Miseria e nobiltà

ITALIA - 1954
Lo scrivano pubblico don Felice, e don Pasquale, fotografo ambulante, vivono con le loro famiglia nello stesso povero quartierino, alle prese con la miseria ed in mezzo ai continui litigi, provocati dalle donne di casa. Un giorno ricevono la visita del marchesino Eugenio, che fa loro una strana proposta. Eugenio è innamorato della figlia di un arricchito, un ex-cuoco e propone a don Felice e a don Pasquale di fingersi suoi parenti e di accompagnarlo, travestiti, dal padre della fanciulla per chiederne la mano. I due compari accettano con entusiasmo ed ecco don Pasquale nelle vesti di padre, con donna Concetta, sua moglie, Pupella, sua figlia, e don Felice, nelle vesti dello zio principe, accompagnare il marchesino dall'ex-cuoco, che fa loro la più sontuosa accoglienza. I finti aristocratici recitano con impegno la loro parte e tutto andrebbe per il meglio se, ad un certo punto, non arrivasse donna Luisella, alla quale non è stata riservata alcuna parte nella commedia. Si scopre l'inganno; ma a metter le cose a posto sopraggiunge il vero padre del marchesino, che è costretto a dare il suo consenso al matrimonio del figlio. Don Felice ritrova la moglie, dalla quale era separato e il figlioletto, e può ricostruire la propria famiglia.
  • Durata: 95'
  • Colore: C
  • Genere: COMICO
  • Specifiche tecniche: FERRANIACOLOR
  • Tratto da: commedia omonima di Eduardo Scarpetta
  • Produzione: CARLO PONTI E DINO DE LAURENTIIS PER EXCELSA FILM
  • Distribuzione: MINERVA FILM - AZZURRA HOME VIDEO, FORMULA HOME VIDEO

NOTE

- METRI 2601

- GIRATO NEGLI STABILIMENTI DELLA VASCA NAVALE.

- LA FARSA DI SCARPETTA ERA GIA' STATA PORTATA SULLO SCHERMO DA CORRADO D'ERRICO NEL 1941.

CRITICA

"Sembra che le farse di Eduardo Scarpetta siano considerate veicoli ideali per Totò e strumenti infallibili per incrementare i 'borderò'. Ecco, quindi la più celebre e notevole di tutte, 'Miseria e nobiltà' (1887), che lo stesso Mario Mattoli ha trasferito sullo schermo, in base a un non dissimile, grossolano e mal inteso senso dello spettacolo. Il film (...) ricalca da vicino il testo scenico, ma senza preoccuparsi di valorizzarne le trovate più vive (...) e limitandosi invece ad affidarsi all'iniziativa personale di Totò." (Giulio Cesare Castello, 'Cinema', 133, 15 maggio 1954)
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