Mia madre

ITALIA, FRANCIA, GERMANIA - 2015
4/5
Mia madre
Margherita, regista di successo in crisi creativa, è alle prese con un film impegnato, incentrato sulla rivolta degli operai di una fabbrica contro i tagli e i licenziamenti previsti dai nuovi proprietari americani. Il compito per Margherita è tutt'altro che semplice: non solo deve confrontarsi con un film politico, ma anche con la difficile gestione del cast, in particolare di Barry Huggins, bizzosa star italo-americana anche lui in crisi. E la vita di Margherita non è complicata solo sul set: separata e con una figlia adolescente, deve fare i conti con un rapporto sentimentale ormai agli sgoccioli e, soprattutto, con la malattia di sua madre Ada, latinista ed ex insegnante di Liceo, ricoverata in ospedale. Con l'aiuto del fratello Giovanni, ingegnere che ha rinunciato al lavoro per dedicarsi completamente ad Ada, Margherita proverà a superare gli ostacoli della sua vita privata e professionale.
  • Altri titoli:
    Margherita
  • Durata: 106'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA, DRAMMATICO
  • Produzione: NANNI MORETTI, DOMENICO PROCACCI, JEAN LABADIE PER SACHER FILM, FANDANGO, LE PACTE, RAI CINEMA, LE PACTE, ARTE FRANCE CINÉMA
  • Distribuzione: 01 DISTRIBUTION
  • Data uscita 16 Aprile 2015

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
Come si lascia andare una persona, come si elabora il lutto per la perdita della madre? E come abbiamo – l’abbiamo? - conosciuto quella persona che chiamavamo madre? Come si torna al cinema dopo aver vaticinato l’imprevedibile, addirittura, l’inaudito (Il Caimano e, soprattutto, Habemus Papam)? Ancora, come si può tenere il timone tra la necessità di aderire al reale (“Voglio ritornare alla realtà”) e quella di non indulgere nell’intimismo? Insomma, come si può mettere accanto al personaggio Moretti il regista Moretti, ovvero l’uomo Moretti? Come può quella denotazione affettiva, “mia madre”, che nemmeno sopporta fratellanza e sorellanza (non si dice “nostra madre”) travalicare l’individualità, l’individualismo e farsi connotazione universale, proprietà pubblica?


E, poi, com’è possibile provare almeno a “sparire” dalla scena, pur calcandola in prima persona (Moretti stesso) e interposta (la protagonista Margherita Buy)? Infine, come si fa in un film su un lutto, meglio, in un film sul senso di inadeguatezza filiale, professionale, amicale, relazionale ed esistenziale inserire un altro film sul mondo del lavoro che suona quale paradossale, chirurgico, beffardo apologo del lavoro (che non c’è) nell’era Renzi, ovvero, del Jobs Act e i suoi derivati, con imprenditori amerikani, champagne finti e discorsi in sale mensa occupate?


Mia madre è il nuovo film di Moretti. Sulla scorta autobiografica della perdita della propria madre, ma ovviamente non solo, Nanni inquadra il suo alter ego Margherita (Margherita Buy), una regista “impegnata” alle prese con un film sul mondo del lavoro, sull’occupazione di una fabbrica appena acquistata da un imprenditore straniero, interpretato da un famoso attore americano, Barry Huggins (John Turturro). Nel frattempo, la madre Ada (Giulia Lazzarini) è ricoverata in ospedale, e Margherita, e soprattutto il fratello Giovanni (Nanni Moretti), la vegliano, l’accudiscono. Margherita ha una figlia, Livia (Beatrice Mancini), avuta da un uomo con cui non sta più, mentre Giovanni, ingegnere, ha preso un’aspettativa dal lavoro.


Tra le altre cose, Mia madre è un film sul dialogo e, ancor prima, sull’insegnamento: in entrambi i casi, sulla “perdita di”. Ada è l’unica che ha insegnato e sa ancora insegnare, con riconoscimento sociale e riconoscenza individuale: i suoi ex alunni la conoscono meglio dei familiari, la nipote solo grazie a lei può pensare di imparare il latino. Giovanni no, non insegna: può ricordarsi un dativo, ma più della madre è in aspettativa, dal lavoro e forse dalla vita tout court. Anche Margherita non insegna: è una regista “stronza” (ipse dixit) a cui tutti concedono tutto, un’amante fuggita che non sa stare al mondo se non pesando sugli altri, costringendo gli altri a proprio riflesso. Cose dure, ma precise: gliele addebita chi vorrebbe stare con lei - ci stava ma non più – ma le pensa, e gliele ha dette, anche il fratello Giovanni. Invano.


