Mommy

FRANCIA - 2014
3/5
Mommy
Diane "Die" Després, un'esuberante giovane vedova, madre di Steve, un turbolento quindicenne affetto dalla sindrome da deficit di attenzione, decide di ritirare il ragazzo dall'istituto cui è stato affidato e di prendere la sua custodia a tempo pieno. Tra scontri e discussioni, la loro convivenza è tutt'altro che semplice, così come far quadrare i conti visto che "Die" ha perso il lavoro. A portare equilibrio tra madre e figlio c'è Kyla, una nuova vicina di casa che si è presa un anno sabbatico dall'insegnamento, e che si rivelerà un inaspettato sostegno per affrontare e superare le crisi e le problematiche di Steve, aiutando Die a mantenere viva la speranza.
  • Durata: 139'
  • Colore: B/N
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: ARRICAM LT/ARRIFLEX 235, (2K)/SUPER 35 (3-PERF), 35 MM/DCP (1:1/alcune scene 1:1.85)
  • Produzione: XAVIER DOLAN, NANCY GRANT PER METAFILMS
  • Distribuzione: GOOD FILMS
  • Data uscita 4 Dicembre 2014

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone

Nonostante la giovanissima età (25 anni) e una breve ma fulminante carriera, il cinema di Xavier Dolan possiede una sua coerenza incontestabile, data dal risvolto narrativo fortemente autobiografico e da un approccio stilistico assai marcato.
Non vuol dire che i suoi film siano tutti uguali – l’ultimo somiglia poco al precedente Tom à la ferme – ma che è possibile tracciare delle linee di convergenza, dei rimandi, talvolta degli incastri: in fondo tutti e cinque i lavori dell’enfant prodige canadese individuano nel conflitto tra singolarità e norma il proprio nodo gordiano. Che si tratti di una “devianza” comportamentale, di identità sessuale o di anomalia psicologica, il tema sullo sfondo resta la scissione tra i desiderata socio-culturali e le aspirazioni dell’individuo.
Il cinema di Dolan però non sta sulla dialettica, ma sposa principalmente il suo polo negativo, l’abnorme: è questo che rende così interessanti i suoi personaggi, provocatori i suoi film (in fondo la norma sta sempre dalla parte del pubblico) ed eccentrica la sua idea di messa in scena.
Così, se è vero che Mommy ha come referente diretto il film d’esordio J’ai tué ma mère (con il quale condivide il focus madre-figlio e l’impiego nel ruolo femminile di Ann Dorval), è vero altresì che un po’ tutti i pregressi titoli esistono in funzione di quest’ultimo. Dolan l’ha definito la “vendetta della mamma”, dopo quella del figlio nel suo debutto alla regia. Diciamo che genitore ed erede non si risparmiano, né in amore né per sofferenze provocate. Stavolta il figlio (Antoine-Olivier Pilon) non è un ragazzo con problemi di orientamento sessuale, ma affetto da un disturbo da deficit di attenzione e iperattività.
Come spesso accade con i film su famiglie disfunzionali e soggetti borderline – anche la madre non è tutto questo campione di equilibrio, in più c’è una vicina con difficoltà logopediche (Suzanne Clément) – Mommy è un’opera fondamentalmente divertente, nella misura in cui le azioni e le reazioni dei personaggi, pur drammatiche, raggiungono un livello di parossismo tale da strappare una risata. Un risultato ottenuto grazie alla straordinaria chimica dei tre attori in scena, al copione pieno di battute folgoranti, di scivoloni linguistici e di parolacce colorate, e all’energia e al ritmo che Dolan sa infondere per larghi tratti al suo film.
Rispetto alle incursioni dada dei suoi primi lavori, questa è un’opera deliberatamente pop, in cui il piacere del raccontare e il modo esuberante di farlo si saldano in un intrattenimento con stile.
E se a volte dà l’impressione di essere più appariscente che profondo (pensiamo alle lunghe sequenze costruite come veri e propri videoclip musicali, in cui è la musica a dire più dell’immagine), più ruffiano che geniale (il formato 1:1 adottato per gran parte del film – significante del mondo chiuso dei personaggi – per due volte si aprirà simbolicamente al futuro e alla speranza diventando schermo panoramico), Dolan conferma di essere tra i talenti più genuini del panorama internazionale.
Se in futuro saprà contenere la smania di mostrarsi a favore della responsabilità di mostrare, il giovane talento diventerà anche un signor regista.

