Mood Indigo - La schiuma dei giorni

L'écume des jours

FRANCIA - 2013
3/5
Mood Indigo - La schiuma dei giorni
Il giovane e ricco idealista Colin sogna di incontrare l'amore della sua vita. Il suo desiderio si avvera quando a una festa conosce Chloë. I due si innamorano e si sposano, ma durante la luna di miele la ragazza scopre di essere affetta da una rara malattia: una ninfea sta crescendo nei suoi polmoni. Colin, disposto a tutto pur di salvarla, non esita a pagare le cure necessarie e a circondarla in continuazione con fiori freschi, che sembra essere l'unico rimedio per salvarla; tuttavia, a causa delle ingenti spese, il ragazzo si troverà costretto ad accettare i lavori più assurdi. Nel frattempo, Chick, povero ingegnere amico di Colin e appassionato di filosofia, vive il suo idillio con Alise, la nipote di Nicolas, il geniale cuoco di Colin, ma anche per tutti loro le cose non sembrano mettersi al meglio...
  • Altri titoli:
    Mood Indigo
  • Durata: 125'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, FANTASY
  • Specifiche tecniche: RED EPIC, REDCODE RAW (5K), 35 MM/D-CINEMA (1:1.85)
  • Tratto da: romanzo "La schiuma dei giorni" di Boris Vian (ed. Marcos y Marcos, coll. Gli alianti)
  • Produzione: BRIO FILMS, STUDIO CANAL, FRANCE 2 CINÉMA, HERODIADE, SCOPE, CON LA PARTECIPAZIONE DI CANAL+, CINÉ+
  • Distribuzione: KOCH MEDIA
  • Data uscita 12 Settembre 2013

TRAILER

RECENSIONE

di Andrea Chimento
C'era una volta Michel Gondry, regista tra i più talentuosi del primo decennio del duemila, che da qualche anno sembra diventato l'ombra di se stesso. In Mood Indigo, la sua ultima fatica, lo stile dell'autore di Versailles è sempre riconoscibile, ma il rischio è quello che cada, senza paracadute, nel puro manierismo.
Tratto dal romanzo L'écume des jours di Boris Vian del 1947, il film racconta la relazione tra Colin (Romain Duris), un ricco parigino che si dedica a curiose invenzioni, e Chloe (Audrey Tautou), una ragazza di cui l'uomo s'innamora perdutamente. I due si sposano ma durante la luna di miele Chloe rimane vittima di una rara e bizzarra malattia.
Dopo il commerciale The Green Hornet (2011) e il poco visto The We and the I (2012), Gondry sembra essere tornato ai tempi de L'arte del sogno (2006): la magia, artigianale e surreale, del film precedente appare però, in questo caso, più calcolata e meno personale.
Seppur non manchino diversi momenti toccanti (soprattutto nella parte centrale) e di questi ci si possa accontentare, Mood Indigo resta solo un abbozzo del talento di un regista che sembra ormai inseguire, disperatamente, quella creatività un tempo spontanea e oggi così difficile da ritrovare.

CRITICA

"Da un romanzo di Boris Vian non nuovo al cinema ma mutato nel finale, la storia d'amore tra i due innamorati quasi da Peynet Romain Duris e Audrey «Amelie» Tatou: il mondo è ridotto a cartoon, le scarpe camminano come cani, altre stravaganze: quando la ragazza s'ammala la vita perde colore. La visionarietà di Gondry s'accartoccia nel manierismo, un Magritte del cinema qui a mezzo servizio; ma bel finale." (Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 12 settembre 2013)