Ma che film è Mia madre? Forse, La stanza della madre, ma rispetto a La stanza del figlio è migliore, di gran lunga: Moretti è cambiato, maturato, il sadismo non gli interessa più, e tra quello e  questo film si è aperto al mondo, l’ha addirittura previsto con Il Caimano e Habemus Papam. Mia madre è frutto di questa apertura al mondo, all’altro, sa elaborare il privato in racconto (ancor più che storia) pubblico: qui Moretti vince la sfida, evitando di indulgere (e autoassolversi) nel privato, piuttosto rivendicando la possibilità di tradurre la perdita individuale in guadagno pubblico, ovvero artistico.


E lo fa rivendicando l’adesione, ancor più dell’aderenza, alla realtà e insieme la concessione al sogno a occhi aperti, quello che facciamo quando la realtà è troppo brutta: non vogliamo chiudere gli occhi, ma vedere qualcosa di diverso quando i nostri cari, i nostri affetti amori carne e sangue se ne stanno andando. Perché le focali sono quella corte della nostra inadeguatezza al mondo, alla vita e alla morte: il papa Michel Piccoli scappava all’alba, la madre Ada scappa pure, e forse si incontreranno. Ma il problema, al solito, è di chi resta.


Moretti, lo dice alla fine, guarda al domani, senza dimenticare il dolore di ieri e l’inadeguatezza di oggi. Lo fa con il suo cinema e lo fa il suo cinema: non tutto è riuscito nel film, soprattutto quando l’iperbolico John Turturro deve essere riportato a più miti consigli, e alla conseguente evitabile giustificazione/spiegazione e, ma meno, quando la persona Moretti s’allunga e fa ombra su Giovanni e ancor più su Margherita. Ma non sono difetti gravi, perché Mia madre sa darci del tu. Anzi, del noi.

NOTE

- PREMIO DELLA GIURIA ECUMENICA AL 68. FESTIVAL DI CANNES (2015).

- DAVID DI DONATELLO 2015 PER: MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA (MARGHERITA BUY) E ATTRICE NON PROTAGONISTA (GIULIA LAZZARINI). LE ALTRE CANDIDATURE ERANO: MIGLIOR FILM, REGISTA, SCENEGGIATURA, PRODUTTORE, ATTORE NON PROTAGONISTA (NANNI MORETTI), TRUCCATORE (ENRICO IACOPONI), MONTATORE E FONICO DI PRESA DIRETTA.

- NASTRO D'ARGENTO 2015 A MARGHERITA BUY COME MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA E PREMIO SPECIALE A GIULIA LAZZARINI.

CRITICA

"Come sono lontani gli anni in cui Nanni Moretti poteva definirsi uno 'splendido quarantenne'! E non certo perché adesso il regista di anni ne abbia 61, ma perché è sempre più difficile rivendicare la gratificante distanza di allora tra sé e un mondo che «splendido» non era. Film dopo film, Moretti aveva costruito un «personaggio» certo della propria intangibilità da compromessi e immoralismi, capace di guardare a se stesso con l'orgoglio (e la superbia) di chi non doveva fare i conti con niente e nessuno. Le prime crepe si sono viste con 'Habemus Papam': dubbi pubblici e politici, sull'incapacità - attraverso la figura del Papa neoeletto - ad assumere un ruolo che altri volevano attribuirgli (ricordate il movimento dei «girotondi» e il sogno accarezzato da molti che Moretti ne diventasse il leader?). Adesso 'Mia madre' scava più a fondo e rivela un Moretti che - attraverso la regista alter-ego del film - confessa i suoi dubbi e le sue incertezze anche private. Con una sincerità insospettata nell'apodittico Michele Apicella. (...) Scegliendo uno stile di riprese volutamente sottotono e mescolando tempi e modi del racconto (dove passato e presente si intrecciano a realtà e sogni) Moretti cambia radicalmente il tono dei suoi film precedenti e costringe lo spettatore a interrogarsi continuamente sulla verità di quello che sta vedendo. O meglio: sull'esatta collocazione temporale e spaziale di un racconto che pur procedendo per successivo «accumulo» di personaggi e situazioni, sceglie di farlo con la maggior economia di mezzi possibile. Ne esce un film sprovvisto di quella consequenzialità logica che forse ci aspetteremmo e che aggiunge ogni volta una tessera a un mosaico che trova il proprio senso strada facendo. All'inizio questo procedimento fatica ad ingranare. La scelta di «togliere» invece che di «aggiungere» scivola a volte in una certa programmatica freddezza e viene il dubbio che il regista si sia imbarcato in una personalissima (e distillata) versione di '8½': le disavventure del film e delle sue riprese, con i dubbi sul proprio mestiere e le proprie scelte, con gli incidenti di percorso e di lavorazione (alcune volte anche molto comiche), sembrano soffocare tutto. Ma piano piano il baricentro del film si sposta verso l'introspezione e una (inaspettata) confessione in pubblico che stupisce e colpisce. La sceneggiatura (...) prende un percorso inaspettato. Almeno per il Moretti d'antan. Non che manchino frecciate e graffï, (...) ma prende il sopravvento un disincanto struggente e malinconico, dove finisce per essere più importante la coscienza dei propri limiti che non il dramma incombente della morte. Perché è proprio a partire dalla finitezza umana della genitrice che il film (e Moretti) si interrogano sulle proprie azioni, le proprie scelte, i propri atti. Con un bilancio lontanissimo dal trionfalismo passato e con un'apertura sul futuro («Al domani» sono le ultime parole del film) che promette molto." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 14 aprile 2015)

