Nebraska

USA - 2013
5/5
Nebraska
Trapiantato a Billings, nel Montana, il testardo e taciturno Woody Grant riceve una lettera che gli comunica di essere il fortunato vincitore del jackpot di una lotteria pari a un milione di dollari. Deciso a intascare il premio, Woody insiste per recarsi immediatamente a Lincoln, in Nebraska: un viaggio di 1.200 chilometri che per lui può essere molto complicato da affrontare, visto che riesce a trascinarsi appena per qualche isolato e che deve fermarsi spesso a bere qualcosa. Benché riluttante e convinto che il viaggio sia apparentemente ridicolo e senza scopo, sarà il figlio David, preoccupato per lo stato mentale del padre, ad accompagnare Woody nella bizzarra traversata. Padre e figlio vivranno così una specie di moderna odissea familiare, che diventerà l'occasione per ripercorrere il passato, raccontarsi e conoscersi.
  • Durata: 121'
  • Colore: B/N
  • Genere: COMMEDIA, DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: ARRI ALEXA M/ARRI ALEXA PLUS 4:3, GEMINI 4:4:4, (2K)/PANAVISION, 35 MM/D-CINEMA (1:2.35)
  • Produzione: PARAMOUNT VANTAGE, FILMNATION ENTERTAINMENT, BLUE LAKE MEDIA FUND, ECHO LAKE ENTERTAINMENT, BONA FIDE PRODUCTION
  • Distribuzione: LUCKY RED (2014)
  • Data uscita 16 Gennaio 2014

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
Un uomo sulla strada, vecchio, stanco, opaco. Ha un sogno, no, solo una meta: Nebraska, incassare il premio promesso da una lettera pubblicitaria, un milione di dollari. Woody Grant (Bruce Dern) forse è solo pervicacemente senile, non inguaribilmente demente, ma a casa non ne possono più: la moglie Kate (June Squibb) pensa all'ospizio, i due figli ci pensano. Uno, David (Will Forte), finisce per pensare altrimenti: il viaggio è inutile, la destinazione un miraggio pubblicitario, ma mette il padre in macchina e parte. Nottetempo, Woody cade, si taglia la testa, finisce in ospedale, e l'on the road fa una sosta nella sua cittadina natale in Nebraska: arrivano la moglie e l'altro figlio, i fratelli di Woody bramano il premio, la riunione di famiglia può iniziare, la reunion di passato e presente, padri e figli anche.
Non ci fosse l'Adéle di Kechiche, la Palma di Cannes 66 sarebbe già assegnata: Nebraska di Alexander Payne, viceversa, se la deve sudare a tu per tu. Ottimo, comunque, è ottimo: bianco e nero per incidere su schermo una nuova grande depressione, il mostro sacro Bruce Dern per dormire a bocca aperta, barcollare sul ciglio della strada, lisciare quella benedetta lettera ed entrarci nel cuore. No contest: Nebraska è il miglior film di Payne, summa etica dell'ironia vinificata da Sideways e il commiato ereditato da The Descendants, storia Americana, a straight story, e presente umano, paternità relegata e riscatto delegato.
I vecchi se ne vanno, ma prima fuggono: di testa e a piedi, inseguendo una promessa di felicità, un anelito di dignità. Ebbene, non conta la lettera, ma il destinatario: David ha un sussulto e quella lettera la prende lui, facendosi carico non di quel che c'è scritto, ma di quanto il padre ci legge. Un nuovo suv per lui povero vecchio che non guida più, e qualcosa da lasciare ai figli: David esaudisce entrambi i desideri, siglando con papà un passo a due colori, età, rapporti e sentimenti nell'America profonda. Quella che vede (bianco e) nero anche quando fuori non piove, perché c'è crisi e per i vecchi ancora di più. Contano i figli, dunque, David e Alexander, sulle orme di un gigante azzoppato dalla fiducia che oggi non c'è più: Woody ha l'unica colpa di credere a quel che c'è scritto sulla lettera e, commenta il mittente, too bad! Per lei, s'intende, e per chi in questo Nebraska non sappia intendere l'immagine della vita, l'eterno dai e vai delle nostre generazioni.
 

NOTE

- PREMIO PER LA MIGLIOR INTERPRETAZIONE MASCHILE A BRUCE DERN AL 66. FESTIVAL DI CANNES (2013).

