privo dell'aura del mito, più reality che realtà." (Piera Detassis, 'Panorama', 13 novembre 2009)

"Allo spettatore europeo resterà ostica la questione delle giurisdizioni dei singoli Stati, che terminavano ai loro confini. Allora il crimine federale era una figura meno diffusa di quanto lo sia oggi. Perché bastava un'auto, come prima era bastato un cavallo, per stabilirsi altrove quasi serenamente. Ma vediamo all'essenziale. Milius aveva capito da Raymond Chandler che non esiste una faccia pulita del dollaro. Perciò aveva messo sullo stesso piano il cacciato (Dillinger) e il cacciatore (Purvis). Mann ci prova, ma non ci riesce. Rende Purvis più rispettabile, ma anche più grigio, fino all'acquiescenza verso il doppiopetto (e negligé di seta, nell'intimità) del capo dell'Fbi, Edgar Hoover. Insomma, tutto funziona e nulla rimane di 'Nemico pubblico'." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 6 novembre 2009)

"Fa piacere ritrovare Depp in un ruolo adulto e in una recitazione a basso voltaggio. L'attore, 47 anni, sfodera il suo carisma, credibile in Borsalino e mitra Thompson, mentre alterna lampi di fredda ferocia agli slanci romantici verso la compagna Billie Frenchette." (Arianna Finos, 'Il Venerdì', 06 novembre 2009)

"Il regista Michael Mann, ispirandosi al romanzo criminale 'Nemico Pubblico' di Bryan Burrough, ha realizzato un racconto molto bello, pacato e crudele. Su assedi e fughe grava una strana malinconia, Johnny Depp impersona benissimo l'eleganza cattiva, triste e innamorata del giovane gangster." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 06 novembre 2009)
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