Monuments Men

The Monuments Men

GERMANIA, GRAN BRETAGNA, USA - 2013
3/5
Monuments Men
Europa, durante la Seconda Guerra Mondiale. Poco tempo dopo lo sbarco in Normandia, Hitler ordina di nascondere o distruggere tutte le opere d'arte trafugate durante il conflitto. Gli alleati, decisi a impedire questo atto barbarico, mettono in piedi una speciale unità militare, composta da esperti e amanti d'arte, il cui compito è quello di mettere in salvo le opere dalle grinfie dei Nazisti. Così, sotto la guida dell'ufficiale dell'esercito americano Frank Stokes , sette direttori di musei, curatori e storici dell'arte, tutti più a loro agio con Michelangelo piuttosto che con le armi, intraprendono la più grande caccia al tesoro della storia in una lotta contro il tempo per evitare la distruzione di 1000 anni di cultura, rischiando le loro stesse vite per proteggere e difendere i più grandi capolavori dell'umanità.
  • Durata: 120'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA
  • Specifiche tecniche: ARRI ALEXA PLUS 4:3/ARRICAM LT, 35 MM, HAWK SCOPE/SUPER 35, DCP (1:2.35)
  • Tratto da: libro "The Monuments Men: Allied Heroes, Nazi Thieves, and the Greatest Treasure Hunt in History" di Robert M. Edsel
  • Produzione: GEORGE CLOONEY E GRANT HESLOV PER SMOKEHOUSE PICTURES, IN COPRODUZIONE CON STUDIO BABELSBERG E OBELISK PRODUCTIONS
  • Distribuzione: 20TH CENTURY FOX ITALIA (2014)
  • Data uscita 13 Febbraio 2014

TRAILER

RECENSIONE

di Valerio Sammarco
"Ne è valsa la pena? Perdere degli uomini per salvare opere d'arte?". La domanda, ovviamente, è retorica. E non è un caso che, in chiusura di film, venga posta proprio a George Clooney, regista, protagonista, sceneggiatore e produttore (insieme a Grant Heslov) di Monuments Men, trasposizione cinematografica del libro di Robert M. Edsel e Bret Witter a sua volta ispirato alla vera storia di un manipolo di soldati, non più giovani e neanche tanto in forma, composto da direttori di museo, curatori, artisti, architetti e storici dell'arte, che durante la Seconda Guerra Mondiale decisero di raggiungere le linee del fronte per tentare di mettere in salvo numerose opere d'arte trafugate dai nazisti - dalla Madonna di Bruges di Michelangelo all'Astronomo di Vermeer - per restituirle ai legittimi proprietari.
Alla quinta regia di un lungometraggio, Clooney - che nel film è Frank Stokes (personaggio ispirato a George Stout), uno dei massimi storici dell'arte, che si occupa di conservazione al museo Fogg di Harvard - sceglie per la quarta volta (dopo Confessioni di una mente pericolosa, Good Night, and Good Luck e In amore niente regole) di tornare indietro nel tempo (l'unica eccezione della sua filmografia da regista, finora, resta Le idi di marzo, ambientato nei nostri giorni), questa volta per tentare di misurarsi con il genere bellico, da una parte alleggerendone gli stilemi che hanno contraddistinto anni e anni di cinematografia USA, pur senza dimenticarne i riferimenti, dall'altra riportando a galla una storia che rischiava di finire nel dimenticatoio.
Per farlo, si affida all'impianto corale del racconto, raduna attorno a sé un cast di prim'ordine - da Matt Damon a Cate Blanchett, da John Goodman a Jean Dujardin, da Bill Murray a Hugh Bonneville - e sfrutta la versatilità di un compositore come Alexandre Desplat (tra l'altro protagonista di un simpatico cammeo, "sfizio" che si toglie anche Heslov, sullo schermo nei panni di un dottore) per costruire un accompagnamento musicale capace di tenere in piedi le varie "anime" del film, avventurosa, drammatica e ammantata di malinconica ironia.
La struttura c'è, l'obiettivo dell'operazione (diegetica e non) è manifesto, la sensazione è che però rimanga un film incompiuto, che non sfrutti le enormi potenzialità di ogni singolo attore (ineccepibile, comunque, la performance compassata di Cate Blanchett, nei panni di una donna francese curatrice al Jeu de Paume, in origine un museo, poi diventato deposito per le opere d'arte trafugate dai nazisti), finendo per alternare un insieme di situazioni, di scene, senza trovare la continuità che porti sulla strada di un respiro più ampio, di fatto rimanendo distante e, per questo, incapace di coinvolgere quanto vorrebbe. Peccato, ma anche al buon George non può riuscire sempre tutto.