- CANDIDATO AI GOLDEN GLOBES 2013 PER: MIGLIOR FILM (CATEGORIA MUSICAL/COMMEDIA), REGIA, SCENEGGIATURA, ATTORE PROTAGONISTA (BRUCE DERN) E ATTRICE NON PROTAGONISTA (JUNE SQUIBB).

- CANDIDATO ALL'OSCAR 2014 PER: MIGLIOR FILM, REGIA, SCENEGGIATURA ORIGINALE, ATTORE PROTAGONISTA (BRUCE DERN), ATTRICE NON PROTAGONISTA (JUNE SQUIBB) E FOTOGRAFIA.

CRITICA

"Personaggi fragili, perdenti secondo il giudizio comune, alla disperata ricerca di un posto nel mondo capace di accoglierli, di qualcuno in grado di amarli. Uomini in cerca di donne, figli, padri, in un'America da attraversare con passo incerto, forse, ma con lo sguardo teso a scoprire l'invisibile. Il regista americano Alexander Payne torna per la quarta volta nella sua terra natale, dal quale il successo hollywoodiano non è riuscito a strapparlo, per girare un nuovo road movie, 'Nebraska' (...), che a Cannes ha regalato il premio come migliore attore protagonista all'anziano Bruce Dern, ulteriore conferma che il cinema di oggi ha riscoperto tutto il fascino degli ultrasettantenni. Capelli arruffati, camminata sghemba, testa chissà dove, Dern, nei panni di Woody Grant, è convinto di aver vinto un milione di dollari a una lotteria e si mette in cammino per andare a riscuotere il premio. Preoccupato, suo figlio decide di accompagnarlo, sperando nel frattempo di riuscire a convincerlo che si tratta di un equivoco, di una truffa. Ma il vecchio e confuso Woody crede a quello che gli viene detto e così i due, padre e figlio, iniziano un viaggio tra paesaggi vasti, desolati, e in bianco nero, il colore dei film di Kurosawa che Payne tanto ama. (...) Le avventure umane on the road, dicevamo, fanno parte del dna del cinema di Payne, che ci ha raccontato i viaggi di Jack Nicholson in 'A proposito di Schmidt', quello di Paul Giammatti in 'Sideways' e quello di George Clooney in 'Paradiso amaro'. Questa volta in ballo c'è la dignità che un figlio vorrebbe restituire al suo anziano padre, il rispetto per un uomo quasi sconosciuto, ma ricco di esperienza da condividere. Il viaggio diventa dunque l'occasione per scoprire il passato del genitore, le sue speranze giovanili, i suoi sogni, le sue delusioni, ma anche per incontrare una serie di bislacchi personaggi di un'America lontana, rurale e di provincia, uomini e donne a volte teneri, altre volte meschini e inconsapevolmente feroci. E Payne, selezionando tanti attori non professionisti, presi dalla strada e dalle fattorie locali, i cui provini sono stati affidati a figli e nipoti muniti di telefonino e tablet, dimostra il proprio talento nel riportare sullo schermo con umorismo e malinconica la verità di luoghi, atmosfere e situazioni umane, la poetica banalità di piccoli gesti quotidiani dietro i quali si cela però una grande ricchezza umana". (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 14 gennaio 2014)

"Tornando per la quarta volta a casa, nel Nebraska, Alexander Payne, il miglior regista di perdenti su piazza, ci racconta una storia on the road ma intimista, scritta da Bob Nelson, soffusa, fatta di niente e di tutto, con importanti pause, con l'insegna al neon psicologico della malinconia (ma anche melanconia). Al centro del film, bello e struggente (ricorda il Lynch di 'Una storia vera'), un rapporto andato a male tra padre e figlio, un vecchio beone che parte a piedi dal Montana per ritirare l'inesistente premio di una Lotteria: il figlio per pietas gli dà un passaggio a colmare silenzi, apatie, vuoti del passato. Tipico della cultura americana (basti pensare al Miller del 'Commesso viaggiatore'), l'incontro scontro tra due generazioni andrà a buon fine, mentre la situazione si evolve nel più assoluto, grottesco cinismo, quando il nostro all'ultimo incontra i vecchi amici tronfi di squallore e parenti serpenti pronti a rapinargli la presunta vincita. Tappe molto «made in Usa», dal saloon alla zuffa al cimitero di Spoon River, infine dopo 2000 km. ritorno a casa, missione affettiva compiuta. Nel Midwest americano, un deserto psicologico, sembra di sentire le ballate di Guthrie, i song di Springsteen o vedere quel capolavoro che era 'L'ultimo spettacolo' di Bogdanovich cui lo unisce la scelta stilistica e morale di un magnifico bianco e nero: una fotografia da Oscar di Phedon Papamichael che recupera il valore della memoria delle storie e della Storia come fossimo nei paesaggi rurali di Faulkner. Payne, cecoviano stilista interiore di uomini in panne, narratore di torti quotidiani e dissolvenze di famiglia, prende per mano il 77enne Bruce Dem, grande dell'America '70 ('Tornando a casa', 'Complotto di famiglia', 'Non si uccidono così anche i cavalli?'), e lo riporta in vetta con un'interpretazione di rara sensibilità che lo riscatta dall'aver sparato alle spalle a John Wayne nei 'Cowboys'. Strepitosa anche l'interpretazione del figlio Will Forte che esprime al meglio l'anonimato 40enne e la pulsione piccolo borghese." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 16 gennaio 2014)

