Moonrise Kingdom - Una fuga d'amore

Moonrise Kingdom

USA - 2012
4/5
Moonrise Kingdom - Una fuga d'amore
New England, metà anni 60. Gli adolescenti Sam e Suzy hanno scoperto il primo amore e sono decisi a fuggire insieme. I loro tentativi di fuga porteranno scompiglio nella tranquilla comunità in cui vivono...
  • Durata: 94'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA, DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: AATON XTERÀ, 16 MM, SUPER 16 (1:1:85)
  • Produzione: WES ANDERSON, SCOTT RUDIN, STEVEN M. RALES, JEREMY DAWSON PER AMERICAN EMPIRICAL PICTURES, INDIAN PAINTBRUSH, MOONRISE, SCOTT RUDIN PRODUCTIONS
  • Distribuzione: LUCKY RED - DVD E BLU-RAY: LUCKY RED HOME VIDEO (2013)
  • Data uscita 5 Dicembre 2012

TRAILER

RECENSIONE

di Valerio Sammarco
Da Benjamin Britten a Mozart, passando per Saint-Saëns e Hank Williams. Il tutto, "rivisto e plasmato" per le esigenze del racconto da Alexandre Desplat, sul quale torneremo più avanti. E' prima di ogni cosa un film-concerto Moonrise Kingdom di Wes Anderson, film d'apertura - in concorso - del 65° Festival di Cannes: e lo dichiara sin dalla prima sequenza, straordinario carrello interno dentro l'abitazione della famiglia Bishop, con due bambini intenti ad ascoltare "The Young Person's Guide to the Orchestra, Op. 34 (Themes A-F) di Benjamin Britten, e la primogenita Suzi (Kara Hayward) di vedetta, con tanto di binocolo, in attesa della prossima lettera del suo amato. E' il coetaneo dodicenne Sam (Jared Gilman), che a breve dalle parole passerà ai fatti. Fugge dal campo scout supervisionato da Ward (Edward Norton) e, insieme a Suzi, si dà alla macchia, in mezzo ai boschi dell'isoletta sperduta sulle coste del New England. Sulle loro tracce si metteranno lo sceriffo locale (Bruce Willis), i genitori della ragazza (Frances McDormand e Bill Murray) e una zelante assistente sociale (Tilda Swinton), decisa a prendere in custodia Sam, orfano che neanche i genitori affidatari vogliono più.
Non è la prima volta, è vero, che Wes Anderson mette al centro del proprio cinema i giovani e i loro turbamenti; non è una novità, allo stesso tempo, che il regista de I Tenenbaum e Le avventure acquatiche di Steve Zissou riesca a mettere insieme un cast di così alto livello e sfruttarne il talento anche solo in maniera "complementare" (qui è il caso di Harvey Keitel, che compare verso la fine del film e avrà sì e no tre pose). Non sorprende, poi, il consueto gusto per una messa in scena che, già nel momento di "farsi", sembra prevedere il ritmo definitivo che sarà dato solamente in fase di montaggio (affidato, come per i precedenti Il treno per il Darjeeling e Fantastic Mr. Fox, ad Andrew Weisblum) e l'abituale ricercatezza in campo musicale: quello che davvero lascia a bocca aperta, in Moonrise Kingdom, è l'esplosività dell'insieme di questi fattori, il "concerto" - come si diceva poco sopra - che il regista e ogni dipartimento della produzione (dalla fotografia di Robert Yeoman alle scenografie di Adam Stockhausen, volutamente declinate a cartonati pastello che richiamano gli antichi villaggi Playmobil) sono riusciti ad imbastire al di qua e al di sopra della storia, ambientata nel 1965.
Che finisce quasi per sottomettersi alla maniacalità della "costruzione", ma che torna poderosamente in vita proprio grazie, e soprattutto, al lavoro sulle musiche operato da Desplat. Doverosamente ringraziato - forse come mai accaduto prima in un film - durante i titoli di coda: con la voce over che, alla stessa stregua dell'inizio del racconto, "illustra" l'entrata in scena dei vari strumenti musicali che hanno contribuito a creare il tutto.

NOTE

- FILM D'APERTURA, IN CONCORSO, AL 65. FESTIVAL DI CANNES (2012).

- CANDIDATO ALL'OSCAR 2013 PER LA MIGLIOR SCENEGGIATURA ORIGINALE.

