Molière in bicicletta

Alceste à bicyclette

FRANCIA - 2013
4/5
Molière in bicicletta
Serge Tanneur decide di abbandonare Parigi e il mestiere di attore per trasferirsi in una casa fatiscente sull'île de Ré. Tre anni dopo Gauthier Valence, attore televisivo di successo, va a trovare Serge per chiedergli di recitare il "Misantropo" di Molière. Serge inizialmente rifiuta, per poi proporre a Gauthier di interpretare insieme la prima scena del primo atto della commedia. Per cinque giorni i due attori si misurano rivaleggiando in furbizia e talento. Fino a quando non entrano in scena una giovane italiana divorziata e un'attrice di film porno...
  • Altri titoli:
    Cycling with Moliere
  • Durata: 104'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA
  • Specifiche tecniche: (1:1.85)
  • Produzione: LES FILMS DES TOURNELLES, PATHÉ, APPALOOSA DÉVELOPPEMENT, FRANCE 2 CINÉMA, IN ASSOCIAZIONE CON SOFICINÉMA 8, SOFICINÉMA 9, CON LA PARTECIPAZIONE DI FRANCE TÉLÉVISION, CANAL+, CINÉ+
  • Distribuzione: TEODORA FILM
  • Data uscita 12 Dicembre 2013

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone
"Riscontro dovunque solo vili lusinghe, ingiustizia, interesse, scaltrezza, tradimento; non posso contenermi, mi adiro, e mi propongo di mandare all'inferno tutto il genere umano."
Ci voleva Molière per finire la commedia. Ed era necessaria la commedia, mestiere che al momento i francesi fanno meglio di ogni altro, per spegnerci il sorriso, quello peggiore, accomodante con le miserie umane. E allora due volte grazie a Molière in bicicletta, la commedia che cita la grande mentre finge di inseguire la piccola per poi prenderla a calci.
Il film di Philippe Le Guay (Le donne del 6° piano) è deliziosamente sconcertante. Ci punge: fino a che punto è lecito ridere di se stessi se vediamo ciò che siamo? Quando lo sberleffo finisce di essere catartico e inizia a diventare compiacente? E' in fondo la questione che la grande satira settecentesca poneva ai suoi ipocriti contemporanei e che oggi, mutatis mutandis, sferza cinici e complici della nostra miserabile specie. Moralista? Elitista? Borghese? Sono ammesse tutte le etichette, a patto di non farne scudi di risentimento e di non tirarsi fuori: chi può dire di non essere manigoldo oggi, denuncia Il misantropo di Molière?
L'ossessione per questa piéce costerà cara a Gauthier Valence (Lambert Wilson), star del grande e piccolo schermo (nonostante il talento, deve la sua fama e le sue ricchezze a una penosa fiction televisiva), di passaggio a Ile de Ré per convincere l'eremita Serge (Fabrice Luchini), a tornare sulle scene. Gli vorrebbe affidare la parte di Filinte, l'uomo capace di tollerare i comportamenti dei suoi simili: "Un rassegnato, il vero pessimista della piéce", lo definisce Serge. Che da par suo non ne vuole sapere. Rintanatosi in una vecchia casetta avuta in eredità, ha chiuso col teatro, con gli attori e con gli uomini per via di una cocente, passata, delusione.E poi, se dovesse scegliere, farebbe Alceste, il misantropo, "il vero ottimista della commedia". Si danno tempo. Quattro giorni di prove, per provarsi e provare di essere meglio l'uno dell'altro. I dialoghi rimpallano, da Molière ai rapporti umani, dai personaggi ai loro interpreti (uno puro e intransigente, l'altro più votato al compromesso). Emergono pian piano rancori, slanci, animosità e bassezze, materiale umano che si stacca dalla pagina e affonda impietoso nei vissuti, in un magnifico, amarissimo, duetto di finzione e verità, teatro e vita.La sceneggiatura (di Le Guay e Luchini) è musica, ma senza questi due splendidi attori (affiancati per un tratto di strada dalla nostra Maya Sansa) sarebbe muta.
Le nubi si diradano, qualcuno ritrova il sorriso, la fiducia, l'amore, il film si apre (la bicicletta, o dell'uomo in movimento), l'arte guarisce. Ma l'arte non mente. Diffidate allora di canzonette (c'è anche il mondo di Jimmy Fontana), demagogiche stoccate - cultura alta vs. cultura bassa, vecchie e nuove generazioni - e gag facili facili. Il film lusinga, il film inganna, l'arte no. Questo Molière avvinghia il suo pubblico come un amante. Ma quello del Misantropo resta un serpente. Un morso vi sarà fatale.

