Nell'anno del Signore

ITALIA, FRANCIA - 1969
A Roma, nel 1825, il compito di reprimere, nell'indifferenza popolare, i tentativi rivoluzionari di sparuti gruppi di liberali è affidato al cardinale Rivarola e al colonnello Nardoni. Quando il ciabattino Cornacchia viene a sapere che don Filippo Spada, liberale di tiepide convinzioni, ha denunciato i compagni, avvisa due carbonari, il dottor Leonida Montanari e un fuoriuscito modenese, il giovane Angelo Targhini, i quali aggrediscono Spada per ucciderlo, riuscendo soltanto a ferirlo. Giuditta una giovane ebrea che convive con Cornacchia ma è innamorata di Montanari, cerca di convincere i due congiurati ad abbandonare Roma, ma inutilmente. Catturati da Nardoni, che sospetta di loro, e condotti alla presenza di Spada, i due vengono riconosciuti e arrestati. Il processo, svoltosi senza difesa, si conclude con la loro condanna a morte. Alle aspre accuse di Giuditta, che gli rimprovera di vivere nello stesso torpore che vieta al popolo romano di ribellarsi contro l'assolutismo, Cornacchia rivela alla donna di non essere quel ciabattino analfabeta e pusillanime che tutti ritengono, ma il temuto Pasquino, l'inafferrabile voce di Roma che, con le sue satire affisse sull'omonima statua, svolge una efficace attività clandestina contro il governo pontificio. Compiuto un inutile tentativo di consegnare se stesso, in cambio della vita di Montanari, al cardinale Rivarola Cornacchia, conscio che senza l'appoggio popolare non si fanno rivoluzioni, si ritira in un convento mentre sulla pubblica piazza Montanari e Targhini - che uno sciocco frate ha cercato inutilmente di indurre al pentimento - vengono ghigliottinati.

CAST

NOTE

- PREMIO DAVID 1970 A NINO MANFREDI COME MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA.

CRITICA

"Il film è ambiguo, molto parziale, con varie forzature e anche falsità storiche, manca l'oggettività della critica riguardo alla Chiesa nell'esercizio del potere temporale. Anche se certi atteggiamenti istrionici di membri del clero prestati nel film sono intinti di anticlericalismo, non rivolgiamo questa accusa al regista, ben sapendo che quando la religione si contamina col potere politico ha tutto da perdere. Tuttavia si può esigere da un regista serio che eviti la falsità storica. Ad esempio il cardinal Agostino Rivarola non ebbe nulla a che fare con l'esecuzione di Angelo Targhini e Leonida Montanari. La commissione speciale che condannò i due carbonari era presieduta da mons. Bernetti, governatore di Roma. Il card. Rivarola è presentato nel film come un cinico spietato, quando sappiamo che, essendo governatore a Ravenna, in un processo che coinvolse 514 imputati, ai 7 condannati a morte commutò la pena, molti graziò e assegnò pensioni ai familiari dei condannati alla galera. Quando attentarono alla sua vita e invece venne ucciso il canonico Muti, il delegato papale mons. Invernizzi condannò i cinque imputati alla forca. Il card. Rivarola scrisse una lettera al Papa perché concedesse loro la grazia, ma non fu esaudito. Indubbiamente il Rivarola fu un uomo severo nell'esigere il rispetto alla legge, ma anche incline alla clemenza. Inoltre il regista poteva studiare meglio la storia riguardo ai due imputati Leonida Montanari e Angelo Targhini. Quest'ultimo non era modenese, ma oriundo di Brescia, si era stabilito a Roma, con la famiglia. Era un tipo violento, fiero, rissoso. A 20 anni fu coinvolto nell'omicidio di un certo Corsi. Condannato a 10 anni di carcere, ne scontò solo uno, purché si ritirasse in un convento e quasi subito per buona condotta fu rimesso in libertà. Divenuto massone e carbonaro fu coinvolto col Montanari nel ferimento di un certo Giuseppe Pontini e non del nobile don Filippo Spada. Sottoposto a processo (nel film non c'è ombra di processo) negò sempre il ferimento, ma ammise di essere carbonaro. Per avere la grazia giocò sulla commedia: abiurò alla carboneria, chiese un confessore, ostentò sentimenti di pentimento e di religiosità. La commedia non gli giovò, perché fu processato con il Montanari e condannato a morte. Perduta la speranza di ottenere la grazia, si dichiarò miscredente, rifiutò, ogni conforto religioso. Mori professandosi innocente, massone e carbonaro. L'istrione-commediante non è il frate confessore dei due condannati, come appare Alberto Sordi nel film di Magni; ma Angelo Targhini, secondo la storia. Per il card. Agostino Rivarola, cfr. Moroni Gaetano: Dizionario di Erudizione Storico Ecclesiastica - Venezia, Tip. Emiliana, 1852; pp. 59-63. Per Angelo Targhini, cfr. Enciclopedia del Risorgimento - Personaggi. Vol. I; Pag. 399. La vicenda che si svolge nel film non è quindi così semplicistica e neppure così falsa come la presenta Magni nell'
'Anno del Signore'." ('Segnalazioni cinematografiche', vol. 93, 1982)
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