Miele

ITALIA, FRANCIA - 2013
3/5
Miele
Irene è una ragazza di trent'anni, che ha deciso di mettere la sua vita al servizio dei malati terminali che vogliono abbreviare la propria agonia e le sofferenze; lavora in clandestinità, con il nome in codice 'Miele'. Tutto sembra procedere per il verso giusto fino all'incontro con l'ingegnere Carlo Grimaldi, un settantenne in buona salute, che ritiene semplicemente di aver vissuto abbastanza, che metterà in discussione le convinzioni e l'operato di Irene...
  • Altri titoli:
    Vi perdono
  • Durata: 96'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Tratto da: romanzo "A nome tuo" di Mauro Covacich (ed. Einaudi)
  • Produzione: RICCARDO SCAMARCIO E VIOLA PRESTIERI PER BUENA ONDA CON RAI CINEMA, IN COPRODUZIONE CON LES FILMS DES TOURNELLES, CITE' FILMS
  • Distribuzione: BIM
  • Data uscita 1 Maggio 2013

TRAILER

RECENSIONE

di Valerio Sammarco
Miele, all'anagrafe Irene (Jasmine Trinca), è una ragazza di trent'anni, taciturna e apparentemente chiusa al mondo esterno. Per vivere, aiuta le persone che soffrono: malati terminali che vogliono abbreviare l'agonia, persone le cui sofferenze intaccano la dignità di essere umano. E' un "angelo della morte", che lontano dai suoi "assistiti" nuota in mare aperto e corre in bicicletta quasi a voler aggredire la vita, così come porta avanti una relazione senza futuro con Stefano (Vinicio Marchioni), uomo sposato al quale dà poco oltre il suo corpo e dal quale non chiede altro in cambio. Tutto cambierà, progressivamente, quando a richiedere il suo servizio è l'ingegner Grimaldi (Carlo Cecchi), settantenne in buona salute deciso a farla finita semplicemente perché stanco di vivere. L'incontro con quell'uomo metterà in discussione le ferme convinzioni di Irene.
Dopo il corto Armandino e il MADRE, Valeria Golino esordisce alla regia di un lungometraggio e lo fa con un film coraggioso (liberamente ispirato al romanzo di Mauro Covacich, A nome tuo, Einaudi), affrontando un argomento delicato e controverso come quello del fine vita: Miele è essenziale, privo di qualsiasi orpello o eccesso stilistico, eppure molto riconoscibile proprio per l'indiscutibile coerenza estetica e di linguaggio che accompagna il film dalla prima all'ultima inquadratura. In un certo senso, e qui il rischio è quello di sfiorare lo schematismo, la stessa coerenza incide sullo sviluppo del racconto, che dallo scontro/incontro tra Irene e Grimaldi si fa per forza di cose prevedibile. Ma è un limite calcolato, come la musica diegetica (da Bach ai Talking Heads, da Thom Yorke a Christian Rainer) utilizzata a mo' di rifugio dalla protagonista quasi a voler allontanare i rumori superflui, l'inutile noise di una vita che, come detto, per lei sembra essere tale solamente al di sotto della "superficie", tra le onde di un mare invernale in cui nascondersi da tutto, prima di ogni cosa dalla morte. Che la regista non filma mai, insistendo però sull'anticamera del trapasso, sul peso di una decisione che tanto i malati quanto i loro cari non possono accettare con leggerezza: "Nessuno vuole veramente morire, ma quella non è più vita", dice Irene nel suo momento di maggior fragilità emotiva. Il "momento" che precede la liberazione: la ragazza, immaginiamo, potrà tornare a "spostarsi" anche rimanendo ferma, al contrario di quanto fatto finora, immobile seppur in continuo movimento, dai viaggi clandestini in Messico per procurarsi i letali barbiturici di uso veterinario agli appuntamenti sparsi in tutta Italia con i vari "clienti". Irene sceglie la vita, Valeria Golino - ancora una volta - il cinema di qualità.
In cartellone a Cannes66 nella sezione Un Certain Regard.

NOTE

- REALIZZATO IN ASSOCIAZIONE CON GIANLUCA DE MARCHI - STRATEGIE DI COMUNICAZIONE S.R.L., MAGGIORE RENT SPA; CON IL SOSTEGNO DELLA REGIONE LAZIO-FONDO REGIONALE PER IL CINEMA E L'AUDIOVISIVO; CON IL CONTRIBUTO DEL MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITÀ CULTURALI-DIREZIONE GENERALE PER IL CINEMA.

- MENZIONE SPECIALE DELLA GIURIA ECUMENICA AL 66. FESTIVAL DI CANNES (2013) NELLA SEZIONE 'UN CERTAIN REGARD'.

- NASTRI D'ARGENTO 2013 PER: MIGLIOR REGISTA ESORDIENTE, ATTRICE PROTAGONISTA (JASMINE TRINCA É STATA PREMIATA ANCHE PER "UN GIORNO DEVI ANDARE" DI GIORGIO DIRITTI) E SONORO IN PRESA DIRETTA (EMANUELE CECERE É STATO PREMIATO ANCHE PER "LA GRANDE BELLEZZA" DI PAOLO SORRENTINO). LE ALTRE CANDIDATURE ERANO: MIGLIOR PRODUTTORE, ATTORE NON PROTAGONISTA (CARLO CECCHI) E MONTAGGIO.

- CANDIDATO AI DAVID DI DONATELLO 2014 PER: MIGLIORE REGISTA ESORDIENTE (VALERIA GOLINO E' STATA CANDIDATA ANCHE COME MIGLIORE ATTRICE NON PROTAGONISTA PER IL FILM "IL CAPITALE UMANO" DI PAOLO VIRZÌ), SCENEGGIATURA, PRODUTTORE, ATTRICE PROTAGONISTA (JASMINE TRINCA),
ATTORE PROTAGONISTA (CARLO CECCHI), DIRETTORE DELLA FOTOGRAFIA E MONTATORE.

CRITICA

"'Miele' è il primo film da regista di Valeria Golino, prodotto dal suo compagno Riccardo Scamarcio e da Viola Prestieri. Il film è piaciuto subito a Thierry Frémaux, direttore di Cannes, ed è il solo italiano invitato a 'Un certain regard'. Valeria ha ricostruito il personaggio di Irene-Miele affidando la parte a Jasmine Trinca dalla grazia nervosa e androgina, e ne ha fatto una trentenne aspra ma capace di tenerezza (...). 'Miele' è un film attuale, quasi di cronaca, che evita con intelligenza ogni presa di posizione di parte, religiosa o di convenienza politica." (Natalia Aspesi, 'La Repubblica', 1 maggio 2013)

"Non si tratta certo di un film euforizzante, ma è ovvio che il cinema non può e non deve relegarsi in paratie stagne. Valeria Golino, personalità intensa nonché attrice fuori standard, esordisce dietro la macchina da presa con «Miele» ispirandosi liberamente al romanzo 'A nome tuo' del giornalista-scrittore Mauro Covacich: sicuramente una prova di coraggio sia, appunto, per la tematica affrontata, sia per i notevoli e insidiosi problemi espressivi posti dalla direzione degli attori e la messinscena. La graziosa quanto spigolosa Jasmine Trinca è, infatti, la trentenne Irene soprannominata Miele che, in base agli input ricevuti da una misteriosa e ovviamente illegale organizzazione aiuta a morire persone affette da malattie terminali o inguaribili. Non siamo, però, introdotti in un cinema civile che, alla maniera dell'ultimo titolo di Bellocchio, costringa lo spettatore a schierarsi pro o contro la filosofia e la pratica dell'eutanasia: alla Golino interessa molto di più scandagliare i recessi psicologici di una giovane donna che, per compensare in qualche modo la missione di angelo del suicidio assistito ovvero dispensatrice di morte terapeutica, conduce la propria esistenza in una strettoia soffocante, arida (specie in materia di amore e sesso) e per forza di cose nichilista. Non è il caso, dunque, di lasciarsi andare alle solite e sterili polemiche, visto che ai nostri occhi il film e la neoregista appaiono distanti dai format tv in cui si scaricano i livori di fazione per la gioia e il cachet di noti toreri-conduttori: tanto è vero che un difetto del film ci sembra proprio quello di sovradimensionare l'interesse del ritratto femminile, sacrificando di conseguenza la vividezza e la dialettica drammaturgiche in nome e per conto di annotazioni psicologistiche alquanto autoreferenziali. Irene deambula, dunque, nelle sequenze inserendo qualche dubbio sul pathos della Trinca e soprattutto lasciando un po' troppo allo spettatore il compito di decifrare le domande (come si affronta il sommo tabù, come un gesto estremo può sfuggire al suo implicito cinismo, come il cinema deve realizzarsi nella 'morte al lavoro' preconizzata da Cocteau) che indirettamente gli sta proponendo. Nonostante aspiri a diventare il cuore del film, in questo stesso senso, l'irrompere nella sua vita dell'ingegnere che vuole farla finita senza essere minimamente malato aumenta l'impressione di un eccesso retorico-formalistico tipico del cinema italiano d'autore (anche perché, al contrario dei tanti che l'ammirano senza se e senza ma, non riusciamo mai a credere al Carlo Cecchi cinematografico). Nel complesso, senza volere cedere alle cerimonie che pure la Golino meriterebbe, si tratta di un esordio tra luci e ombre che peraltro non resterà senza alcun dubbio infecondo." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 1 maggio 2013)

"E' nata una regista, ed è davvero brava! Basta vedere come l'esordiente Valeria Golino si è appropriata della materia del romanzo 'A nome tuo' di Mauro Covacich (più esattamente la seconda parte, «Musica per aeroporti»), facendone una cosa sua pur in spirito di apparente aderenza alla pagina. (...) Tema scottante quello dell'eutanasia, ma il film evita la chiave del dibattito: per la Golino la questione è letteralmente incarnata dal personaggio Miele, respira attraverso la sua pelle, i suoi tremori, le sue tensioni, i dispersivi aneliti vitalistici che le permettono di sopravvivere al continuo faccia a faccia con la morte. D'altro lato, la figura dell'anziano Grimaldi - intenzionato a suicidarsi perché stanco di esistere - assume sullo schermo una statura notevolissima, non solo in quanto lo impersona uno straordinario, raffinato Carlo Cecchi; ma perché è lui il motore drammaturgico del cambiamento interiore di Miele. E nel ruolo, una Jasmine Trinca androgina, malinconica, determinata per la prima volta ci convince davvero." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 1 maggio 2013)

