Mio fratello è figlio unico

ITALIA, FRANCIA - 2006
Mio fratello è figlio unico
Le vicende dei fratelli Accio e Manrico che, sullo sfondo dell'Italia turbolenta degli anni '60 e '70, si trovano a preferire differenti percorsi di formazione e scelte di vita che li portano spesso a un duro confronto tra loro, senza però rinunciare mai a dimostrarsi reciproco affetto e solidarietà.
  • Altri titoli:
    Mon frère esr fils unique
  • Durata: 100'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA, DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM
  • Tratto da: ispirato al romanzo "Il fasciocomunista" di Antonio Pennacchi (ed. Mondadori, 2003)
  • Produzione: RICCARDO TOZZI, MARCO CHIMENZ, GIOVANNI STABILINI PER CATTLEYA, BABE FILMS
  • Distribuzione: WARNER BROS. ITALIA
  • Data uscita 20 Aprile 2007

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
Latina, anni '60, una famiglia proletaria, padre (Massimo Popolizio), madre (Angela Finocchiaro) e tre figli: Violetta (Alba Rohrwacher), Accio (Vittorio Emanuele Propizio) e Manrico (Riccardo Scamarcio). A disputarsi il titolo di "figlio unico" sono gli ultimi due: il piccolo Accio è un po' Rosso Malpelo, scontroso, attaccabrighe, irriducibile a qualsiasi controllo, sia familiare che religioso (prova la strada del seminario) e poi politico; il maggiore Manrico è bello e carismatico, sciupafemmine e impegnato a sinistra. E' questo il tableau vivant su cui apre Mio fratello è figlio unico, diretto da Daniele Luchetti e tratto - molto liberamente, come vedremo... - dal romanzo Il fasciocomunista di Antonio Pennacchi. A sceneggiare con lo stesso Luchetti la premiata coppia di scrivani Stefano Rulli e Sandro Petraglia, reduci dalla palestra de La meglio gioventù: stessi posti dell'anima, stesse ore antagoniste di Mio fratello è figlio unico. Ricostruzione architettonicamente ineccepibile, meno convincente sotto il profilo socio-politico: da qui la querelle con Pennacchi, che si è sentito tradito per "la banalizzazione del passaggio di Accio, da destra a sinistra: il fascista è presentato ancora come un mostro, mentre il compagno ha sempre ragione", accusando i tre (Luchetti, Rulli e Petraglia) di "aver girato La meglio gioventù 2". Al massimo, diremmo, "la meglio famiglia", protagonista assoluta del film a scapito del côté politico. E' comunque l'unica debolezza di un film che per il resto funziona e convince, dichiaratamente popolare, con echi drammaturgici da Romanzo criminale e di formazione.

Per la recensione completa leggi il numero di maggio della Rivista del Cinematografo

NOTE

- PRESENTATO AL 60MO FESTIVAL DI CANNES (2007) NELLA SEZIONE "UN CERTAIN REGARD".

- VINCITORE DI 5 DAVID DI DONATELLO 2007: MIGLIORE SCENEGGIATURA, ATTORE PROTAGONISTA (ELIO GERMANO), ATTRICE NON PROTAGONISTA (ANGELA FINOCCHIARO, EX AEQUO CON AMBRA ANGIOLINI), MONTAGGIO, FONICO IN PRESA DIRETTA (BRUNO PUPPARO).

- NASTRO D'ARGENTO 2008 A SANDRO PETRAGLIA (PREMIATO ANCHE PER "LA RAGAZZA DEL LAGO"), DANIELE LUCCHETTI E STEFANO RULLI PER LA MIGLIOR SCENEGGIATURA E A MIRCO GARRONE PER IL MIGLIOR MONTAGGIO. IL FILM ERA CANDIDATO ANCHE PER: MIGLIOR REGIA, ATTORE PROTAGONISTA, ATTRICE NON PROTAGONISTA (ANGELA FINOCCHIARO) E FOTOGRAFIA.

CRITICA

"Veloce, vivace, ben scritto, ben costruito e ben recitato, tratto dal romanzo 'Il fasciocomunista' di Angelo Pennacchi, 'Mio fratello è figlio unico' di Daniele Luchetti racconta, dal 1968 per qualche anno, di due fratelli che si muovono tra le architetture di Latina ex Littoria e di Sabaudia, città inventate dal fascismo. (...) Il film di Luchetti non è storico né politico: per la prima volta, la divisione politica è un fatto di famiglia. Si spiega l'approdo opposto dei due fratelli con gli opposti caratteri e le opposte esperienze, le loro vite sono seguite come quelle di ragazzi diversamente idealisti. E' un film lieve, spesso divertente, certo non inconsapevole delle perenni lacerazioni italiane. Un po' paternalistico, un poco indulgente e consolatorio, ma ben fatto ed esatto, con una evocazione d'epoca esemplare, per fortuna non affidata prevalentemente alle canzoni." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 20 aprile 2007)

"Pur con l'inevitabile resa ad alcune semplificazione della storia più recente, il film tiene fino alla fine. Il merito è anche di un cast eccellente e benissimo diretto: Scamarcio è convinto e convince. Zingaretti, Anna Bonaiuto e Angela Finocchiaro fanno scintille. Ma davvero sorprendente è Elio Germano, sensibile, poliedrico, capace di coniugare leggerezza e gravità." (Piera Detassis, 'Panorama', 26 aprile 2007)

"Il titolo 'Mio fratello è figlio unico', da una canzone di Rino Gaetano, fa pensare a una commedia mentre in realtà si tratta di un dramma con morti e feriti. È tratto dal romanzo 'Il fasciocomunista' di Antonio Pennacchi, ma l' autore protesta e accusa il regista Daniele Luchetti e gli sceneggiatori Petraglia e Rulli di disonestà. Se è per questo, l' illustre Giorgio Bassani fece di peggio: all' uscita di 'Il giardino dei Finzi Contini' minacciò di querelare Vittorio De Sica per un film che poi avrebbe vinto l'Oscar. Servirà tale precedente a placare i bollenti spiriti di Pennacchi? (...) I personaggi ci sono, gli interpreti anche: che cosa manca a 'Mio fratello è figlio unico' per essere un film riuscito? Manca lo spazio per far incrociare tanti percorsi esistenziali: e non solo perché è difficile costringere un libro di 400 pagine dentro un'ora e quaranta. A parte Germano, che è sempre in scena e si destreggia con bella autorevolezza, gli altri appaiono e scompaiono senza avere l'occasione di rivelarsi fino in fondo. Immagino che i bravi Petraglia e Rulli, trovandosi a mal partito con tante storie abbozzate, hanno rimpianto i tempi lunghi avuti a disposizione per 'La meglio gioventù'. Emerge tuttavia perentorio il legame di sangue fra Accio e Manrico, che bisticciano sempre, fanno la lotta e degenerano ogni tanto nel pestaggio mentre si spostano sulla scacchiera della politica occupando caselle all'opposto. Anche come rivali in amore: ma alla ragazza contesa, Francesca (Diane Fleri), è risparmiata l'odiosa figura che fa nel romanzo. Una profonda variante rispetto al libro, che si conclude sul protagonista nell'atto di zappettare a mo' di penitente il giardino di un convento, è un finale improntato all'ottimismo della volontà. Dove la casa avita, pur periclitante, si conferma l'unico possibile approdo e il covo da cui ripartire per conquistare qualcosa di meglio; e dove spunta propiziatorio il sorriso di un bambino. Troppo facile? Consolatorio? Ma no, solo un modo per farti uscire dal cinema più rasserenato, un invito a considerare il film (e la vita) una tragedia ottimistica." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 20 aprile 2007)

"Liberamente tratto dal 'Fasciocomunista', romanzo autobiografico di Antonio Pennacchi (Mondadori), 'Mio fratello è figlio unico' è straordinario finché incrocia con leggerezza i tre geni dominanti nel Dna del cinema italiano, la commedia, la famiglia, la politica. E' bella e feconda l'idea non così paradossale di raccontare il fiume carsico del fascismo come una storia di famiglia, anche perché Luchetti schizza con tocchi veloci un certo fascismo popolare, antiborghese e antiamericano, o poco frequentato dal nostro cinema. E' vivace ed esatto il ritratto dei due fratelli, Accio fascista per dispetto, e Manrico (Riccardo Scamarcio) comunista per tradizione e dongiovanni per vocazione. Ed è semplicemente impagabile la scena in cui il povero Accio resta senza fiato davanti al sorriso dell'ennesima fidanzata di Manrico (Diane Fleri), ma non può far altro che mangiarsela con gli occhi, prepararle un caffè, proclamarsi orgogliosamente fascista, quindi congedarla con un sonoro 'Mavvammorìammazzata!' che è la più bella e inattesa dichiarazione d'amore dell'anno. Fin qui, finché Luchetti segue questa stramba educazione sentimentale (memorabile Anna Bonaiuto amante materna) moltiplicando sottostorie e citazioni canore, tutto si incastra a meraviglia, amori e politica, cotte e bastonate, rivalità e crisi di coscienza. Ma poi gli anni passano, i personaggi crescono, e dopo uno sberleffo alle follie del '68 (Beethoven defascistizzato), il film sbanda in una direzione insieme fragile e banale. Manrico, non si capisce bene perché, entra in clandestinità, compaiono pistole, attentati, latitanza, mentre Accio continua ad amare in silenzio la ragazza del fratello, nasce perfino un bambino, insomma inizia tutto un altro film cui però non abbiamo il tempo né la voglia di credere. Un vero peccato, o forse un sintomo. Diventare adulti non è facile. Nemmeno per le commedie." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 20 aprile 2007)

"Un buon film, addirittura ottimo soppesando le difficoltà proposte dal soggetto. 'Mio fratello è figlio unico' nasce, infatti, dal confronto tra Daniele Luchetti e il romanzo autobiografico 'Il fasciocomunista' di Antonio Pennacchi, che tocca apici di poesia sporcandosi le mani in un grumo di sgradevolezze e miserie umane e ambientali. Il rischio era quello d'uniformare le vicende della peggio gioventù pre e post sessantottina al pessimo gusto della commedia politica nostrana, in cui la nostalgia suona querula e la faziosità impazza: Luchetti, restando solo in parte fedele al testo come è giusto che faccia un cineasta, riesce invece a cogliere la fatica e il dolore di vivere di personaggi umani-troppo-umani malmenati dalla microstoria quotidiana. (...) Germano è il migliore in campo, con la sua carica di rabbia commovente e impotente ingenuità; Scamarcio regge bene il ruolo, dimostrando che l'idolatria delle teenagers non può costituire una condanna critica a priori; mentre il valore aggiunto è garantito da tutti i comprimari, tra cui spiccano l'ambulante fascistone Zingaretti e la torbida moglie/amante Anna Bonaiuto. L'ultimo capitolo della ballata è il più debole, perché Luchetti prende la rincorsa e non risolve altrettanto bene la caduta nei buchi neri dei funesti anni Settanta. Resta intatta, peraltro, l'originalità di un'educazione esistenziale che incide senza anestesia un passato (?) fatto di cortei e pestaggi, esaltanti canzonette e cattivi maestri, aberranti ideologie e amori viscerali." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 21 aprile 2007)

"Non voleva fare un film politico né storico, Daniele Lucchetti, ma alla fine con Mio fratello è figlio unico riesce comunque a disegnare, sotto forma di una godibile commedia all'italiana, uno spaccato abbastanza verosimile dei turbolenti anni '60 e '70, segnati dal boom economico e dalla contestazione giovanile. (...) Mettendo in primo piano una coppia di attori giovanissimi ma di buona personalità accanto ad altri di provata esperienza, il regista confeziona una sorta di racconto di formazione, non proprio esemplare, a volte stereotipato nel presentare tipi e vissuti della provincia italiana di quegli anni, tuttavia coerente. Ma si tratta anche e soprattutto di un film sui sogni infranti, sugli ideali fragili (e traditi) di una generazione che s'immaginava diversa e che non è riuscita a resistere a sanguinose derive estremistiche. Focalizzando l'attenzione sull'elemento umano, grazie ad un'accorta sceneggiatura, Lucchetti riesce a marginalizzare le vicende politiche, che sono solo un pretesto per raccontare sentimenti ed emozioni di due fratelli che alla fine si scopriranno non troppo diversi, nonostante tutto, e legati più di quanto siano disposti a riconoscere. Un film leggero, ma accattivante. (Gaetano Vallini, "L'Osservatore Romano, 12 maggio 2007)
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