"Le suggestioni evocate dalla provincia americana in bianco e nero di 'Nebraska', e il suo ammaccato personaggio principale, ci ricordano tante cose. Ci ricordano i primi film di Peter Bogdanovich, cultore con 'L'ultimo spettacolo' del 'come eravamo' nella vita e nel cinema. Ci ricordano il film più anomalo di David Lynch, 'Una storia vera', il suo migliore secondo i più eterodossi tra i suoi estimatori. Ci ricordano la leziosa cinefilia di Wenders o di Jarmusch. Ci ricordano certi ruvidi e intrattabili tipacci del vecchio Clint Eastwood. E di sfondo ricordano naturalmente l'epopea proletaria, letteraria e non solo, della Grande Depressione, di cui ricorrerebbero molte condizioni nelle nuove povertà odierne, solitamente lontane dai riflettori del cinema. Tante coordinate convergono nella nuova prova di Alexander Payne, il regista di 'A proposito di Schmidt', 'Sideways', 'Paradiso amaro', che Martin Scorsese in una recente lettera aperta a sua figlia cita con i due Anderson - Wes e Paul Thomas - tra i maggiori innovatori del cinema americano contemporaneo. Tira in questo film un'aria decisamente 'artie', come l'industria americana bolla in senso ironico se non dispregiativo le pretese artistiche europeizzanti, ma contemporaneamente esso è anche percorso da una notevole forza, ha un'anima robusta. Che non si esprime a una sola dimensione, vi convivono diversi 'generi' e lo spirito della commedia ha la sua parte. Che si fonda sul protagonista Woody Grant (Bruce Dern) ma ogni piccolo o anche piccolissimo personaggio, come nei magici assortimenti dei film dei Coen (altro riferimento promosso da Scorsese), è scolpito con esattezza. (...) Cast sapientemente composto e soprattutto dominato da glorie non abbastanza ricordate della splendida stagione americana di inizio anni 70. Antagonista di Woody è Stacy Keach, indimenticato coprotagonista di 'Fat City - Città amara' (con Jeff Bridges). Woody è Bruce Dern, che dimostra più dei suoi 77 anni, nato al cinema con l'ultimo Hitchcock, antagonista di Jon Voight nel film-chiave sul Vietnam 'Tornando a casa', dimenticato e ritrovato dal Tarantino di 'Django Unchained'." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 16 gennaio 2014)