NOTE

- REALIZZATO CON IL SOSTEGNO DI: DÉPARTEMENT DE LA CHARENTE-MARITIME, RÉGION POITOU-CHARENTES, IN COLLABORAZIONE CON IL CENTRE NATIONAL DE LA CINÉMATOGRAPHIE (CNC).

- PRESENTATO AL 31. TORINO FILM FESTIVAL (2013) NELLA SEZIONE 'FESTA MOBILE/EUROPOP'.

CRITICA

"Nato dalla vera esperienza del regista Philippe Le Guay (vedi le 'Donne del 6° piano') andato a trovare Luchini in esilio atlantico, il film rispecchia le nevrosi da popolarità trash e anche della sua mancanza e, sotto la finzione del teatro classico, mette in scena un eterno pezzo di vita vissuta in cui Fabrice Luchini, grandissimo del cinema francese di rohmeriana memoria, dà un suo contributo autobiografico e una sottilissima, perfida ironia che s'addice ad Alceste, secondo lui un ridicolo egocentrico e non un ribelle sociale come credevano i 'dreamers' del 68. Le Guay, vedi il film condominiale sulle colf spagnole dove Luchini scappava dalla gabbia sociale, è abilissimo nella confezione di una commedia intelligente che nasconde un doppio fondo dove la storia di un'amicizia si trasforma in svendita di rancori covati sotto i riflettori. Sorvegliata da un dialogo sublime per speciale merito di Molière nostro contemporaneo, la storia intreccia banalità campagnole, case in affitto e nonne attente, giocando in forma divertente la cultura senza esser mai pedante. Annoda alto e basso, amore e odio, stima e disprezzo, parolacce e versi nel ritratto di un misantropo al quadrato e di un onesto eroe tv che Lambert Wilson tratteggia con nevrotica baldanza in un gioco delle parti che si diverte col teatro, e tutte le sue miserie e nobiltà, mentre nella colonna sonora vive una seconda giovinezza «Il mondo» di Jimmy Fontana." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 12 dicembre 2013)

"Se anziché in bici i protagonisti andassero a cavallo, 'Molière in bicicletta' potrebbe essere un western, con i due eroi che si contendono i favori della bella del posto dando il meglio e soprattutto il peggio di sé. Ma il film di Le Guay, già regista di 'Le donne del 6° piano' e di un'altra piccola gemma come 'Il costo della vita' (entrambi con Luchini), non è un western. È una commedia amara quanto sottile (e di clamoroso successo in patria) che usa il 'Misantropo' di Molière per tuffarci in quel groviglio di sentimenti e risentimenti, rimossi o taciuti, che chiamiamo carattere e che spesso avvelena le nostre vite, oggi come ai tempi di Molière. E lo fa contrapponendo due figure opposte in tutto. Luchini è il grande attore che, stufo di calcoli, fatuità e ipocrisie, si è autoesiliato nell'Ile de Ré, in Bretagna. Wilson il divo che tutti fermano per strada, forse di minor talento ma di sicuro fascino e grande successo (fa il neurochirurgo miracoloso in una serie tv, figuriamoci). (...) Un soggetto simile, nato quasi per caso dall'incontro fra Le Guay e Luchini, che ha eletto davvero l'Ile de Ré a buen retiro, poteva scivolare nella commedia di costume un po' facile. Magari giocando, brillantemente, sul contrasto fra i caratteri. Le Guay e i suoi eccellenti attori schivano il pericolo andando fino in fondo. Cioè affidandosi al testo di Molière, che con i suoi versi integra e commenta alla perfezione quanto accade. E non negandosi un pizzico di indispensabile crudeltà. C'è più coerenza, coraggio e nobiltà nella rinuncia (un po' gretta) di Luchini o nella consapevolezza (non priva di compiacimenti e opportunismo) di Wilson? Non saremo nel West, ma anche i versi possono ferire, e i personaggi fanno (e si fanno) male sul serio. Urge remake italiano con Moretti nei panni di Luchini. Anche se in fondo, a suo modo, lo ha già fatto: era 'La messa è finita'." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 12 dicembre 2013)