NOTE

- FUORI CONCORSO AL 64. FESTIVAL DI BERLINO (2014).

CRITICA

"Date a un attore-regista celebre per il fascino garbato e i modi soavi un soggetto ben poco soave, soprattutto oggi. Il risultato somiglierà a 'The Monuments Men'. Un film che porta su ogni fotogramma i segni degli sforzi fatti per colorire, alleggerire, vivacizzare, rincuorare. Fino a perdere non in credibilità - dopo Tarantino siamo disposti a concedere ben altro, anche a chi maneggia materiali esplosivi come nazismo e Shoah - ma in coerenza. E in consistenza. Peccato perché la storia vera di questi 365 professori, restauratori, direttori di museo, tutti rispettabili signori di mezz'età o poco meno, sguinzagliati da Roosevelt nell'Europa in fiamme del 1944 per salvare tesori d'arte dalla cupidigia nazista (e dagli errori alleati: nell'agosto '43 'L'ultima cena' di Leonardo scampò d'un soffio alle bombe inglesi), meritava un vero sforzo d'invenzione. Invece Clooney e il suo fido sceneggiatore Grant Heslov si contentano di riunire sette campioni di simpatia (più una gran dama, Cate Blanchett). Inanellando episodi divertenti, malinconici, istruttivi, a volte tragici, con un occhio ai classici del genere 'gruppo di simpatiche canaglie in guerra' ('La grande fuga', 'Quella sporca dozzina', etc.). E l'altro al librone di Robert Edsel che ha ispirato il film. Ma senza mai trovare un tono, un collante affettivo, una spinta genuina che tenga insieme i personaggi, i loro sentimenti, e i diversi registri convocati per dar loro vita. Il risultato è nobile e gradevole ma anche fatuo e molto 'old fashion'. Specie oggi che la situazione mondiale impone sgradevoli confronti (quanti inestimabili tesori d'arte ha bruciato la guerra in Iraq? Chiedetelo a Rumsfeld). E i fantasmi del nazismo e dell'antisemitismo, meno remoti che negli anni 60, esigono un approccio meno bonario. Sicché sullo schermo, a episodi felici (...), si alternano personaggi a metà (...); spunti che meritavano ben altro (...); scene belliche di rara goffaggine. E fervorini che tra un'inquadratura e l'altra dei capolavori trafugati, ci ricordano i valori universali dell'arte, il suo ruolo di memoria storica, il senso profondo della missione. Belle parole, ma avremmo preferito un tono più deciso. E meno demagogia. Nel film ci si affanna a dire che nessun capolavoro vale una vita umana. Ma se San Lorenzo fosse stato più vicino ai musei Vaticani, per esempio, le bombe forse sarebbero cadute più in là." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 13 febbraio 2014)