"Torna Alexander Payne, il regista di 'Sideways', 'A proposito di Schmidt', 'Paradiso amaro', con il suo humour crudele e insieme capace di incredibili chiaroscuri, come se disegnasse i personaggi col carboncino. Torna il sarcastico ma pietoso cantore di quelle vite comuni e forse sprecate, il regista che più di chiunque ha lavorato sul sentimento subdolo e oggi così diffuso dell'irrilevanza, della mancanza di senso, della piattezza che da un momento all'altro rischia di inghiottire vite, affetti, ricordi, orizzonti. Torna il suo sguardo divertito e insieme stupito sugli angoli più anonimi dell'America (perfino le Hawaii di 'Paradiso amaro' concedevano ben poco alla bellezza dei paesaggi). Come se solo abolendo ogni seduzione visiva, e smascherando la retorica sempre in agguato dietro il bello come dietro il brutto e l'insignificante, potesse abbattere le ultime difese dei suoi personaggi, sempre così inermi e disperati da risultare familiari e addirittura irresistibili. Anche se la gabbia formale in cui li costringe diventa sempre più evidente film dopo film. Bianco e nero, inquadrature semplici ma studiate al millimetro, attori meravigliosi ma indiscutibilmente attori. Alle prese con dialoghi sapienti e spesso esilaranti che sono il suo marchio e mettono a nudo senza riguardo debolezze e illusioni. Il tutto per far emergere poco a poco la catena infinita di errori, omissioni, incomprensioni, rancori, e malgrado tutto questo di indefettibile affetto, che lega i membri di una famiglia e in particolare un figlio a suo padre. Un vecchio svanito (magnifico Bruce Dern, premiato a Cannes), convinto di aver vinto la lotteria, che vuole andare dal Montana a Lincoln, Nebraska, passando per la sua sperduta città natale, abbandonata tanti anni prima per incassare il suo milione di dollari. E ci andrà scortato da David (Will Forte), il figlio sensibile. (...) Un bellissimo film sul tempo, a ben vedere. Il tempo che passa mentre il passato non se ne va e i conti restano in sospeso, le vecchie ferite anche se invisibili sono sempre aperte. Ma il tempo al cinema si racconta con lo spazio. E Payne usa a meraviglia i grandi spazi vuoti dell'America profonda, le case di legno che si stagliano contro i vasti paesaggi vuoti, gli edifici bassi di quelle piccole città senza storia. Pagine quasi bianche su cui scrivere l'ultimo capitolo di una vita ancora da raccontare, prima che sia troppo tardi. Con tenerezza e ferocia, schivando il pathos ma anche l'irrisione. Come merita quel padre che il figlio forse non avrebbe mai pensato di conoscere tanto da vicino." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 16 gennaio 2014)

"Con 'Nebraska' (...), Alexander Payne realizza un'altra di quelle sue commedie dolce-amare che riflettono sulla natura complessa dei legami parentali e sulla evanescente sopravvivenza del passato nel presente: il tutto nella cornice della profonda America delle praterie che la crisi economica ha reso ancora più desolata. Un piccolo gioiello in bianco e nero (magnifica fotografia di Phedon Papamichael), malinconico, ironico, illuminato da un ottimo cast (il figlio Will Forte, la moglie June Squibb) in cui spicca un Bruce Dern incantevole per asciutti tempi comici e agre coloriture drammatiche." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 16 gennaio 2014)

"(...) Alexander Payne gira in bianco e nero con formato (nuova) Grande Depressione, e con 'Nebraska' firma il suo miglior film, piccolo e necessario, malinconico e umanista, profondamente americano e irrimediabilmente universale. Il redivivo Dern, già usato e gettato da Hollywood, è gioia per il cuore, il viaggio con papà del comico Forte ci scrolla di dosso i germi della crisi e predica la fuga per la vittoria, altro che vincita: astenersi cinici e anaffettivi, qui batte la vita, di chi sta per lasciare ma non vuole mollare, e di chi pietosamente accompagna all'uscita. Se ogni promessa è un debito, 'Nebraska' fa credito: alla nostra dolente umanità. Da vedere." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 16 gennaio 2014)

"È bello quando un film che sembra programmato per solleticare il lato debole del cinefilo, si divincola dal suo destino e alla fine trascina e commuove chiunque capiti in sala. Parliamo allora di 'Nebraska', sesto lungometraggio del cantore di vite perdute americane Alexander Payne, che ha procurato al protagonista Bruce Dem la strameritata Palma d'oro per la migliore interpretazione all'ultimo festival di Cannes. Per la quarta volta il cinquantunenne regista torna a girare nello Stato dove è nato, il Nebraska appunto, da genitori d'origine greca; ma per la prima volta non firma la sceneggiatura e soprattutto sceglie la fotografia in bianco e nero. Appunto: in partenza i colori ovattati e come stinti spalmati sulla classica small town, l'atmosfera da non-luogo intriso del grande nulla provinciale e il formato scope in cui paesaggio e personaggi risultano inscindibili, fanno accendere per lo spettatore la lampadina 'film d'essai' e per l'appassionato quella del filone il cui capofila è 'L'ultimo spettacolo' di Bogdanovich. Del resto, il taglio a sottrarre d'elegante manierismo sembra vidimato dal prologo che insiste sui passi tremolanti, il cervello svanito e lo sfarfallio dei lunghi e candidi capelli di Woody, convinto d'avere vinto un milione di dollari da una banale missiva pubblicitaria. Per ritirare l'ipotetico malloppo dovrà presentarsi a un indirizzo di Lincoln, cittadina del Nebraska alquanto distante dal suo eremo del Montana (...) Così 'Nebraska' riprende l'infinito viaggio on the road del cinema Usa che è quasi il marchio di fabbrica di Payne ('A proposito di Schmidt', 'Sideways') e che persino un eversore a cinepresa armata come Lynch ha intrapreso con pura classe nel meno conosciuto dei suoi capolavori 'Una storia vera'. Il tono diventa quello di una commedia che rovescia il patetico nell'intenso e l'amarezza nel sarcasmo, così come gli incredibili sfondi suggeriscono emozioni su una scala che va dallo squallido al poetico, dal monotono all'eccentrico. Se c'era premeditazione d'autore, insomma, gli incontri, gli scontri, le rimpatriate, i ricordi la spazzano via restituendo allo spartito del rapporto padre/figlio cadenze incantevoli e risonanze struggenti. Sono il richiamo delle radici e l'impalpabile segreto che si cela nell'esistenza di noi tutti - e non il banale sperpero di una stucchevole nostalgia - che determinano il simbolico rifiuto dell'indifferenza del mondo e la cocciuta resistenza al deteriorarsi del corpo, incarnati negli atti gratuiti eppure necessari di Woody, David e gli altri corifei delle illusioni perdute." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 16 gennaio 2014)

