Mugen no Jûnin

GIAPPONE, GRAN BRETAGNA - 2017
3/5
Mugen no Jûnin
Manji, un samurai altamente qualificato, viene maledetto con l'immortalità dopo una battaglia leggendaria. Perseguitato dal brutale omicidio di sua sorella, Manji sa che solo combattendo il male recupererà la sua anima. Promette quindi di aiutare una ragazza di nome Rin Asano a vendicare la morte dei suoi genitori, uccisi da un gruppo di maestri spadaccini guidati dallo spietato Anotsu Kagehisa. E la missione cambierà la vita di Manji in modo inaspettato e inimmaginabile...
  • Altri titoli:
    Blade of the Immortal
  • Durata: 140'
  • Colore: C
  • Genere: AZIONE, DRAMMATICO
  • Tratto da: manga "L'Immortale" di Hiroaki Samura
  • Produzione: WARNER BROS. PICTURES JAPAN, RECORDED PICTURE COMPANY, ORIENTAL LIGHT AND MAGIC, GYAO, KEN-ON, KÔDANSHA, RAKUEISHA, TV ASAHI, TOEI KYOTO STUDIOS

RECENSIONE

di Gianluca Arnone
Il suo100mo film è giustamente una festa. Festa per i Takashi Miike fanclub, per i patiti del Jidai Geki, prova serissima per stomaci forti.
Il prolifico regista giapponese è l’impresentabile cerimoniere di questa Cannes 70, che bagna fuori concorso con Blade of the Immortal, dall’omonimo manga, officiando a quasi due ore e mezza di pirotecnico grand guignol in epoca di shogunato Tokugawa.
Lo fa intensificando l’elemento coreografico del genere – lo spettacolo del massacro – al punto da farne il vero collante narrativo del film a danno della trama, stavolta ridotta all’osso: un samurai uccide cento uomini da solo per vendicare la sorella ma resta vittima di un maleficio che lo trasforma in una specie di zombie. Anni dopo una bambina verrà a chiedere il suo aiuto per sterminare una scuola di maestri della spada che le aveva fatto fuori padre e madre.

La logica delle vendetta, legge in un mondo regolato dal sacro vincolo della parentela e dal tabù dell’onore, è il classico innesco drammaturgico che Miike rovescia però nella vendetta della logica: tutti hanno qualcosa da “restituire” in un circolo vizioso senza fine, dove vendicatori e vendicati si scambiano continuamente di ruolo.

Miike gioca con i "codici del samurai" esasperandoli e svuotandoli di senso: non c’è patto, parola, onore che tenga. Non è possibile separare l’inferno dal paradiso, il male dal bene. La Storia è sempre insensata carneficina, tutti vittime e tutti carnefici. Ci si può aggrappare alla speranza, finché ci sarà qualcuno disposto ad aiutare qualcun altro senza “un rimborso”, ma non si può fare a meno di calarsi nella lotta.

Paventato il nichilismo, lo si aggira con humor e se non basta lo si raggira dando credito anche alla più spudorata bugia (come quella che conclude beffardamente il film). Insomma la vita va avanti, nonostante i colpi di spade, di asce e di arti che volano. Il regista nipponico ci mette tutta l’allegria del mondo per intrattenere i suoi spettatori. Questa è una festa, ridete mentre parte una mano, cade una testa, si stacca una gamba.

Come un film destinato a ripetersi, in loop, così è il cinema di Miike: ogni volta che provano a smembrarlo, lui lo rifà daccapo. E pazienza se a forza di rimontarlo non sembra più tanto nuovo. Le immagini si nutrono di altre immagini, l’immaginario persiste nella pulsione di un vampiro. E c’è del resto ancora cinema che non sia diventato il proprio Frankenstein? Miike non si fa illusioni, di più: lo celebra.

Se capite il mood vi divertirete, altrove le risposte a bisogni più profondi. Corpi che si disgregano e si ricompongono per l’avidità dei nostri occhi: ecco il nostro surrogato di immortalità. La morte può attendere. E  stavolta nemmeno una risata ci seppellirà.

NOTE

- FUORI CONCORSO AL 70. FESTIVAL DI CANNES (2017).
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