"Sulla carta era un matrimonio obbligato. La genialità visionaria di Michel Gondry, il regista di 'Se mi lasci ti cancello' e 'L'arte del sogno', più la follia e la poesia di Boris Vian, lo scrittore, jazzman e trombettista francese morto appena 39enne nel 1959, precursore di tutto o quasi, adorato da generazioni di lettori per i suoi romanzi strambi e irresistibili, 'Lo strappacuore', 'Sputerò sulle vostre tombe' e naturalmente 'La schiuma dei giorni', da cui è tratto 'Mood Indigo'. Ma al cinema due più due non fa quasi mai quattro, e l'incontro tra i due talenti genera un ingorgo di trovate che stuzzica l'occhio ma non arriva mai al cuore. Anche perché Gondry, malgrado il cast superstellare, anziché concentrarsi sull'infelice amore del ricco ed eccentrico Colin e della fragile Chloé (come un celebre brano di Duke Ellington, idolo dello scrittore), a cui spunta una ninfea nei polmoni, si lascia incantare dalle mille invenzioni del mondo retrofuturibile di Vian, il pianoforte che fa i cocktail, gli schermi tv ubiqui, le automobili assurde, i fucili a protoni. Annegando il film in un bric-à-brac che porta quel mondo felice verso un incubo totalitario già visto molte volte al cinema. E cancella implacabile sentimenti e emozioni." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 12 settembre 2013)

"Giudicato a lungo refrattario a ogni adattamento, il romanzo surrealista di Boris Vian 'La schiuma dei giorni' aveva già avuto due versioni per lo schermo prima che vi mettesse mano Michel Gondry. Regista capace del meglio ('Se mi lasciti cancello') come di fantasticherie oniriche discutibili ('L'arte del sogno'), Gondry mette in scena la storia d'amore più struggente del mondo. (...) Gondry ha ambientato il film nella Parigi contemporanea ma l'ha ricoperta di una patina antica e vi ha inscritto un piccolo mondo di cartapesta, colorato e pieno di effetti sorprendenti: una specie di dimensione parallela che è qui e altrove, futuribile e retro, con nuvole di cotone, cuochi nel frigorifero, oggetti animati. Per stare al passo con l'inventiva dell'autore letterario, il regista si è lanciato in una quantità d'invenzioni visive spesso sorprendenti. Benché sovreccitata e divertente, però, la prima parte contiene già elementi di malinconia che nella seconda si tramuta in tristezza e in poesia mortifera. Con la malattia di Clohé il mondo perde il suo colore e la sua luminosità, le pareti (letteralmente) si restringono attorno a Colin. Così Gondry mette in competizione il film con se stesso, facendo rivaleggiare gli stili delle due parti in una sorta di gara continua tra le inquadrature: l'insieme è eccessivo, a volte stremante. Senza contare che il cineasta, concentrandosi sul piano visivo, mette in secondo piano tutto il resto: storia, montaggio, direzione degli attori. Col risultato che la tragica storia d'amore appare stranamente fredda e non trasmette vera emozione." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 12 settembre 2013)

«Michel Gondry è un regista francese, attivo anche a Hollywood, che ha privilegiato spesso nel suo cinema certi giochi quasi surreali sorretti più d'una volta da ricerche stilistiche d'effetto ('Human Nature', 'Se mi lasci ti cancello', 'L'arte del sogno'). Adesso, conseguente con se stesso, si è rivolto a un campione riconosciuto di questo tipo di surrealismo, Boris Vian, che comunque, pur quasi sempre sopra le righe, ai giochi, nei suoi romanzi, ha preferito cipigli seri, spinti con decisione anche verso l'aggressività. Si ricordi, per un esempio, quel suo primo romanzo, 'J'irai cracher sur vos tombes", che nel '46 fece scandalo. Il romanzo scelto adesso da Gondry, 'L'écume des jours', del '47, è invece soprattutto una storia d'amore, con un finale che, pur evitando il patetico, può farci pensare oggi a 'Love Story', quel famoso film realizzato nel '70 da Arthur Hiller, protagonisti Ali Mac Graw e Ryan O'Neal. (...) Gondry si è sbizzarrito più del solito in una serie di invenzioni che riescono quasi sempre a stupire. (...) un contorno coloratissimo di diavolerie, da un paio di scarpe che, in attesa di essere calzate, si agitano come cagnolini quando sono ansiosi di uscire, a un millepiedi che, quando suonano alla porta, si affanna ad avvertire in casa dell'arrivo di qualcuno, a una tavola che si apparecchia da sola, con tutte le vivande in movimento, fino a un televisore dal quale si affaccia un cuoco anziano per dar consigli all'altro sui vari modi di cucinare leccornie. (...) Sorprese ad ogni passo, esercizi di stile, gusto scoperto per lo scherzo e, appunto, per il gioco. Qua e là in modo forse un po' eccessivo, straripando, ma lo sostengono con efficacia i tre protagonisti, Romain Duris, Colin, Audrey Tautou, Cléo, e l'ormai sempre presente Omar Sy, il cuoco di colore. Perché chiedere di più?" (Gian Luigi Rondi ,'Il Tempo Roma', 12 settembre 2013)