"Da tempo aspettavamo Alexander Payne al grande film, dopo una serie di prove convincenti, anche entusiasmanti, ma sempre nell'ordine del «piccolo film d'autore indipendente». 'A proposito di Schmidt' (con un notevole Jack Nicholson) e il delizioso 'Sideways' (che ha creato un significativo fenomeno di cine-turismo nelle zone vinicole della California) erano tappe di una crescita artistica ineccepibile. Paradiso amaro era invece, a nostro parere, una pausa di riflessione, anche se lavorare con una star come George Clooney e guadagnarsi cinque candidature all'Oscar (di cui uno vinto, per la sceneggiatura) ha dato comunque a Payne una credibilità consolidata all'interno dell'industria hollywoodiana. Dal punto di vista delle majors il regista, dopo quell'ultimo film, era maturo per gestire qualunque progetto con attori di gran nome. E lui che ha fatto? E' tornato nel natio Midwest, ha scelto come titolo il nome dello stato in cui è nato (Payne è di Omaha, Nebraska, come Fred Astaire, Marlon Brando e Montgomery Clift: aria buona, da quelle parti) e ha girato un film in bianco e nero senza attori di nome, affidando a un comprimario di lusso come Bruce Dern un ruolo per cui diversi divi erano pronti a vendere la mamma su e-bay (la Paramount, per la cronaca, voleva Gene Hackman o Robert De Niro o Robert Duvall o Jack Nicholson...). Risultato? Il capolavoro che attendevamo! 'Nebraska' ricorda, per molti versi, lo splendido 'Una storia vera' di David Lynch, il film più «semplice» e lineare di quel regista altrimenti labirintico e misterioso. Anche là veniva ripescato un caratterista storico, Richard Farnsworth, dandogli finalmente quel ruolo da protagonista che Hollywood - molto crudele, quando incasella le persone - gli aveva sempre rifiutato. Dern ha avuto comunque una carriera gloriosa, è stato diretto fra gli altri da Pollack, Rafelson e Hitchcock, ma un personaggio come quello di Woody Grant vale tutta una vita. (...) il film diventa una ricostruzione del rapporto padre-figlio (quest'ultimo, brillantemente interpretato da Will Forte). Roba già vista, ma sempre bella da vedere, soprattutto sullo sfondo dei paesaggi americani e nel formato più commovente che il cinema abbia mai inventato: schermo panoramico e fotografia in bianco e nero, a cura di Phedon Papamichael... ovvero di un greco, nato ad Atene ne11962 ma cresciuto in America dove ha avuto come mentore un altro greco di talento, John Cassavetes. Come vedete, tutto congiura perché 'Nebraska' sia un consapevole omaggio al grande cinema americano degli anni '70, come già - in tempi recenti - 'Argo' e 'American Hustle'. E tra questi, forse, è il migliore. Non perdetelo." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 16 gennaio 2014)

"Piacerà a chi s'è affezionato ad Alexander Payne e al suo cinema di perdenti. Storia «on the road» molto americana, non ci meraviglieremmo se si rivelasse un outsider nella corsa per gli Oscar. Magari con una statuetta per l'indistruttibile Bruce Dern." (Giorgio Carbone, 'Libero', 16 gennaio 2014)