NOTE

- PREMIO DELLA GIURIA (EX AEQUO CON "ADIEU AU LANGAGE" DI JEAN-LUC GODARD) AL 67. FESTIVAL DI CANNES (2014).

- CANDIDATO AL DAVID DI DONATELLO 2015 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.

CRITICA

"Il più allegro e impudico, il più disperato e colorato, il più imprevedibile e 'palmabile' dei film visti quest'anno a Cannes (anche se poi si sarebbe 'accontentato' del premio alla regia ex aequo con Godard) si intitola semplicemente 'Mommy': e trattandosi di una storia d'amore, anche se sui generis, giustamente arriva in sala per Natale. Difficile etichettarlo, come vorrebbe la dittatura del marketing (buon segno). Diciamo che è una commedia post-Almodovar e post-Fassbinder (nera? rosa? arcobaleno?), diretta da un regista giovanissimo che ha anche guardato con attenzione i primi lavori di Jane Campion: Xavier Dolan, canadese francofono, 25 anni e già 5 film al suo attivo. Il primo subito premiato a Cannes nel 2009, l'ultimo prima di questo, 'Tom à la ferme', in concorso a Venezia nel 2013 (ma purtroppo mai uscito in Italia). Una produttività fuori dal comune che è anche la cifra del suo cinema eccessivo, spiazzante, oltraggioso come i suoi personaggi. Ma anche molto consapevole e efficace, perché dietro i tipi e i comportamenti più stravaganti ci sono sempre sentimenti assoluti (dunque accessibile a chiunque: 'Mommy' non è il solito film d'autore un po' scostante, al contrario). (...) Attenti allo schermo quasi quadrato, da film muto, che ogni tanto si allarga a sorpresa in un formato panoramico. Anche se non è detto che ve ne accorgiate, tanto sono forti le emozioni che dovrebbe contenere." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 4 dicembre 2014)

"'Enfant prodige' del cinema canadese, il venticinquenne Xavier Dolan è dotato di un ego extralarge, ma di un talento in proporzione. Cannes gli ha attribuito il Gran Premio della giuria, ex-aequo con Godard. Su un soggetto da mélo, Dolan attiva un formidabile armamentario pop che sposa il mélo hollywoodiano col videoclip, il 'muto' e la pausa musicale con l'estetica del cinema di Cassavetes. Regalando ad Anne Dorval una parte che, forse, avrebbe ispirato Anna Magnani." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 4 dicembre 2014)

"A Cannes ci era sembrato che l'ex-aequo della Giuria a 'Adieu au langage' e 'Mommy', consacrando l'84enne Jean-Luc Godard nel suo aureo crepuscolo avesse penalizzato il 25enne Xavier Dolan nel suo irruento emergere. Ma è indubbio che, oltre a rappresentare un onore in sé, il premio a pari merito col maestro della Nouvelle-Vague ha ben sottolineato il carattere sperimentale/spericolato del cinema del regista canadese. Il quale si è sempre dimostrato pronto a osare, esponendosi (è anche attore) in ruoli gay a rischio di kitsch, proponendo personaggi estremi e usando soluzioni formali altrettanto radicali. Cosi, in 'Mommy', il desueto formato 1:1 non è un vezzo, è un modo per stare addosso ai protagonisti (straordinari interpreti), imprigionandone il vitalismo disperato e fuori misura nell'ideale doppia cornice - l'inquadratura e la periferica realtà di Montreal - in cui si muovono (...) questi perdenti sempre pronti a risorgere: ed è emozionante quando Dolan ne accompagna l'occasionale momento di allegria ampliando l'inquadratura a misura del progressivo accendersi di quella effimera gioia." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 4 dicembre 2014)

"Sfibrante dramma canadese, una storia d'ordinario squallore con triplice crisi esistenziale. (...) L'autore cerca comprensione, ma come si fa con personaggi così antipatici e un linguaggio fastidiosamente sboccato?" (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 4 dicembre 2014)
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