CRITICA

"Con la parziale eccezione di 'Fantastic Mr. Fox', girato con pupazzi animati da un racconto di Roald Dahl, Wes Anderson sembra dirigere da anni continue variazioni sugli stessi temi: famiglie disfunzionali dove i figli sono inevitabilmente più maturi dei padri, storie di ambizioni destinate al fallimento (almeno negli adulti) e l'ombra della morte che aleggia su tutto. Succede anche in 'Moonrise Kingdom', dove l'ambientazione nel 1965 colora di una divertita patina da 'figli dei fiori' la storia d'amore tra due adolescenti. (...) Giocando di sottrazione, utilizzando molto l'inquadratura fissa (...), lasciando a ognuno la coscienza del proprio fallimento ma senza alcun lascito tragico (...) e però riempiendo l'immagine di particolari e citazioni così da costringere lo sguardo dello spettatore a cercare continuamente simboli e segnali, Anderson costruisce un universo che sembra fuori dalla storia, a metà tra la favola infantile e il sogno divertito, ma che finisce per raccontarci - con malinconico amore - i limiti e le debolezze di un umanità sempre sull'orlo della tragedia (...). Tutto molto garbato e anche divertente, ma con un limite chiaro: quello di una 'formula' narrativa sempre uguale a se stessa, che ripete all'infinito un procedimento stilistico già visto (...) e che può appassionare davvero solo i fan già convinti." (Paolo Mereghetti, 'Il Corriere della Sera', 17 maggio 2012)

"Accolto con gran risate durante la proiezione e timidi applausi alla fine. Forse perché la platea dei festival tiene a mostrarsi seriosa e incontentabile, a costo di penalizzare gli autori che hanno il torto di essere già molto noti e altrettanto riconoscibili. Eppure, con tutti i suoi (godibilissimi) vezzi di regia, e con il gusto reiterato per le grandi famiglie infelici e i piccoli anarchici che fanno saltare tutto, il regista texano è un campione di felicità creativa. 'Moonrise Kingdom' non sarà geniale come 'Fantastic Mr. Fox' o sorprendente come 'I Tenenbaum', ma quanti altri registi mainstream, oggi, usano con tanto divertimento gli attori, le scene, la musica (da Benjamin Britten a Françoise Hardy), i costumi e tutto ciò che appare sullo schermo? Basterebbe il cast (...) a dire la giocosità di un cinema tutt'altro che infantile, anche se i suoi eroi sono sempre bambini o adolescenti malcresciuti. Un cinema che chiede allo spettatore due sole cose, rare in tempi di consumo compulsivo e distratto: un minimo di abbandono e di complicità. Magari Wes Anderson paga il prezzo del suo essere un enfant gâté, simbolo di un'epoca (e un paese) così privilegiati da destare sempre qualche sospetto." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 17 maggio 2012)

"C'e motivo di scandalo per quel lieve goffo abbraccio, mentre il bambino chiede scusa per la sua erezione preadolescenziale e la bambina gli spiega che nel bacio bisogna che le lingue si tocchino, e lui alla fine con garbo, sputa? Certamente no, perché la scena e allo stesso tempo commovente e buffa, al centro di un'avventura fatta di innocenza, nata dalla solitudine, dallo sperdimento della fine dell'infanzia e dalla paura del mondo adulto: e tutto il film é soprattutto il racconto dell'immensa, trionfante, emozione del primo amore; eppure il film negli Stati Uniti è sconsigliato ai minori di 13 anni, mentre dovrebbe esserlo agli adulti, spesso immalinconiti dalla nostalgia di aver perso lungo gli anni, il meraviglioso, segreto sapore della vita. Come gli adulti del film, a loro volta buffi e commoventi, chiusi nel loro ruolo professionale, nella loro irrimediabile solitudine, nel loro tentativi di trovare un senso nel lavoro fatto bene, nella bella casa, nel legami fortuiti, nel matrimonio spento, nei litigi, o comunque nei bambini, che invece restano estranei, irraggiungibili." (Natalia Aspesi, 'La Repubblica', 17 maggio 2012)

