Mon roi - Il mio Re

Mon roi

FRANCIA - 2015
2,5/5
Mon roi - Il mio Re
Tony viene ricoverata in un centro di riabilitazione in seguito a un grave infortunio al ginocchio. Per tornare a camminare deve fare diverso esercizio. Non deve solo ritrovare l'equilibrio fisico, ma anche fare i conti con il proprio passato e in particolare con quanto la lega a Georgio, uomo carismatico e truffatore, con il quale ha avuto un figlio. Il periodo di riabilitazione le servirà a ritrovare la serenità e a non avere più paura.
  • Durata: 128'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: SONY CINEALTA PMW-F55
  • Produzione: LES PRODUCTIONS DU TRÉSOR, FRANCE 2 CINÉMA, STUDIOCANAL
  • Distribuzione: VIDEA
  • Data uscita 3 Dicembre 2015

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia

Vincent Cassel deve averci preso gusto. Dopo quello del Racconto dei racconti di Matteo Garrone, un altro re, che tra parentesi continua a correre dietro alle donne: Mon roi di Maiween, tornata in Concorso a Cannes 2015 dopo Polisse, 2011, premio della giuria. Bene, ha fatto passi in avanti: Mon roi è meglio, decisamente. E, attenzione, non si deve correre nell’errore di giudicarlo secondo parametri morali: se il personaggio di Cassel, pur fascinoso e a tratti irresistibile, lo si prenderebbe a mazzate per quanto è – autodefinizione – “il re degli stronzi”, ciò non può, non deve ricadere negativamente sul film.

Dovrebbe, viceversa, se Mon roi ci marciasse o all’opposto condannasse il suo Georgio – sì, scritto così – ma Maiwenn non ci casca: il suo racconto non è né morale né immorale, piuttosto amorale, se vogliamo in perfetta sintonia con il re che s’è scelto. Georgio è uno dei tanti ricchi di oggi: bella casa arredata con cattivo gusto, ristoranti e altri affari, un rapporto, ehm, contrastato con il fisco, tra tasse evase e pignoramenti, e un passato (presente?) da modellaro. Insomma, vivesse a Milano sarebbe quella da bere che fu – ed è ancora? Con le donne, ovvio, ci sa fare, fin troppo: ci casca Tony (Emmanuelel Bercot), che vediamo subito spaccarsi un ginocchio sugli sci.

Che sia stato un tentato suicidio, beh, l’ipotesi regge. Mentre Tony passa le giornate in un centro di riabilitazione per tornare a camminare, noi si vede quel che l’ha fatta cadere: Georgio, uno che non ci puoi vivere e non puoi farne a meno. Va detto, Tony ci mette del suo: non solo un bambino, ma una buona dose di fragilità che con il reuccio ci va letteralmente a nozze…

Lasciamo perdere i paragoni, più o meno illustri, che non reggono e non dicono nulla, da Un uomo, una donna in giù, piuttosto, Maiween canta la vita estetica, ed estetizzante, del re e della regina suo malgrado, appoggiandosi ai suoi due interpreti: un passo doppio ben eseguito, sia dalla Bercot sopra le righe che dal sensuale, perennemente e salvificamente ambiguo Cassel, che con quegli occhi può tutto.

Nel cast, tra gli altri, c’è anche Luis Garrel, alias il fratello di Tony: ruolo piccolo, ma ben giostrato. Storia di liberazione e, forse, libertà di e soprattutto da, Mon roi ha il merito fondamentale, tra qualche compiacimento e più di qualche lungaggine, di annusare l’aria che tira: quanto possono essere fascinosi i furbetti del quartierino? E, sì, quanto è facile cadere ai loro piedi?

NOTE

- PREMIO PER LA MIGLIOR INTERPRETAZIONE FEMMINILE A EMMANUELLE BERCOT (EX-AEQUO CON ROONEY MARA PER "CAROL" DI TODD HAYNES) AL 68. FESTIVAL DI CANNES (2015).

CRITICA

"(...) un film francese all'ennesima potenza, dove si parla moltissimo e gli avvenimenti sono presentati col massimo dell'enfasi, manco si trattasse di una tragedia di Racine. Invece è una storia di 'amour fou' in versione borghese e perbenista, un po' sul genere del vecchio' Il riposo del guerriero'. A conti fatti, anche il Georgio di Cassel è solo un fascinoso bastardo non peggiore di tanti altri uomini; con l'aggravante di frequentare noiosi hipster che scambiano il look con la trasgressione. E tutti, in fin dei conti (eccetto Louis Garrel in una parte minore), risultano passabilmente antipatici." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 3 dicembre 2015)

"(...) le scene da un odierno matrimonio alla francese propongono allo spettatore un pathos aspro, non riconciliato e a tratti insostenibile, in cui gli ambienti borghesi delineano un preciso contorno senza prevaricare, «entrando in campo» con i moralismi o i sociologismi di prammatica. La forza del discorso amoroso sta nell'assenza d'ideologia con cui si affronta un arduo tema psicanalitico: in assenza di slogan giustificazionisti in nome e per conto del femminismo e/o del maschilismo, «Mon Roi» affronta e vince la sfida di mettere in scena la dolorosa e occultata verità delle perversioni di coppia su cui ogni spettatore ha la libertà di giudicare." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 3 dicembre 2015)

"Troppo effettato e gridato, l'insieme manca di autenticità, però il film, preso scena per scena, trova una naturalistica forza di impatto grazie al modo in cui Maiwenn spinge sugli interpreti stimolandoli a tirar fuori corde inedite o estreme. E se Louis Garrel, in un ruolo minore, dimostra un'imprevista attitudine alla commedia, Cassel è un notevole mix di seduttività e patologica protervia." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 3 dicembre 2015)

"Potrebbe essere molte cose, passione furibonda e estremista, ma la «radiografia» di innamoramento, crisi, noia arrivo del figlio ecc ecc nella visione di Maiwenn si dipana in un susseguirsi di banalità prevedibili nella struttura narrativa - una serie di flashback mentre la protagonista, Emmanuelle Bercot, è in una clinica dopo una dolorosa caduta dagli sci - e di una riabilitazione speculare (il ginocchio corrisponde allo stato d'animo) al recupero di un equilibrio delle emozioni. (...) Ritmo rapido, gli attori che improvvisano per assecondare il movimento amoroso di liti, odio, lacrime, urla, lasciarsi per sempre, riprendersi innamoratissimi il giorno dopo. E la brutalità di una manipolazione continua. Fuori da questo nessuna crepa, nessuna ambiguità. Forse perché, nonostante il punto di vista narrativo coincida con il personaggio femminile di Tony, visibilmente Maïwenn è sedotta dal fracasso volgare di Georgio, anzi sta dalla sua parte, ne è risucchiata lei stessa. Niente di male, anzi, ma allora perché non dichiararlo e assumersi il rischio di ribaltare il film? Magari sarebbe stato più crudo e meno isterico di quello che è." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 3 dicembre 2015)

"Piacerà a chi piace il bel cinema patinato, collocato in ambienti invariabilmente sciccosi (ma dov'è questa crisi?) interpretato da una coppia di attori che sembrano nati per le rispettive parti (particolarmente Vincent Cassel, anche troppo convinto, quindi anche troppo indulgente col suo personaggio). Profondità zero (gli interventi della psicologa sono di rara inutilità anche narrativa). Ma godimento sicuro per il target femminile borghese." (Giorgio Carbone, 'Libero', 3 dicembre 2015)

"Interessante l'idea di raccontare un simile rapporto attraverso due quarantenni. Qui, non ci sono vinti e vincitori, ma solo ferite insanabili. La morale? Non sempre l'amore è più forte di tutto." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 3 dicembre 2015)
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