"(...) (Giulia Lazzarini, miracolo di levità e profondità) mette tutti di fronte ai propri limiti, riapre antiche ferite, crea continue occasioni di inadeguatezza, comiche e insieme tragiche come in tutto Moretti. (...) mentre il caos del set e quello dell'esistenza si sommano in un unico vortice, quella signora soave, ex professoressa di latino, amatissima dagli ex allievi e dalla nipotina liceale, che capisce molto meglio della madre, declina, riceve annoiandosi un poco gli amici di sempre, perde pian piano le sue facoltà, si prepara a suo modo all'ultimo viaggio, magari sognando di passeggiare nel giardino dell'ospedale (un po' come Roberto Herlitzka-Aldo Moro in 'Buongiorno, notte' di Bellocchio, curiosamente). Lasciando ai figli, e alla figlia in particolare, il peso di quel presente che non capiscono e forse non amano (quelle comparse, così diverse dagli operai ideali della Buy...). Ma anche alcuni insegnamenti spigolosi che emergono nelle scene più belle di questo film straordinario, straziato e sommesso, stranamente pacificato, sempre attento a mantenere la giusta distanza dal suo soggetto incandescente, ma destinato a scavare nello spettatore a lungo dopo la visione. Come i classici latini della biblioteca materna, che la figlia accarezza in un gesto solo e finalmente d'amore." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 14 aprile 2015)

"Geneticamente immodificabile, il cinema di Moretti «è» Moretti, non può che coincidere con la persona. Non solo per il gusto, lo stile, gli interessi - prerogative naturali di quasi tutti gli artisti - ma per l'ingente travaso autobiografico che ha metodicamente messo in scena dal '76 di «Io sono un autarchico» all'odierno «Mia madre». (...) Le riprese sparse nelle variegate e suggestive location romane, album iconografico storicamente antecedente agli scoop sorrentiniani, riguardano un greve apologo operaista ben poco intonato alle sue corde; ma i comportamenti, i rovelli psicologici, ideologici e professionali e soprattutto le idiosincrasie della donna sono al 100% copyright del sessantunenne regista, (...) che si riserva invece il ruolo - mai così sobrio in carriera - del premuroso e più equilibrato fratello. L'opzione narrativa del film appare esplicita e semplice: (...) è raccontata con mano ferma, tonalità a tratti ripetitive, buone recitazioni del trio Buy, Lazzarini e Moretti e accompagnamento musicale triste ma non troppo funereo. Più che a causa dell'espediente suddetto, però, «Mia madre» cerca il sigillo d'autore lasciando praterie di pellicola all'invadente, travolgente, irrefrenabile performance di Turturro (...), metafora vivente non solo dello stress supplementare inflitto alla malcapitata, ma anche dell'astio, se non proprio odio, nutrito da Moretti per i ritmi, i riti e le manipolazioni di fiction richiesti dal proprio mestiere. (...) Difficile capire una volta per tutte se il plateale quanto voluto contrasto tra la parte esilarante e gigionesca e quella commossa e commovente, con i ricordi del passato e gli incubi del presente che convergono nello sguardo chiarissimo e più indifeso del solito della Buy, arriva a fondersi in una compiuta armonia. Se, insomma, le confessioni del demiurgo (...) e i momenti forzati per risultare toccanti (...) riusciranno a sedimentarsi, a diventare universali e non limitarsi a rievocare, peraltro legittimamente, «quella» madre, l'amatissima professoressa Apicella." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 14 aprile 2015)

"(...) grandissimo, commovente film che Nanni Moretti ha dedicato, fin dal titolo, a sua madre, (...). Con l'invenzione narrativa, da non esitare a definire geniale, (...) Moretti affranto nell'intimo, ma riuscendo a contenersi (com'era del resto a Roma al funerale a Cristo Re), con il suo testo e la sua regia, ha potuto vestire il personaggio da lui interpretato di un contenuto riserbo mentre ha lasciato che l'altro personaggio, quello della sorella, fosse quasi dall'inizio e attraversato da ventate di dolore disegnandosi sul viso quei sentimenti, e forse lo stesso strazio provati con ogni probabilità in quei giorni dallo stesso Moretti. (...) Comunque anche se Moretti evita intenzionalmente di farsi coinvolgere in prima persona in quella sua nuova elaborazione di un lutto dopo 'La stanza del figlio' questa, in ogni momento perfetta, è persino più commovente dato che opera con sapienza sull'evoluzione psicologica dei personaggi e sulle cornici che li accolgono. In 'rappresentanza' di Moretti, Margherita Buy, la 'sorella', magnifica tra smarrimenti e ferite, lo stesso Moretti, un 'fratello' che sa tenersi tutto dentro." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 14 aprile 2015)

"Nanni Moretti si è innamorato di una nuova parola per raccontarsi: inadeguatezza. E in questo modo riesce a far sentire i suoi cineappassionati più inadeguati di lui, inadeguati cioè a cogliere tutta la meraviglia del suo nuovo film, dal titolo già pericolosamente intimo, 'Mia madre'; affidando il suo alter ego alla nostra attrice più brava a esprimere inadeguatezza, Margherita Buy, forse perché lei così si sente davvero, malgrado, a 52 anni, sia al suo 48 film e sia ormai molto brava. Dal 2011, dal memorabile 'Habemus Papam', si aspettava con docile ansia un nuovo Moretti, marchio sicuro del raro buon cinema italiano, e finalmente ce lo ha concesso: non un'autobiografia, non un caro diario, non una confessione, ma certamente una storia autoreferenziale, negli eventi e nei sentimenti. Non ha mai pensato di essere lui se stesso, perché da subito voleva essere rappresentato da una donna, che certamente poteva essere un regista meno musone e complicato di lui, e lui poteva dirigerla contando sulla sua devozione verso il Maestro dimostrata in due altri film fatti con lui. (...) Momenti (...) d'inevitabile commozione, sono tanti, difficilmente ormai si provano al cinema. Ma Moretti è di quei registi e di quegli uomini che non vogliono costringere la gente alle furtive lacrime con facili mezzi ricattatori. E quindi il legame dolente tra la donna ammalata e i due figli, prima in ospedale poi a casa, si accende della bravura degli attori: la madre Ada (Lazzarini, grande attrice di teatro), sa contenere la sofferenza e la paura, per aiutare i figli ad accettare la sua fine; il figlio Giovanni, cui Nanni Moretti dà una fragilità molto maschile che gli rende insopportabile il peso contemporaneo del dolore e della professione. È lei, la figlia Margherita, dai gesti soccorrevoli e impacciati sul corpo affranto della donna ammalata, ad avere la forza per vivere tutto (...)." (Natalia Aspesi, 'La Repubblica', 14 aprile 2015)

"(...) è un film stranissimo, spiazzante nel movimento emozionale, sbilenco nella grana dell'immagine volutamente opaca (la fotografia è di Arnaldo Catinari), e nel montaggio (di Clelio Benevento) che mescola con passaggi bruschi il flusso del cuore e il quotidiano, gli incubi e i rimorsi che hanno l'immagine di una macchina, quella della madre, fracassata dalla figlia contro il muro. Il corpo corpo con l'esistenza e la necessità comunque di essere nel presente. Ma è proprio in questo spaesamento, costante nel suo pudore, che accade la «rottura» più netta con quei «duecento schemi» dei fraseggi morettiani. (...) meravigliosa Giulia Lazzarini (...) Margherita Buy (sempre più brava) (...). C'è la storia, la morte della madre, che è un passaggio radicale dell'esistenza, ma soprattutto la dimensione privata non è una «prima persona» morettiana di altri tempi di un personaggio che si sovrimpressionava al suo attore/autore nei vezzi e nelle nevrosi, nelle espressioni «epocali» e nello sguardo sul mondo. Mettetevi accanto al vostro personaggio, ripete Margherita ai suoi attori invitandoli a una tecnica di straniamento brechtiano. Moretti si mette accanto a lei, quasi a guardare da fuori sé stesso. Non è però demiurgo né io narrante perché il punto di vista coincide sempre con quello della donna in cui intuiamo qualcosa di «maschile» - anche se nella scrittura ci sono molte donne (...). La figura di Moretti somiglia all'angelo wendersiano - per questo appaiono fuori luogo le notazioni realistiche sul suo lavoro, tipiche della sceneggiatura italiana che tutto deve chiudere - e questa dimensione surreale gli permette di tradire la distanza narrativa in una sincera intimità. (...) Moretti ci rende partecipi di questo passato privato e insieme universale, il dolore, il cambiamento, guardare il mondo, quel voler tomare alla realtà che non è chiaro cosa sia mentre conduce la sorella (se stesso) a una diversa consapevolezza personale, artistica. E senza clamori né superiorità, anche nelle debolezze, lo fa con il cinema, il suo, che nel segno di una poetica trova il coraggio (raro) di uscire da sé." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 14 aprile 2015)

"è un film di piccole cose, di dettagli che si riconoscono al volo. Basta avere - o aver avuto - un padre, una madre, un nonno o una zia da visitare in ospedale. Un film generazionale, come tutti quelli che Moretti ha diretto e interpretato fin dai tempi ormai lontani di 'Io sono un autarchico' (1976), solo che intanto, e finalmente, la sua generazione è diventata adulta. Splendidi sessantenni, o giù di lì, che davanti alla morte dei genitori scoprono di essere loro, adesso, gli adulti. Passano in prima linea. Non rinunciano alle nevrosi, però imparano a tenerle a bada. E le nevrosi 'à la Moretti', in effetti, in questo film ritornano tutte. Dal cinema nel cinema (c'era già in 'Sogni d'oro' e nel 'Caimano', per esempio) all'incomunicabilità (e qui, forse, basterebbe ricordare 'Ecce Bombo'), dal mistero della relazioni familiari (era uno dei temi portanti, neppure troppo dissimulati, di 'La Messa è finita') all'elemento autobiografico, ingombrante da sempre e apertamente tematizzato in 'Caro diario' e 'Aprile'. A dominare è, in ogni caso, lo scandalo e il rovello del lutto, con il quale Moretti già si era misurato all'epoca della 'Stanza del figlio' (2001), senza tuttavia rinunciare del tutto all'uscita di sicurezza che, in modo più o meno ironico, la psicoanalisi ha sempre offerto ai drammi e ai paradossi del suo cinema. Ecco, a ben vedere la vera novità di 'Mia madre' sta proprio qui: questo è il primo film in cui Moretti sembra essersi lasciato la psicoanalisi alle spalle. Interiorizzandone motivi e soluzioni, ma non avvertendo più la necessità di esibire la barba del dottor Freud o il bugiardino degli psicofarmaci. Per ottenere questo risultato Moretti ha scelto di sdoppiarsi (...). La vera protagonista è (...) la metà femminile di questo autoritratto frammentario, ma Moretti per impersonare Giovanni si spoglia di ogni vezzo intellettualistico. È un uomo che conosce il dolore, semplicemente. (...) Attori tutti bravi, tutti in parte, ma due interpretazioni si stagliano rispetto alle altre. Una è quella di Giulia Lazzarini nel ruolo di Ada, la madre cardiopatica, il centro assente intorno al quale ruota il racconto. Seguire l'indecisione dei suoi sguardi e l'improvvisa spavalderia dei suoi sorrisi significa ricordare quali meraviglie può fare una grande attrice di teatro quando la macchina da presa si mette al suo servizio. L'altro pilastro è costituito da John Turturro (...). Tocca a lui sostenere il controcanto comico di un film che rischierebbe altrimenti di scivolare nella malinconia." (Alessandro Zaccuri, 'Avvenire', 14 aprile 2015)

"Dalla domanda che ogni figlio dei tempi nei tempi si fa intorno al processo di continuità e cessazione dei cicli, Moretti ha tratto un film molto personale, in un certo senso troppo personale, disperatamente unico, come unico, insostituibile, sarebbe il film (o la poesia, il racconto, la musica, il dipinto) che ogni figlio, ognuno di noi, comporrebbe 'in morte di'. (...) Moretti tenta goffamente di nascondersi, si apre però a un emozionante specchio universale quando, nella seconda metà, diventa chiara la scelta di raccontare il tempo del morire nella clessidra della quotidianità, nella condanna alla sopravvivenza. L'ospedale e il set sono realtà e rappresentazione. In una battuta urlata di Turturro (...) ancora rifugio dell'autore (sempre così, Moretti, più si è nascosto, più si è smascherato nei film) c'è il senso più ampio del tragico, simmetrico a 'La stanza del figlio': 'Non ne posso più di recitare, riportatemi nella vita'. "(Silvio Danese, 'Nazione - Carlino- Giorno', 14 aprile 2015)

"Se è vero - e lo è - che i grandi film sono quelli in cui si ride e si piange molto, 'Mia madre' di Nanni Moretti è un grande film. Perché fa ridere con le lacrime agli occhi e fa piangere col sorriso sulle labbra. Ci voleva del coraggio a cimentarsi in una storia così vera e così drammatica (...). Ma soprattutto ci voleva del talento, vero e maturo, per riuscirci come ci è riuscito Moretti in quello che forse è il suo film, se non più bello, senz'altro più completo e compiuto. Anni fa, in una lunga e famosa polemica, Dino Risi gli aveva suggerito beffardo: "Quando vedo un lavoro di Nanni, mi viene sempre voglia di dirgli: spòstati e fammi vedere il film". Stavolta Nanni si è scansato, eccome se si è scansato. Ancor più che in 'Habemus Papam', dove il papa era lui ma aveva il volto e il corpo di Michel Piccoli, e Nanni interpretava lo psicologo. Qui la perdita della madre durante la lavorazione proprio di quel film è capitata a lui, che però ha ceduto se stesso a una splendida Margherita Buy. Così, per la prima volta, Moretti non fa Moretti. E la Buy non fa la Buy. (...) Così, oltre a sorprendere tutti, infilano le loro rispettive, migliori interpretazioni. Aiutati dalla scrittura di Valia Santella e Francesco Piccolo e dall'immensa attrice Giulia Lazzarini, la madre malata, sempre in perfetto equilibrio e senza mai scadere nella retorica del patetico; e da un pirotecnico John Turturro, (...). Il dolore, la malattia, la morte, per chi se ne va e per chi resta, ma anche l'allegria quotidiana che strappa sane risate, sono raccontati con una delicatezza e un'autenticità e una laicità che possono arrivare soltanto dalla vita vera. (...) Tutto questo fa di 'Mia madre' un film talmente semplice, disarmante e soprattutto serio (specialmente quando fa ridere) da non sembrare neppure italiano. Italiano nel senso dell'Italia di oggi, e del cinema di oggi. Un film straniero in patria, ma piuttosto raro anche per un film straniero. Un film 'politico', come l'ha definito Moretti proprio per quello che, al primo impatto, sembrerebbe il meno politico. Invece ha ragione: è il suo film più politico, anche se non parla della 'politica' politicante, cioè di quella robaccia che siamo abituati a chiamare politica e invece è tutto fuorché politica. Politica è occuparsi della vita, della morte, della malattia, della sofferenza, degli ospedali, delle fabbriche, delle cariche della polizia, dei ragazzi a scuola e delle donne (che sono le protagoniste assolute del film). (...) Nessuno, neppure noi, aveva capito perché Moretti, dopo la stagione dei Girotondi, si fosse assentato dalla politica attiva. Questo film è la sua risposta a tutti: per lui, oggi, la politica attiva è questa. Purtroppo, solo per lui." (Marco Travaglio, 'Il Fatto Quotidiano', 14 aprile 2015)

"Un bel film, decisamente. Sarà bello, ne sono sicuro, anche se ci tornerò colla memoria tra qualche anno. Con questo sono due film e mezzo decisamente buoni tra i quindici girati in sette lustri da Nanni Moretti. Il primo è stato 'La stanza del figlio' (sulla morte, per fortuna, solo immaginata, di Moretti junior). Il mezzo fu la seconda parte di 'Caro diario' (sulla malattia, nient'affatto immaginaria, che colpì Nanni a meno di 40 anni). In 'Mia madre' la storia è vera (la mamma del regista è scomparsa cinque anni or sono) e nemmeno del tutto superata (tant'è vero che ci ha fatto su il film). Però il dolore è autentico. In altre parole, il Nanni a contatto con sofferenze vere (e non paturnie esistenziali, non girotondi del cavolo) diventa un regista di serie A. Capace di tenere in pugno la storia dall'inizio alla fine ('Il caimano' iniziava con tre quarti d'ora di ritardo) e di girare a ciglio asciutto una vicenda strappalacrime. Certo, l'autobiografia è evidente dalla prima inquadratura. (...) Il soggetto non contiene un briciolo di novità, ma è il caso di dire che Nanni il materiale ha saputo organizzarlo con inusitata e inaspettata sagacia. Il dolore non scade mai nel patetismo, le lacrime (che arrivano copiose) non sono mai strappate con mezzucci volgari. Scontatissima la presenza (e la prestazione) di Margherita Buy (ormai attrice feticcio del regista). La grande carta vincente si rivela l'invenzione di Giulia Lazzarini (è lei la madre) un mito del teatro che il cinema scopre a ottant'anni passati. Sorpresa. È più brava qui di quando recitava con Giorgio Strehler. Con Strehler era spesso leziosa, qui pur messa in una situazione pateticissima riesce a evitare ogni manierismo." (Giorgio Carbone, 'Libero', 14 aprile 2015)

"Nanni Moretti l'ha svelato subito: Margherita sono io. (...) Il suo film, il suo disagio, sua madre: in un film così personale e semplice, in cui si riesce a ridere sempre, la commozione sale piano e sta anche nelle sfuriate di una regista in crisi, perché sono sfuriate con dentro un dolore, e perché sono risate con un velo sugli occhi. E' sua madre che muore, ma è soprattutto lei (Margherita, Nanni Moretti, tutti noi) che si trova di fronte alla propria vita e si accorge di saperne pochissimo, di essere ancora la ragazza in fila al cinema per vedere 'Il cielo sopra Berlino'. E' lei e siamo noi che anche crescendo non diciamo la cosa giusta, che ci sentiamo inadeguati a fare il Papa e molte altre cose, e che abbiamo faticosamente imparato a prenderci in giro, o a gridare: 'Stop!', come sul set di un film, con l'idea di ricominciare oppure di tornare alla realtà." (Annalena, 'Il Foglio', 14 aprile 2015)

"È il peggior film di Nanni Moretti. Perfino più brutto di 'Il caimano', che era sì fazioso, ma se non altro non così terribilmente noioso. (...) Moretti, implacabilmente presente, anche se del tutto inutile, e fortunatamente defilato. Gli sbadigli si sprecano tra qualche personaggio superfluo (...) e ripetute offese all'italiano. Inteso come lingua." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 14 aprile 2015)

"Uno dei motivi, il motivo?, per cui amiamo il cinema di Nanni Moretti è l'ostinata istanza morale sulla quale si fonda. Fin dai tempi di 'Io sono un autarchico', il cineasta si è posto sullo schermo in una posizione centrale di incredulo, indignato osservatore. Da un lato una società civile alla deriva; dall'altra lui, volta a volta barricato dietro un altare o una macchina da presa, sferzante, irritato, irritante ed egocentrico, certo: ma nel suo sofferto mettersi in discussione, noi spettatori abbiamo sempre avvertito un'urgenza di testimonianza per conto e a nome di tutti. Così accade in 'Mia madre', (...). Aleggia in spirito il Fellini di '8 e mezzo', ma tradotto nello stile sobrio, pudico, brechtiano/grottesco di Nanni, (...). 'Mia madre' non è un film sul lutto, è un film che sul lutto annunciato avvita una crisi esistenziale e alla fine in qualche modo la sublima. Anche se la storia procede volutamente sull'accumulo e non sullo scarto narrativo, a nostro avviso al copione avrebbe giovato una maggiore incisività drammaturgica, ma, ben sottolineata dalle note di Arvo Part e di Britten, l'atmosfera del film resta coerentemente rarefatta, onirico-minimalista, avvolgente. E negli occhi chiari di Margherita leggiamo intatta quell'esigenza di autenticità che è uno dei motivi, il motivo?, per cui amiamo il cinema di Moretti." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 16 aprile 2015)

"(...) Nanni Moretti torna a guardare a se stesso con una storia venata di riflessi autobiografici, come rivela già il titolo. Dal dolore tragico per la perdita più grande nella 'Stanza del figlio' (2001), inoltre, si passa a quello più soffuso, fisiologico, e sostanzialmente più rassegnato, dato dall'abbandono di un genitore. Si tratta, dunque, da parte di Moretti, di un'evidente riduzione delle ambizioni. E, probabilmente, anche di un'aperta confessione di stanchezza creativa. Ma l'intelligenza e l'onestà del regista italiano stanno appunto nel non nascondere questa stanchezza, e calarla anzi nei personaggi (...). I difetti delle prove degli ultimi anni non sono dunque affatto assenti, anzi si acuiscono al punto che Moretti vi si lascia andare completamente, in modo da farli rientrare nello stato d'animo complessivo del film. Il personaggio che il regista ritaglia per sé è più marginale di quanto visto ultimamente, quasi inutile. Gli alter-ego - la Buy sul versante nevrotico, un simpatico e generoso Turturro su quello comico - non sono affatto all'altezza dell'originale. I momenti umoristici anche stavolta non mancano ma sono sempre più avulsi dal contesto, ormai quasi un pedaggio da pagare al pubblico più fedele. Le scene oniriche non hanno mai una grande efficacia simbolica. La frantumazione narrativa diventa spesso sintomo di indecisione. Nonostante tutto questo, e anzi grazie all'insieme di questi difetti, si creano paradossalmente - ma non troppo, considerando l'osmosi perenne fra vita e arte nel cinema morettiano - le condizioni ideali per raccontare la vicenda principale (...). Quando il personaggio di Giulia Lazzarini è in scena, infatti, il racconto torna puntualmente a essere tratteggiato con mano delicata, sensibile, pudica ai limiti della reticenza ma incisiva. A dispetto della parsimonia dei mezzi e delle energie spese, è un cinema completamente istintivo che fa quasi a meno di una vera sceneggiatura - e i collaboratori in sede di scrittura ancora una volta non fanno francamente sentire il loro apporto - per andare a tentoni, ma anche con cieca fiducia, verso una conclusione che non sarà magari quella artisticamente più alta o ispirata, ma almeno è la più naturale e spontanea. Moretti ha confessato di ritenersi un regista tecnicamente scolastico. Eppure questo limite in passato non si avvertiva affatto. Anche perché alla mancanza di uno sguardo sopraffino sulla cinepresa sopperiva un grande senso del ritmo, tanto nella recitazione - sua e dei comprimari - quanto nel modo di legare le scene, spesso raccordate fra loro da un uso davvero sapiente della musica. Qualcosa che nei momenti migliori e più maturi conferiva al suo cinema l'aspetto di una coreografia dalla malinconica levità. Di conseguenza i tanti elementi che oggi appaiono separati, prima erano un tutt'uno. E così capitava magari che una battuta esilarante fosse allo stesso tempo un grido di dolore. Oggi quei tempi sono passati e forse Moretti sta cercando il modo di ritrovare la vena perduta. O, più probabilmente, un modo nuovo per raccontare tempi diversi. (...) il regista paventa con questo film, sin troppo sincero e poco studiato, una sorta di tregua con lo spettatore. Una richiesta di sospensione del giudizio artistico. Richiesta che in virtù dell'umanità senza filtri espressa per l'occasione, è assolutamente giusto esaudire." (Emilio Ranzato, 'l'Osservatore Romano', 16 aprile 2015)

"Con 'Mia madre', in concorso al prossimo Festival di Cannes, Nanni Moretti cambia rotta, rompe alcuni schemi e realizza il suo film più personale, lucido, doloroso e dolce al tempo stesso. Messi da parte vezzi e ossessioni, il regista trova un modo nuovo e forse più maturo per raccontare le nostre storie a partire dalla sua, avvicinandosi con coraggio a uno dei grandi temi tabù del cinema, la morte, e riflettendo su uno dei grandi passaggi nella vita di ogni essere umano, la morte della madre." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 17 aprile)

"Di Nanni ce n'è uno solo. Perché il cinema di Moretti è inconfondibile. Per certi geniale, per altri pressoché insopportabile. Ma Nanni non è uno solo. (...) Stavolta Moretti non si confronta con la morte improvvisa, accidentale di una persona cara (come ne 'La stanza del figlio', il film suo più bello). La cinepresa guarda in faccia la morte naturale di chi giunge, sfinito, a fine cammino. Illusorio, però, che si possa essere preparati. Specie se l'anziana che vedi morire è la tua mamma. Semplice, ma non banale. (...) Si finisce (...) sballottati in un frullatore di sentimenti e di emozioni di vita quotidiana. Realtà e ricordi s'intrecciano. Più passano i giorni, più la malattia avanza, più il film si complica, (...). Ciò che colpisce è l'assenza di conforto morale, di fede, di preghiera. Di una qualsiasi speranza. Un ateismo, un vuoto incolmabile che Moretti ha l'onestà di non camuffare. Disse una volta di preferire la definizione di non credente alla parola ateo, per poi aggiungere: «Non sono credente e mi dispiace». Appunto." (Maurizio Turrioni ,'Famiglia cristiana', 23 aprile 2015)
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