"Non c'è allegria nella fuga di Sam e Suzy, cosi come non c'é vita negli adulti che li cercano affannosamente. É un mondo senza vie di uscita, e non a caso la trama si svolge su un'isola del New England: paesaggi di abbagliante bellezza ma circondati dal mare, nessuna prospettiva di andare on the road verso sconfinati orizzonti. E' un film tristissimo, 'Moonrise Kingdom'. Ma di una tristezza 'piccola', che non si fa visione del mondo come nei citati 'Tenenbaum' e 'Darjeeling', che rimane chiusa in un mondo virtuale ed enigmatico come nelle 'Avventure acquatiche di Steve Zissou' ma senza la forza ironica e visionaria di quel film. ll cast ricchissimo (Bruce Willis, Bill Murray, Edward Norton, Tilda Swinton, Frances McDormand) non ha molte occasioni per farsi valere, perché gli adulti stanno poco in scena e sfoderano solo facce attonite. Forse solo Norton, nei panni di un capo boy-scout abbastanza idiota (una sorta di Grande Mogol delle Giovani Marmotte...), strappa qualche sorriso." (Alberto Crespi, 'l'Unità', 17 maggio 2012)

"Movimenti raggelati in una stop-motion surreale, Wes Anderson, il Kaurismäki texano, orchestra una galleria di ritratti magnifici, Bill Murray e Frances McDomrand, i genitori male assortiti di Suzy, Bruce Willis, il poliziotto solitario, afflitto da un passato d'amore non corrisposto, Tilda Swinton in tenuta blu da aguzzina per giovani 'devianti', Bob Balaban (attore, regista, produttore, sceneggiatore), voce e corpo narranti, quasi un elfo fuori quadro, Edward Norton, tenero e incapace di mantenere la disciplina a Camp Lebanon, e un Harvey Keitel comandante Pierce, generalissimo scout." (Mariuccia Ciotta, 'Il Manifesto', 17 maggio 2012)

"Nel segno della leggerezza adolescenziale, tra vintage anni '60 e nostalgia per le disimpegnate avventure dei boyscout, si alza il sipario sulla 65esima edizione del Festival di Cannes con il film d'apertura 'Moonrise Kingdom'. Un'ouverture retro affidata alla fantasia rigogliosa di un regista d'autore statunitense come Wes Anderson. Una fiaba in fuga dalla realtà e dall'attualità con un cast ad alto tasso di star, quasi a voler distanziare i tempi del Festival dal presente di una Francia e di un'Europa che devono fare i conti con i mala tempora currunt del terzo millennio."(Dina D'Isa, 'Il Tempo', 17 maggio 2012)

"Non capita spesso che sugli schermi di Cannes si affaccino film per famiglie, storie raccontate ad altezza bambino e impregnate di una sensibilità tutta infantile. Sorprende allora che ad aprire il festival quest'anno sia una pellicola che potrebbero vedere anche i giovanissimi, ovvero 'Moonrise Kingdom' di Wes Anderson. (...) Come nei film precedenti, il regista, che ha scritto il film insieme a Roman Coppola, crea un mondo sospeso tra realtà e fantasia, quasi fiabesco, popolato da personaggi surreali e stralunati, portatori sani di una svagata follia che li rende capaci di azioni imprevedibili e bizzarre. A questo si aggiunge l'atmosfera pop e vintage degli anni Sessanta che rimanda a sapori e colori di un paese ancora innocente. E se da una parte il regista scova due giovanissimi interpreti che sembrano nati proprio in quel mondo, dall'altra le star del film sembrano giocare con certi stereotipi delle rispettive carriere trasformandosi quasi in personaggi da fumetto. (...) Eppure, sebbene le risate non manchino, nello sforzo di inseguire maniacalmente le proprie ossessioni per l'inquadratura perfettamente costruita, il regista dimentica troppo spesso di regalare emozioni e il gusto per l'esercizio di stile prevale su una più viscerale capacità di abbandono." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 17 maggio 2012)

"Con un 'décor' alla Norman Rockwell, il celebre disegnatore che immortalò un'America prima della grande mutazione degli anni Settanta e Ottanta, 'Moonrise Kingdom' di Wes Anderson ha tenuto a battesimo la 65° edizione del Festival di Cannes. Per la prima volta sulla Croisette, Anderson è il regista di 'Rushmore', 'La famiglia Tenenbaum', 'Darjeeling' e 'Il fantastico Mister Fox'. Per 'Moonrise Kingdom' ha messo su un cast hollywoodiano come pochi: Bruce Willis, Bill Murray, Edward Norton, Frances McDormand e Tilda Swinton, ma sono i due giovani protagonisti, Jared Gilman (Sam) e Kara Hayward (Suzy), a tenere insieme il tutto, infantili e insieme sorprendentemente adulti, incompresi e quindi in grado di aprirsi all'avventura e ai sentimenti. Accolto da qualche applauso durante la visione per la stampa, il film di Anderson è di quelli che continuano ad alimentare la lama di regista pretenzioso e non risolto per molti critici, surreale e geniale per altri. E' il suo stile, che qualcuno ha definito da «casa di bambole», nel senso che la macchina da presa isola i luoghi e le persone come se fossero fissi, pupazzi inanimati pur se in movimento, ambienti che assomigliano a cartoline dai colori accesi. (...) Più che la storia di due 'Robinson Crusoe' in erba, qui ciò che emerge è un ritratto infantile dove l'infelicità suscita tenerezza ma non partecipazione, e il continuo mischiare i piani da parte del regista non ci da né una commedia né un dramma, ma un film che non sa mai decidersi su quale strada prendere." (Stenio Solinas, 'Il Giornale', 17 maggio 2012)