"Nel nome del padre. Un film che sembra fare a pugni con una società moderna dove i genitori, anziani e malati, rappresentano, per i figli, più un peso che una ricchezza. A rendere, però, strepitoso 'Nebraska' è l'interpretazione di Bruce Dern, meritatamente premiato come miglior attore protagonista all'ultimo Festival di Cannes, sorta di rivincita verso chi lo ha sempre etichettato come un bravo caratterista e nulla più. Nella pellicola, sapientemente diretta da Alexander Payne, è Woody, un anziano scorbutico e testardo che scappa continuamente da casa per raggiungere, a piedi, con la sua camminata dinoccolata, il Nebraska, allo scopo di ritirare quella che lui considera una vincita milionaria. A nulla servono gli ammonimenti della famiglia, in particolare del figlio David (Will Forte), sul fatto che il volantino ricevuto, in realtà, sia solo un escamotage pubblicitario per sottoscrivere abbonamenti a riviste. (...) saranno i sentimenti ad emergere in maniera devastante, sullo sfondo di una provincia americana ormai messa inginocchio dalla crisi monetaria, restituitaci con un suggestivo bianco e nero, quasi a non voler disturbare lo spettatore da quello che è il centro di gravità permanente del film. Un rapporto padre-figlio che prima si frantuma e poi si rinsalda, minacciato dagli avvoltoi (famigliari e amici) che volteggiano sulla coppia nella speranza di ghermire un brandello di questo Eldorado inesistente. Le signore faranno fatica a trattenere le lacrime davanti ai gesti amorevoli di questo figlio verso un padre che non è sempre stato un modello esemplare (beve). Eppure, la pietas si fa strada tra malinconia e ineluttabilità. Un grande film baciato da interpreti magistrali. Il cinema allo stato puro, come, purtroppo, si vede sempre più di rado." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 16 gennaio 2014)

"Dopo i recenti detour nella California del Nord e alle Hawaii, Alexander Payne torna a casa con 'Nebraska', film plurinominato nella corsa all'Oscar. Letteralmente - è nato nello stato che dà il titolo a film (a Omaha) - e metaforicamente, perché in questo suo ultimo lavoro (il primo basato su una sceneggiatura originale e non scritto da lui) Payne ritrova il tocco graffiante di film come lo stesso 'Citizien Ruth' (1996), col quale aveva debuttato al Sundance come altri registi nella corsa alla statuetta, e 'Election' ('99) che era andato scemando nella malinconia di 'Sideways' e nel sentimentalismo di 'The Descendants'. Dietro allo scope in bianco e nero un po' prezioso (la fotografia è del collaboratore abituale di Payne, Phedon Papamichael), che ricorda il Midwest anni '50 di Bogdanovich in 'L'ultimo spettacolo', omaggia il neorealismo che Payne ama tanto; alle musiche caratteristiche troppo presenti e al finale «caruccio», sta infatti un film per niente edulcorato o elegiaco. Un road movie che ha artigli affilati. Il filiforme, elettrico, attore dei golden sixties cormaniani Bruce Dern, nella cinquina degli Oscar per il miglior attore - è Woody Grant, un vecchio ex meccanico, probabilmente alcolizzato e con lo sguardo spento. Lo incontriamo mentre, camminando a fatica lungo una statale, abbandona i confini della città di Billings, in Montana, per andare a riscuotere il milione che dice di aver vinto in una lotteria del Nebraska, a circa 1.500 chilometri di distanza. Quando il figlio David (Will Forte, un ex di 'Saturday Night Live') lo va a recuperare alla stazione della polizia locale, il famoso certificato vincente della lotteria è chiaramente una di quelle pubblicità truffa che arrivano nella posta e promettono soldi se compri qualcosa. (...) Perché Nebraska non è tanto, come ha scritto Scott Foundas su 'Variety', un film sul rimpianto nei confronti di un'America che non c'è più (rurale, semplice, idilliaca e altri stereotipi cari ai critici), ma un'istantanea del presente, che suggerisce tra l'altro che quell'idillio originale potrebbe anche non esserci mai stato. (...) Payne ama i suoi personaggi anche quando sono «orribili», forse proprio perché lo sono, come l'indimenticabile arrivista Tracy Flick in 'Election'." (Giulia D'Agnolo Vallan, 'Il Manifesto', 24 gennaio 2014)
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy