Miracolo a Sant'Anna

Miracle at St. Anna

USA, ITALIA - 2008
Miracolo a Sant'Anna
Toscana, 1944. Quattro soldati americani appartenenti alla 92ª Divisione "Buffalo Soldiers" dell'esercito statunitense, interamente composta da militari di colore, rimangono bloccati in un piccolo paese al di là delle linee nemiche. I quattro sono rimasti separati dal resto della compagnia dopo che uno di loro ha rischiato la vita per trarre in salvo un bambino italiano, Angelo. Asserragliati sulle montagne toscane con i tedeschi da un lato ed i superiori americani incapaci di gestire gli eventi dall'altro, i soldati riscoprono una dimenticata umanità vivendo tra gli abitanti del paese e con un gruppo di partigiani. L'innocenza, il coraggio e l'affetto di Angelo, li aiuteranno a recuperare la speranza per andare avanti.
  • Altri titoli:
    The Miracle of S. Anna
  • Durata: 144'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, GUERRA
  • Tratto da: romanzo "Miracolo a S. Anna" di James McBride (ed. Rizzoli).
  • Produzione: ROBERTO CICUTTO E LUIGI MUSINI PER ON MY OWN, SPIKE LEE PER BUFFALO SOLDIERS IN ITALY, IN COLL. CON RAI CINEMA, TOUCHSTONE PICTURES, TF1 INTERNATIONAL, IN ASSOC. CON MEDIATECA REGIONALE TOSCANA-FILM COMMISSION
  • Distribuzione: 01 DISTRIBUTION, DVD E BLU-RAY: 01 DISTRIBUTION HOME VIDEO (2009)
  • Data uscita 3 Ottobre 2008

TRAILER

RECENSIONE

di Valerio Sammarco
New York, 1983. Hector Negron, impiegato delle poste prossimo alle pensione, spara in pieno petto ad un cliente dallo sportello francobolli. Apparentemente inspiegabile, quel gesto conclude invece una storia iniziata molto tempo prima, nel 1944, in Toscana, durante la seconda guerra mondiale. È qui che Negron, insieme a tre commilitoni della 92° Divisione "Buffalo Soldiers" (composta interamente da soldati di colore), evitando il fuoco nazista, attraversa il fiume Serchio e raggiunge un borgo oltre le linee nemiche.
Lontani dal resto dell'esercito, in attesa che i superiori inetti (e naturalmente bianchi) impartiscano loro degli ordini, i quattro soldati entrano in contatto con gli abitanti del luogo, con i partigiani, e soprattutto con un bambino di 8 anni, miracolosamente scampato all'eccidio di Sant'Anna di Stazzema.
Partendo dall'omonimo best seller di James McBride, anche sceneggiatore con la consulenza di Francesco Bruni, Spike Lee abbandona la guerriglia urbana e si misura per la prima volta con la guerra, quella vera. Lontano dagli States, confeziona un'opera distante dal suo cinema precedente, pure imprendibile in una definizione univoca (dalla militanza "nera" degli inizi a La 25° Ora, poi Inside Man fino al documentario sull'uragano Katrina, il monumentale When the Levees Broke: A Requiem in Four Acts): Miracolo a Sant'Anna rivela sin dal titolo una programmaticità che nel corso di 144 minuti, talvolta estenuanti, si appella spesso all'enfasi (dal ralenti della tazzina che cade dalle mani di Lo Cascio a certi sguardi insistiti di Antonutti), e ricorre alla didascalia per arrivare dove sarebbero bastati spontaneità e meno ghirigori.
Certo, il regista di Atlanta insiste ancora molto sulla "questione razziale", e si capisce che il cuore del suo racconto sta nell'epopea dei neri mandati a morire come soldati (e cittadini) inferiori: ma eccede nel sentimentalismo (Angelo, il giovanissimo protagonista interpretato dall'esordiente Matteo Sciabordi, è una sintesi poco riuscita tra il Pinocchio di Comencini e il figlio del Benigni de La vita è bella), e spesso non è impeccabile nella direzione degli attori (ne fa le spese soprattutto Luigi Lo Cascio), trasformando i personaggi in macchiette e inciampando negli sfondoni delle scene di massa, a cominciare dalla strage di fronte alla chiesa di Sant'Anna di Stazzema. Che Spike Lee, come il romanzo prima di lui, ipotizza scaturita dal tradimento di un partigiano. Ipotesi quantomeno discutibile, ma è l'ultimo dei problemi in un film così poco riuscito.

NOTE

- RIPRESE EFFETTUATE IN ALTA VERSILIA, IN GARFAGNANA E A ROMA.

- FiILM RICONOSCIUTO DI INTERESSE CULTURALE NAZIONALE DAL MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITA' CULTURALI

- ALL'INIZIO DEL FILM UNA SCRITTA AVVERTE GLI SPETTATORI CHE I FATTI NARRATI SONO FRUTTO DELLA FANTASIA DEL REGISTA E DI JAMES MCBRIDE, AUTORE DELL'OMONIMO ROMANZO E DELLA SCENEGGIATURA, E CHE LA VERITÀ E LE RESPONSABILITÀ PER QUANTO ACCADUTO - L'ECCIDIO NAZISTA DEL 12 AGOSTO 1944 A SANT'ANNA DI STAZZEMA IN CUI FURONO TRUCIDATI 560 CIVILI - SONO STATE ACCERTATE .

CRITICA

Dalle note di regia: "E' un film sulla Seconda Guerra Mondiale, brutale e terribile, un giallo che affronta eventi storici e la cruda realtà della guerra. Ma è anche una storia di compassione e amore. C'è un elemento molto lirico, magico e mistico al suo interno".

"Fa impressione pensare che prima di 'Miracolo a Sant'Anna', Spike Lee aveva firmato un capolavoro come 'When the Levees Broke' ('Quando si sono rotti gli argini'. Fa impressione perché quello che non funziona nella ricostruzione romanzata dei combattimenti in Toscana intorno alla Linea Gotica, nel 1944, è proprio quello che faceva la bellezza e il fascino del documentario su New Orleans devastata dall'uragano Katrina: il rispetto delle persone, delle cose, della realtà. Possibile che un regista capace di restituire l'intensità e la disperazione così autentica e toccante delle persone sconvolte dal disastro meteorologico possa sembrare così falso e retorico quando racconta le persone alle prese con la guerra? Possibile che il regista di 'Miracolo a Sant'Anna' sia lo stesso di 'La 25ma ora', dove le angosce di un piccolo spacciatore diventavano le incertezze e le paure di tutta una nazione? Possibile che l'abilissimo burattinaio di 'Inside Man' finisca per ingarbugliare tutto, fili, dita e marionette, raccontando una storia cosi poco convincente? Perché il vero problema del film che Spike Lee ha tratto dai romanzo omonimo di James McBride e che ha scatenato un mare di polemiche tutte extracinematografiche è proprio quello di perdere subito la bussola e mescolare troppi registri e troppe (irrisolte) ambizioni." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 3 ottobre 2008)

"Alcune sequenze di combattimento sono da antologia del 'war movie', senza dubbio. E tuttavia i difetti restano molti. Tra gli altri, l'incapacità di dirigere gli attori italiani (quelli americani sono molto bravi), incluso un grande come Omero Antonutti." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 3 ottobre 2008)

" E' piaciuto anche a noi se non altro perché riempie una bella lacuna nella cinematografia di guerra. Com'è noto, è il cinema ormai la nostra memoria. I testimoni del conflitto mondiale sono sempre meno. Ai loro ricordi si sono ormai sovrapposte le immagini dei film. E i film, dobbiamo ammetterlo, finora non hanno fatto un buon servizio alla truppe di colore. Le uniche (o quasi) sequenze stampate nelle nostre menti sono quelle dello stupro dei marocchini a Sophia Loren nella 'Ciociara'. Belle sequenze che però infilavano nell'inconscio dello spettatore l'idea che i neri allora in Italia avessero solo violentato e ucciso. Spike ha voluto ristabilire la verità e questo gli fa solo onore. Cioè ci ha ricordato che tra i molti americani che morirono per ridare la libertà agli italiani tanti, tantissimi avevano la pelle scura. E furono tantissimi perché, discriminati anche nell'esercito, se c'era qualcuno da mandare a macellare sceglievano loro, le mission impossible le rifilavano a loro, negli sbarchi (in Sicilia, ad Anzio) le prime ondate erano formate dai Buffallo Soldiers. Preoccupato troppo del messaggio, Spike ha commesso l'errore in cui era già incappato ai tempi di 'Malcom X'. Ha messo troppa carne al fuoco, ha alternato a sequenze pregevoli altre decisamente di maniera, ha messo su un prodotto che dura almeno 40 minuti di troppo." (Giorgio Carbone, 'Libero', 3 ottobre 2008)

"Al regista non interessano i morti italiani di allora, ma morti (e soprattutto vivi) americani di allora e di oggi, cioè la divisione Buffalo presa come simbolo della condizione semilibera degli ex schiavi. Nella gara a chi è peggio, vincono gli ufficiali bianchi dell'esercito americano, ridotti a elemento di contrasto con la loro truppa, nera e ignorante, a tratti vile, ma fin troppo coraggiosa, come carne da cannone. Insomma, 'Miracolo a Sant'Anna' è un polpettone con qualche boccone digeribile." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 3 ottobre 2008)

"Tutte le scene di guerra, di scontro, di battaglia sono concitate, bellissime; lo stile, i toni evocano i vecchi film sulla Seconda guerra mondiale. (...) Poi c'è l'ambizione (già presente nel romanzo di James McBride da cui il film è tratto) di raccontare ogni sfaccettatura dell'umanità incancellabile persino dalla guerra, ogni aspetto di quel momento italiano: il che porta a immagini alte ma anche a bozzetti, banalità, macchiette. Miracolo a Sant'Anna non è il miglior film di Spike Lee: ma è un film di Spike Lee, quindi importante. L'ambientazione e tutti i valori produttivi sono perfetti: sembra di vedere le fotografie d'epoca, nel primo film prodotto dalla società On My Own di Roberto Cicutto e Luigi Musini, ex Mikado. Le polemiche che hanno preceduto e accompagnato il film sono prive di senso, frutto di incultura, di localismo, di dilatazione dei media." (Lietta Tornabuoni, "L'Espresso", 16 ottobre 2008)

"Nell'intento di scrivere una sorta di favola sullo sfondo della guerra - una favola in cui far convergere qualcosa di magico e di miracolistico, alcuni aspetti del conflitto tra bianchi e neri e in qualche modo l'eterna lotta tra il bene e il male che qui non risparmia neppure le brigate partigiane al loro interno - la regia non riesce a indirizzare il racconto su un percorso preciso. Non riesce neppure a rendere credibili i personaggi, soprattutto quelli italiani, ai quali ha applicato caratterizzazioni troppo stereotipate. Va un po' meglio con i soldati statunitensi, che non restano ingabbiati in cliché. Cosicché la parte più riuscita della pellicola - che peraltro ha suscitato reazioni contrastanti negli Stati Uniti - è quella che racconta le discriminazioni e i pregiudizi all'interno dell'esercito a stelle e strisce nei confronti dei soldati neri, usati come carne da macello. E siamo di fronte al tema centrale della pellicola, il razzismo, la cui denuncia da sempre caratterizza l'impegno civile e l'opera di Spike Lee (vedi Malcom X). Ma qui ci si ferma. (...) A sfuggire è, in ultima analisi, il senso stesso del film, confuso in tanti indizi di diverso segno. Di sicuro non è in gioco la verità storica, e accusare Lee di revisionismo appare eccessivo e fuori luogo, nonostante alcune dichiarazioni avventate dopo le critiche ricevute dalle associazioni di ex combattenti (...) Semmai lo si può accusare di essersi cimentato in una materia delicata con troppa superficialità, e con un soggetto tanto ambizioso quanto insignificante e inverosimile che ha finito per travolgere anche la sua mano di bravo regista." (Gaetano Vallini, 'L'Osservatore Romano', 15 ottobre 2008)
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