"Solo Wes Anderson poteva riuscirci. A girare un film tutto sugli scout. Sulle giovani marmotte. Sugli esploratori che trascinano i vecchietti da una parte all'altra della strada trafficata. Sui «bambini vestiti da cretini guidati da un cretino vestito da bambino» (secondo la definizione di un comico americano). Sui corsi d'orientamento e sulle tende da piantare a regola d'arte. Sulle tecniche di mimetizzazione e i fuocherelli all'aperto. Viene in mente il campeggio raccontato da Ethan Coen (regista fratello di Joel) nel suo libro di racconti 'I cancelli dell'Eden'. Giusto per rafforzare l'aria di famiglia, arriva in 'Moonrise Kingdom' (...) l'attrice Frances McDormand, moglie di Joel. Il regista costruisce case di bambole. Per adulti, sui sottomarini o sui treni indiani, nella tana della volpe Mr. Fox, ma sempre case di bambole sono. Le inquadra tirando giù la quarta parete. Sempre un po' da lontano, per garantire l'effetto miniatura." (Mariarosa Mancuso, 'Il Foglio', 17 maggio 2012)

"Un'altra coloratissima fantasia di Wes Anderson, dopo 'Le avventure acquatiche di Steve Zissou' e 'Il treno per Darjeeling'. Qualunque cosa si pensi del suo cinema, e che di film in film incontri o meno il gusto dello spettatore, non si può negare la sua continuità di stile e soprattutto non si può negare che Wes Anderson (oggi quarantatreenne) possieda uno stile inconfondibile. La storia d'amore tra dodicenni che è al centro di 'Moonrise Kingdom' va a prendere posto, e un posto di tutto rispetto, tra i memorabili film dedicati all'infanzia e all'adolescenza, ed è probabile che qui l'autore esprima un debito di gratitudine verso importanti nomi in particolare francesi come quelli di Truffaut e di Malle. (...) Più che un'avventura è una fiaba, evidentemente. E la forte dose umoristica presente non è in contrasto con l'opera precedente dello stesso autore sempre percorsa da una potente vena umoristica, ma forse presenta una qualità leggermente nuova. Meno impassibile e 'nera', più affettuosa e appassionata. E anche la carica di partecipazione della sua compagnia di interpreti, neanche questa nuova ai suoi film, sembra farsi ancora più forte. Nonostante quel che di rigidamente governato dalla regia, che non permette ai personaggi di dirottare dalle volontà e dalle indicazioni del regista e da ciò che egli si propone per creare il suo speciale mondo, tira tra gli attori (e non è una novità, ma qui forse c'è ancor di più) un'aria di condivisione e di adesione. Si diceva all'inizio dello stile così personale e della continuità di questo stile. Forse questa continuità non raggiunge sempre la stessa felicità di risultato, ma se è così 'Moonrise Kingdom' è uno dei risultati migliori." (Paolo D'Agostini, 'La Repubblica', 6 dicembre 2012)