"'Il misantropo' di Molière e 'II mondo' di Jimmy Fontana nello stesso film, possibile? Sì, gira il mondo, gira, solo che in Italia gira meno, gira male: gli amati/odiati cugini francesi ci bagnano il naso, ancor più quando si parla di commedia. 'Molière in bicicletta' ci toglie pure il fazzoletto: una commedia umana, filologicamente devota al Misantropo, intimamente credente che un classico parli per sempre. Appunto, come farlo parlare 350 anni più tardi? I versi, alessandrini, ci sono ancora, i cinque atti scanditi al metronomo, eppure, qualcosa cambia. Giocando seri tra persona e personaggio, vita e recitazione, copione ed emozione, il regista e sceneggiatore Philippe Le Guay, l'attore e soggettista Fabrice Luchini prestano fede al titolo che si sono scelti: hanno voluto la bicicletta e adesso pedalano, bruciando, spiace dirlo, i nostrani 'non vorrei e non posso'. Parentesi, ma per non staccare il cervello attaccando la spina all'albero di Natale dobbiamo necessariamente ritrovarci esterofili al cinema delle Feste? (...). 'Ça va sans dire', 'Molière' è commedia pensante, che sui sorrisi non lesina, ma la sguaiatezza, quella no: per frizzi e rutti non c'è Schengen che tenga, in questo caso. E poi, che attori! Se per Luchini 'Il misantropo' è una magnifica e decennale ossessione, il passo a due con il parimenti strepitoso Lambert Wilson dà carne, voce e verità alla carta ingiallita dai secoli, per recitare a soggetto le nostre invidie, vendette, furbizie e ipocrisie, masticare amaro e sputtanare il buonismo. Dopo 'Le donne del 6° piano', Le Guay sceglie due uomini a piano terra, in una casa malmessa nell'Ile de Ré. (...) Per chi non conosca 'Il misantropo' il colpo arriva sui denti, per chi ne abbia contezza arriva due volte. Insieme a un mai stracco interrogativo: quanto possiamo ridere delle nostre miserie? Quanto deridere le nostre stesse meschinità? Soprattutto, si può avere insieme una parte e un pubblico, una vita retta e una sociale? Serge e Gauthier ci fanno scuotere la testa: rimanere senza parole o senza nessuno, voi che preferite? Comunque, vi attende Montale: 'E andando nel sole che abbaglia / sentire con triste meraviglia / com'è tutta la vita e il suo travaglio'." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 12 dicembre 2013)

"Nel delizioso 'Molière in bicicletta', Philippe Le Guay (l'autore di 'Le donne del 6° piano') si rifà a 'II misantropo', giocandone il testo fra vita e teatro nella ventosa cornice fuori stagione della bretone località di Ile de Ré, dove si è ritirato a vivere in solitudine il talentoso teatrante Fabrice Luchini. (...) Una regia elegante ed essenziale, due interpreti eccellenti per umorismo e finezza, una commedia che con leggiadria riafferma la severa morale molieriana: Alceste sarà pure un nevrotico ossessivo nel suo rifiuto estremo di accettare le regole del viver sociale; e tuttavia, oggi come allora, lo spettacolo «du siècle» è tale che è difficile dargli torto." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 12 dicembre 2013)

"Il teatro e la vita, pronti a intrecciarsi fino a confondersi, come in un gioco di specchi. L'idea l'ha avuta l'attore francese Fabrice Luchini dopo anni di collaborazione creativa con il regista Philippe Le Guay per il quale aveva già recitato in tre film. La nuova recita, adesso, ha alla base addirittura il grande Molière (...) Un film finissimo; del resto, di recente, Le Guay aveva convinto senza riserve con 'Le donne del 6° piano' (2011). Qui però quello scambio abilissimo e intelligente fra la finzione e la realtà arriva a convincere ulteriormente anche perché quel Molière sulla bocca dei protagonisti, con i suoi rotondi e splendenti alessandrini, da me ascoltati per la prima volta in italiano, ha sfumature che quasi non fanno rimpiangere, come invece mi aspettavo, la versione originale francese: per merito sia di un doppiaggio a due voci che va citato, una voce è di Luca Biagini, l'altra di Marco Mete, sia della ricostruzione di un testo il cui schema, rimescolando il vero con la recita, domina ogni momento del film. Cui si aggiunge l'interpretazione geniale dei due attori, Fabrice Luchini, un Serge burbero e imbronciato, Lambert Wilson, tollerante ma anche arcigno in armonia con il suo doppio modello." (Gian Luigi Riondi, 'Il Tempo - Roma', 12 dicembre 2013)

"Spiacerà a chi aveva apprezzato il film precedente di Le Guay 'Le donne del 6° piano' e s'aspettava analoghi pregi (dialoghi scintillanti, gag puntuali e pungenti). Qui tutto a gira a vuoto, anche una vecchia volpe cine teatrale come Luchini arranca." (Giorgio Carbone, 'Libero', 12 dicembre 2013)

"Se un film modesto come 'Blue Jasmine' passerà alla storia per la superprotagonista Cate Blanchett, un altro - molto migliore, ma di nicchia - lo farà grazie a Fabrice Luchini. 'Molière in bicicletta' è una minimale quanto perfetta trappola drammaturgica che intarsia in punta di cinepresa le scaramucce da applausi a scena aperta tra due attori impegnati a mettere (forse) in scena una versione del classico 'Il misantropo'. (...) Certo la versione originale sprigiona tutt'altra saporosità linguistica, ma che Le Guay abbia talento da vendere lo si capisce bene anche col doppiaggio." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 12 dicembre 2013)

"Andate a vedere 'Molière in bicicletta', è un ottimo film. (...) Oltralpe, Molière non tira come Checco Zalone, ma quasi. (...) è un feroce ritratto della debolezza maschile e un acuto saggio sul mestiere di attore. Ovviamente tutto crollerebbe senza Luchini e Wilson, bravissimi sia quando leggono 'Il misantropo' in versi (anche fingendo di sbagliare) sia quando mettono in scena se stessi. Maya Sansa regge benissimo il gioco. Da vedere in francese, se possibile." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 12 dicembre 2013)

"La bellezza del film diretto da Philippe Le Guay è la strepitosa e armonica interpretazione dei due protagonisti, che duettano a suon di metrica francese, musicando, conia tonalità della loro voce, versi e fallimenti esistenziali, con l'aggiunta del sottofondo de 'Il mondo' di Jimmy Fontana. E, proprio per la sua particolarità e costruzione, questo è il classico esempio di pellicola che andrebbe proiettata esclusivamente nella lingua originale (con i sottotitoli). Non si tratta di criticare la bravura o meno di chi la traduce in italiano o la doppia; è proprio l'essenza della stessa a richiedere «un atto di coraggio» nel proporla esclusivamente nella sua madrelingua. Ricordiamocene per il futuro." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 10 dicembre 2013)
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