"'Monuments Men' è il nomignolo affibbiato al gruppo di circa 350 esperti di area alleata, che fra il 1944 e il 1951 si impegnò a proteggere il patrimonio artistico europeo dallo scempio dei nazisti: i quali avevano dato ordine all'esercito in rotta di distruggere gli immensi tesori da loro trafugati. Per rievocare l'impresa di quanti in nome dell'arte accettarono di mettere a repentaglio la vita - e se tale sacrificio sia più o meno giusto è uno dei temi affrontati dal copione - il film prodotto, diretto, scritto e interpretato da Clooney prende spunto da un libro di Robert M. Edsel, focalizzandosi su un manipolo di sei prodi ispirati a personaggi reali, con l'aggiunta sul campo di un giovane ebreo tedesco e di una curatrice museale parigina (Cate Blanchett). Poiché l'argomento è nobile e i divi, da un Clooney stile David Niven a Matt Damon, da Bill Murray e Jean Dujardin, risultano accattivanti, il film ritagliato sul modello retrò si vede volentieri. E magari gli si perdona una sceneggiatura che non crea mai un vero arco di tensione; e un tono che resta incerto fra commedia e dramma." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 13 febbraio 2014)

"'Monuments Men' nasce sotto l'egida del sornione Clooney che ne è lo sceneggiatore, il coproduttore, il regista e l'interprete e con l'ambizione di raccontare la storia di un gruppo di ufficiali alleati incaricati, dopo lo sbarco in Normandia, di salvare le opere d'arte europee dalla distruzione o il trafugamento da parte dei nazisti in rotta. Il classico spunto, insomma, del composito gruppo di militari con una dura missione da compiere, attecchito in territorio hollywoodiano in un ampio e vivido arco che va da 'Quella sporca dozzina' a 'Bastardi senza gloria'. Un senso appagante di avventure già viste ma ben fatte si diffonde, infatti, in platea quando il professore/tenente Clooney forma la sua squadra e seleziona le superaffidabili facce e corporature di Damon, Goodman, Murray e il sempre più bravo Dujardin di 'The Artist'. Purtroppo, però, tutto il resto costituisce un mezzo disastro a causa dei toni indecisissimi tra epica e commedia, le scene d'azione abborracciate, gli omaggi rooseveltiani più sbilenchi che patriottici, le emozioni assenti dietro gli appelli di maniera a favore dell'arte come patrimonio dell'umanità." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 13 febbraio 2014)

"Quinta regia di Clooney, è 'Monuments Men', scritto con Grant Heslov sulla scia del saggio di Robert M. Edsel. George & Co. lottano nel nome dell'arte, ma il film è arrendevole: poco spy, poco bellico, non spreme il buon cast - della partita anche Goodman, Murray e Dujardin - e si crogiola sulla retta via, perché l'antinazismo apre al buonismo. Ancora oggi in cronaca la missione recupero, eppure, la Storia non se ne cura: i titoli di coda con le immagini di repertorio dei capolavori ripresi ai nazisti sono la meglio cosa del film. Purtroppo." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 13 febbraio 2014)

"George Clooney è coproduttore, cosceneggiatore, regista e protagonista di questa versione bellica di 'Ocean's Eleven'. E, trattandosi di cinema popolar-patriottico, la realtà storica si piega alla necessità di far contenti gli spettatori, che a un film su una guerra ormai lontana, zeppo di star, chiedono le solite cose: azione, eroismo, i buoni (gli angloamericani), i cattivi (i nazisti), i fregati (i sovietici), uno strepitare di marce trionfali e il lieto fine. L'ispirazione deriva dal saggio di Robert M. Edsel e Bret Witter 'Monuments Men', sulla storia della MFAA (Monuments, Fine Arts and Archives), un reparto di specialisti che dal 1943 al 1951 fu assegnato all'esercito angloamericano in Europa, per recuperare le opere trafugate dai nazisti. Le avventure dell'allegro manipolo di intellettuali (Clooney, Matt Damon, Bill Murray, John Goodman, Bob Balaban e Hugh Bonneville) cominciano con lo sbarco in Normandia. Jean Dujardin è nei panni di un artista francese, Kate Blanchett in quelli dell'eroina Rose Valland, che lavorava al museo Jeu de Paume dove i tedeschi ammassavano 'i beni culturali ebrei privi di proprietario'." (Natalia Aspesi, 'la Repubblica', 13 febbraio 2014)