"Spiacerà a chi ancora riteneva Michel Gondry un regista non dico da amare, ma almeno da seguire con qualche interesse. Qui ha preso lo spunto da 'La schiuma dei giorni' di Vian per lanciarsi in una fantasia sfrenata che ricorda le prove più compiaciute e masturbatorie della buonanima Jean Cocteau." (Giorgio Carbone, 'Libero', 12 settembre 2013)

"Incomprensibile pastrocchio del supervisionario Gondry che cerca l'impossibile: trasporre 'La schiuma dei giorni' di Vian. Fallisce clamorosamente tra anguille che scappano dai rubinetti e balli Sbircia-Sbircia che allungano le gambe. Il film è zeppo di queste trovate fantasiose che hanno un solo pregio: mandare in estasi la critica snob." (Maurizio Acerbi , 'Il Giornale', 12 settembre 2013)

"Dal romanzo di Boris Vian è tratta (...) la disperata, poetica, onirica storia d'amore di Colin e Chloé, protagonisti di 'Mood Indigo - La schiuma dei giorni' di Michel Gondry, che però esagera con scenografie ridondanti ed esplosioni di immaginazione." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 13 settembre 2013)

"Il testo di Boris Vian, La schiuma dei giorni ('L'écume des jours'), il libro che Gallimard pubblicò nel '47, nelle mani di Michel Gondry (il regista di 'Se mi lasci ti cancello') si apre come un origami multicolore, un magnifico apparato di invenzioni, un viaggio al cuore del senso della vita (...). Sovrabbondante di creatività è stata anche la breve vita di Boris Vian e il film ci trasporta direttamente nella cultura parigina degli anni Cinquanta attraverso una lente pop, senza perdere il gusto patafisico del gioco dissacrante, né la quantità di riferimenti amati dallo scrittore musicista. (...) Gondry tende al disegno pulito e trasforma anche i suoi attori in figurine: il sorriso stampato di Colin (Romain Duris), Audrey Tatou, che ha già stabilito nel cinema francese un percorso fiabesco, nella parte di Chloé, lo sguardo allucinato di Chick (Gad Elmaleh) (...). L'esplosione delle costruzioni meccaniche, non virtuali cercano di dare l'assalto al testo - già di difficile traduzione per le invenzioni linguistiche, pendant di quegli oggetti semoventi - compagni di gioco della situazione anarchica, pendant della polemica pungente, della straziante denuncia dello sfruttamento dei lavoratori, fino alla negazione del lieto fine tanto sospirato dalle platee. Insomma una presa in giro sia dell'essere che del nulla. (...) Il finale tragico non può mancare in questo gioco a incastro dove il sorriso di Méliès se la ride del documentarismo d'assalto, del reportage, della docufiction. Qui contano solo due cose, l'amore e Duke Ellington, proprio come scriveva Boris Vian (da cui il titolo 'Mood Indigo' aggiunto dai distributori)." (Silvana Sllvestri, 'Il Manifesto', 19 settembre 2013)
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