"Wes Anderson, quando l'ho incontrato nel 2001 con 'I Tenenbaum', l'ho subito considerato con molta simpatia perché il ritratto che vi proponeva di una eccentrica famiglia americana sapeva tenersi sempre in ghiotto equilibrio fra l'umorismo e la sociologia; con molto pepe. E così dopo, nel 2004, quando con 'Le avventure acquatiche di Steve Zissou', pur rendendo omaggio a Jacques Cousteau, tornava con una quasi caustica comicità a uno dei temi a lui più cari, quello della famiglia. Ripreso, nel 2007, ne 'Il treno per Darjeeling' in cui, mettendo al centro tre fratelli e una madre suora, per di più in una coloratissima India, riusciva a raccontare con furba leggerezza le loro tante contraddizioni e i loro singolarissimi difetti. Suscitando risa intelligenti. Come quelle che certamente susciterà il film di oggi nonostante il suo titolo da fiaba ('Moonrise Kingdom' - 'Il Regno della Luna che sorge') e nonostante in apparenza sia una piccola storia d'amore fra due dodicenni in una minuscola isola del New England. (...) Certo, tutte le situazioni che hanno al centro i due piccoli innamorati sanno essere delicate, sfumate e in qualche momento persino commoventi, ma quei tratti ironici che riescono così bene ad Anderson li ritroviamo quando si occupa dei boyscout. Senza veri graffi, naturalmente, visto come lo considerano nei Paesi anglosassoni, ma, anche per questo, con beffe sottili e quasi segrete, specie quando anziché dei bambini, pur alla loro volta già abbastanza buffi nei modi, nell'eloquio, si occupa degli adulti vestiti da bambini... Con malizie in qualche momento sottintese, in altre apertamente dichiarate. Il capo scout è Edward Norton, buffo di per sé, il poliziotto 'buono' Bruce Willis, i due bambini si chiamano Jared Gilman e Kara Hayward. Il lato tenero del film." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo Roma', 6 dicembre 2012)

"Non eravamo appassionati fan di Wes Anderson, le cui pur originali, stilizzate commedie ci sono sempre parse troppo costruite di testa per colpire il cuore. Questo fino a 'Moonrise Kingdom', film sceneggiato dal regista con Roman Coppola dove tutte le componenti - poetiche e grottesche, malinconiche ed esilaranti - del suo cinema trovano amalgama perfetto e felicissimo. Non sapremmo neppure definirne il genere: una commedia romantica, incentrata sulla cotta di due ragazzini vulnerati? Un piccolo romanzo di formazione? Un'avventura? Uno psicodramma familiare? (...) Arricchito da una deliziosa colonna sonora di Alexandre Desplat che si mescola a splendidi brani di Britten, squisitamente recitato, scenografato (da Adam Stockhausen) e fotografato (da Robert Yeoman) in modo da sembrare come disegnato, 'Moonrise Kingdom' è un racconto adolescenziale fiabesco, spiritoso, raffinato, in una parola incantevole." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 6 dicembre 2012)

"Nell'estate americana del 1965 due 12enni si danno alla fuga per amore. Luogo deputato è un'oasi da sogno al largo del New England raggiunta con tanto di mappa: lui è boy scout, lei una lettrice di fervida immaginazione. I ragazzi teneri ma determinati manderanno in tilt le rispettive famiglie, che - cercandoli - faranno i conti con due calamità d'incontenibile violenza: l'innamoramento pre-adolescenziale e un uragano di portata epocale. Film d'apertura di Cannes 2012, 'Moonrise Kingdom' è il nuovo gioiello della già preziosa collezione firmata dal tocco di Wes Anderson. La coralità è d'inconfondibile eccellenza, così come l'ironia fiabesca, che per metafore filtra gioie e dolori dell'umana sorte. «Volevo raccontare Io sconvolgimento del primo amore sullo sfondo di un'epoca turbolenta come gli anni 60 in USA», spiega il cineasta texano. Dichiarazioni a parte, è chiaro che il genio si spinge oltre, rivelando il Paese più contradditorio del globo nella sua perenne ricerca dell'innocenza perduta. Uno splendore adatto ad ogni età." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 6 dicembre 2012)

"Piacerà a coloro che avevano fatto follie per 'I Tenenbaum' e per anni erano rimasti in attesa di un nuovo parto di Wes Anderson. Questo è un buon ritorno, anche perché Wes ritorna ai temi e ai personaggi a lui familiari (gli eccentrici, gli adulti e i bambini incapaci di vivere col branco). Chi poi non è un grande fan di Anderson, ha ugualmente modo di spassarsi con le macchiette schizzate con evidente gusto da un ricco cast: Bruce Willis (che fa lo sceriffo), Bill Murray (il padre di Suzy), Edward Norton (il capo delle giovani marmotte)." (Giorgio Carbone, 'Libero', 6 dicembre 2012)

"Noiosissima commedia del trombone Wes Anderson, che cambiandone l'ambientazione (qui è la fuga d'amore di due ragazzini nel New England del 1965), si ostina a rifare lo stesso film. Accatasta i personaggi più bizzarri, addobbati con improbabili abiti variopinti, e li getta in una storia folle, rimpinzata d'umorismo surreale. Che non fa ridere mai." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 6 dicembre 2012)
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