"(...) il cinema italiano ha una regista in più: l'esordio di Valeria Golino va segnalato non solo per l'importanza del tema (i suicidi assistiti, ispirandosi al libro di Mauro Covacich 'A nome tuo') ma anche per la qualità cinematografica del tutto. Di questo vorremmo, brevemente, parlare: la sceneggiatura minimale di Valia Santella e Francesca Marciano poteva dar vita, sulla carta, a una non-storia, perché in fondo nulla di eclatante accade nella vita di Irene... se non le morti con le quali continuamente si confronta, da lei assistite con una «pietas» che per altro è tutta umana, per nulla religiosa. La tensione narrativa, invece, non viene mai meno grazie a una regia essenziale ma molto solida, a una recitazione di alto livello (Jasmine Trinca bravissima, Carlo Cecchi superlativo) e alla scelta di ambienti volutamente «anonimi», che raccontano sotto traccia un'Italia piccolo-borghese alla disperata ricerca di valori che aiutino ad affrontare il momento estremo. Un film che non sembra un'opera prima, quindi? Lo si ripete sempre quando un'opera prima è convincente, è un luogo comune della critica del quale bisognerà liberarsi. Diciamo invece che Valeria Golino compie una scelta coraggiosa, come un suo collega (Luigi Lo Cascio) che ha, pure lui, esordito con un film anomalo come 'La città ideale'. Bella e per niente «bambocciona», ad esempio, l'idea di aprire il film con il viaggio in Messico: chissà se Valeria avrà ripercorso le strade e le atmosfere di Puerto Escondido..." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 1 maggio 2013)

"Ha avuto coraggio Valeria Golino a scegliere un tema così scabroso. (...) La storia non riesce a emozionare, nonostante i tormenti di Jasmine Trinca. Tra i tanti dubbi, ne spicca uno: perché si ostina a mostrarsi in topless?" (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 1 maggio 2013)

"Nell'insolito gruppetto di film da qualche anno dedicati a eutanasia, coscienza mortale, gesto ('Kill me please', 'Bella addormentata', 'Quelques heures de printemps', 'Amour') qui pesa la giovinezza di Miss Morte, gli occhi belli, la pelle, l'energia (sempre in bicicletta e in viaggio), la vita davanti di Miele (Trinca, brava, ma forzata alla fotogenia dark di Noomi Rapace), esecutrice clandestina di fine vita. Tra i malati terminali che «visita», c'è un baro, un vecchio prof sano (Cecchi che fa molto Cecchi) aspirante suicida per dismesso interesse. Lo schema ideativo di sceneggiatura si sente (troppo), proprio dove cerca di sembrare accidentale. Esordio alla regia di notevole purezze e cura di un'ottima attrice. Sedotta dal tema, sconta un eccesso di fiducia sul faccia a faccia col «passo»." (Silvio Danese, 'Nazione-Carlino-Giorno', 10 maggio 2013)

"(...) Trinca, da premio (...). L'esordio alla regia di Valeria Golino non scivola in morale sul tema tra i più controversi d'Italia: solido in scrittura, minuzioso in regia e montaggio, al Regard di Cannes i meritati applausi." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 18 maggio 2013)

"E' vero i francesi sono particolarmente generosi con i nostri film coprodotti da Parigi e quello della Golino di coproduttori transalpini ne ha ben tre. Ma questa volta sembrano essere sinceri: alla prima proiezione stampa a due ovazioni, scattate quando il film sembra sul punto di finire, ha fatto seguito quella finale, liberatoria. Il soggetto dell'eutanasia, trattato con il garbo e la sottigliezza che tutti le hanno riconosciuto, ha giocato un ruolo importante (con lo stesso tema lo scorso anno 'Amour' ha sbancato e ha trascinato Haneke all'Oscar) e la scelta di Trinca e Cecchi (una presenza preziosa seconde 'Le monde') hanno fatto il resto. Ma non è solo un successo critico visto che nella proiezione serale, con il pubblico, l'affetto è stato ribadito. Il film concorre, oltre alla Caméra d'or (opere prime), al premio del Certain régard la cui giuria è presieduta dal danese Vinterberg, la cui sensibilità sembra sulla carta molto vicina alle corde di 'Miele'. Oltretutto agli scandinavi piace molto il tocco italiano. Molti si domandano ancora cosa sarebbe successo l'anno della Palma alla 'Stanza del figlio' se a presiedere la giuria non fosse stata la norvegese Liv Ulmann." (Andrea Martini, 'Nazione - Carlino - Giorno', 18 maggio 2013)
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