"Delle tante missioni della Seconda Guerra Mondiale quella di salvare le opere d'arte di mezz'Europa che Hitler sta razziando per farsi un museo è la meno nota e la più dura da rendere al cinema. Dal supercast agli ordini di George Clooney, regista e capo della squadra di mecenati trasformati in militari ci si aspetta molto. Ma far quadrare kolossal bellico, lezione di storia e umorismo alla 'Mash' è più difficile che ritrovare la Madonna col bambino di Michelangelo." (M. Cav., 'Il Giornale', 13 febbraio 2014)

"Piacerà a chi dopo tanti film di sporche dozzine vorrà prendere una boccata di buoni sentimenti. Dopo un avvio a Parigi con uno sconcio Goering che programma il grande furto, c'è solo spazio per la bontà e l'apprezzamento per le cose belle. Solo che con l'edificanza non ci fai i buoni film. 'Monuments' è un'operina accattivante ma ha lo spessore di una recita parrocchiale. Nonostante il budget miliardario." (Giorgio Carbone, 'Libero', 13 febbraio 2014)

"La storia, tratta dal romanzo di Robert M. Edsel, è di quelle che sulla carta ti convincono fino in fondo. (...) Ma se il 'nostro' George è stato convincente nel raccontare l'America in film robusti come 'Good Night and Good Luck' e 'Le idi di marzo', altrettanto non si può dire per l'Europa che emerge da questo affresco all'incrocio tra 'Ocean's Eleven' e 'I predatori dell'arca perduta'. E così l'interesse della storia si stempera tra approssimazione storica, bozzetti da cartolina e luoghi comuni di una sceneggiatura che rincorre senza riuscirci i grandi classici di Hollywood sulla Seconda Guerra Mondiale." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 14 febbraio 2014)

"Dopo 'Le idi di marzo', assicurano George Clooney e lo sceneggiatore Grant Heslov, volevamo fare un film meno contemporaneo, meno 'piccolo', meno cinico. Infatti, hanno girato 'Monuments Men' (...), la cui storia è (pressappoco) quella vera degli uomini e delle donne che, fra il 1943 e il 1946, tentarono di contenere i danni causati al patrimonio artistico in Europa e in Estremo Oriente dai tedeschi e dai giapponesi, e anche dagli angloamericani (all'inizio del film sono mostrate Montecassino diroccata e 'L'ultima cena' bombardata). Voluti da Franklin D. Roosevelt e arruolati da Dwight D. Eisenhower, comandante delle forze alleate, sembra abbiano recuperato cinque milioni di opere trafugate dai nazisti. Fin qui i fatti, in parte narrati già nel 1964 da 'Il treno', di John Frankenheimer, nella prospettiva della resistenza francese. Quanto al loro film, Clooney e Heslov limitano il racconto al primo gruppo ristretto degli uomini monumento (...). Come se si trattasse di tornare a girare 'Quella sporca dozzina', Clooney e Heslov si preoccupano di presentare ognuno di loro in una prospettiva epica, affidandone i ruoli ad attori ben riconoscibili, da Matt Damon a John Goodman a Bill Murray. Poi, per garantire una presenza femminile in un film maschile, ci aggiungono Cate Blanchett nella parte di una funzionaria del Jeu de Paume parigino. A questo punto, Clooney e Heslov suppongono di aver esaurito il loro compito, e lasciano che il film proceda da sé. Per la verità, ogni tanto usano il corpaccione di Goodman per un po' di colore, e il fascino di Damon (con Blanchett) per una punta di romanticismo. Non si dimenticano poi di presentare i militari tedeschi in tutta la loro cinematografica perfidia (e i russi anche). Infine, per non complicare la vita agli spettatori americani, immaginano che nell'Europa di quegli anni tutti parlassero un inglese fluente, dentisti, contadini, preti, nazisti. Quanto alle sfumature narrative e ai movimenti di macchina, suppongono che non valga la pena di occuparsene. Come volevano, quello che ottengono è un film opposto a 'Le idi di marzo': risaputo, 'grosso', pateticamente entusiasta." (Roberto Escobar, 'L'Espresso', 20 febbraio 2014)
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