Mi piace lavorare - Mobbing

ITALIA - 2003
Mi piace lavorare - Mobbing
Anna, segretaria di terzo livello, comincia ad avere problemi sul lavoro: i colleghi non la invitano più a prendere il caffè, il suo posto di lavoro viene 'distrattamente' occupato, nessuno si siede più vicino a lei durante la pausa mensa, il direttore del personale la ignora. Le vessazioni e i problemi di lavoro pian piano iniziano a logorare la vita di Anna, sola e divorziata, che ha come unico conforto il suo rapporto con la figlia Morgana...
  • Altri titoli:
    Io lavoro
    Mi piace lavorare
    Mobbing
  • Durata: 89'
  • Colore: B/N-C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Produzione: BIANCA FILM, BIM DISTRIBUZIONE, RAI CINEMAFICTION
  • Distribuzione: BIM (2004)
  • Data uscita 13 Febbraio 2004

RECENSIONE

di Davide Turrini

La parola inglese ‘mob’ deriva dal latino ‘mobile vulgus’ ovvero il movimento della plebaglia, della folla tumultuante. Il ‘mobbing’ dovrebbe quindi indicare, in tono dispregiativo, l’attività di questa moltitudine disordinata di corpi. Se però pensassimo a quelli che oggi vengono definiti flash-mob, cioè a quegli improvvisi incontri/scontri en plein air di gruppi di persone che segretamente hanno organizzato l’evento, potremmo finire fuori strada. Il mobbing in questione, messo in evidenza da Francesca Comencini in Mi piace lavorare, è la pressione psicologica che viene fatta in molti luoghi di lavoro verso dipendenti indesiderati. Le forme con cui si manifesta sono: incarichi dequalificanti, diffusione di maldicenze, emarginazione del singolo dal gruppo, fino ad arrivare a veri e propri sabotaggi sul lavoro. Il fenomeno oramai persiste da tempo, è stato monitorato e con molta lentezza sono stati presi provvedimenti legislativi per arginarlo, anche se il problema di coloro che il mobbing l’hanno subito (soprattutto donne) permane: fortissime crisi depressive ed esaurimenti nervosi che hanno già portato a pre-pensionamenti o addirittura a ricoveri in cliniche psichiatriche. Per un argomento così delicato e vasto ed eterogeneo, un ipotetico approccio cinematografico doveva essere attento e ben modulato nei toni, cioè senza far trasparire retorica a buon mercato o insignificanti eccessi ideologico-politici che avrebbero finito per non illustrare oggettivamente il problema. La Comencini sceglie così la via dell’apologo irreale, della condensazione e distillazione della casistica mobbing applicata al corpo indebolito, al volto emaciato di Anna (una Nicoletta Braschi che lontana dal marito dà spesso prova di buone interpretazioni). Segretaria di terzo livello, una bambina a carico, un padre all’ospizio, la vicenda di Anna, che dopo anni di duro e serio lavoro viene obbligata a registrare l’afflusso dei colleghi alla macchina fotocopiatrice, è paradigmatica di una situazione di perdita di dignità, di un’immersione in un infinito calvario psico-fisico che porta alla lenta e inesorabile autodistruzione. Stilisticamente un po’ approssimativo, ma concettualmente esplicito, Mi piace lavorare si compone di dissolvenze e scarti narrativi, precisi e cupi tasselli di un mosaico che porta diretti all’indignazione. Se, infine, focalizzassimo lo sguardo sull’impossibilità iniziale di Anna (senza mobbing, per intenderci) di arrivare con lo stipendio a fine mese, di avere uno spazio per la sua vita privata, di uscire con le amiche, di dedicarsi a sua figlia, potremmo iniziare la stesura di un altro script dai contenuti sociali fortemente attuali’

NOTE

- PRESENTATO FUORI CONCORSO E VINCITORE DELLA SEZIONE 'PANORAMA' AL 54.MO FESTIVAL DI BERLINO (2004)

CRITICA

"Aderendo a una iniziativa della Cgil sul fenomeno del 'mobbing' aziendale, Francesca Comencini ha scritto e diretto un film di ottime intenzioni, efficacemente persecutorio, didascalico nel senso migliore del termine. Fino al sottofinale, almeno, dove la ribellione della protagonista e l'intervento, salvifico, di una rappresentante sindacale risolvono la questione in maniera rapida e - temiamo - più facile di quanto non avvenga nella realtà." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 13 febbraio 2004)

"'Mi piace lavorare' di Francesca Comencini è un film intimista che va dritto al cuore e al contempo affronta un grosso problema sociale, quello del mobbing: ovvero della vessazione psicologica sul lavoro. (?) Nella vibrante e sommessa interpretazione della Braschi ben corrisposta dalla piccola Camille Dugay (figlia della Comencini), il rapporto d'amore madre-figlia è il vero centro emotivo di questo bel film." (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 12 febbraio 2004)

"'Mi piace lavorare' di Francesca Comencini si potrebbe definire il vero film dell'orrore. Non quello dei mostri o dei vampiri, ma l'orrore quotidiano che in tanti casi rende angosciosa l'esistenza di chi fatica sotto padrone. (...) Se si pensa che quarant'anni fa, a proposito di 'Il posto' di Olmi, si parlò di un clima alla Kafka, che paragone letterario si dovrebbe inventare oggi per 'Mi piace lavorare'? La verità è che qui non c'è spazio per la letteratura e che di fronte a una vicenda narrata con tanta aderenza alla realtà sociale e psicologica anche il diaframma costituito dalla macchina cinema non sembra esistere più. Pur inserendo nel film tanti elementi personali, l'autrice fa un severo sforzo di oggettività e riesce a enucleare un grave problema sociale senza paraocchi ideologici. Tutti gli interpreti di contorno, presi dalla vita, sono stati invitati a improvvisare sugli spunti delle varie situazioni le loro battute e lo fanno con assoluta credibilità; e in mezzo a loro Nicoletta Braschi è tanto vibrante e partecipe da sembrare una persona vera anziché un'attrice. Uscendo domani sugli schermi italiani, Mi piace lavorare meriterebbe di essere visto e meditato da molti; ma il problema è sempre quello dai tempi del Neorealismo: ha voglia la gente entrando in un cinema di ritrovare sullo schermo gli aspetti crudi della realtà?" (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 12 febbraio 2004)

"Francesca Comencini e i suoi collaboratori sono bravissimi nel mettere in scena una storia di mobbing che è un montaggio di tante vicende vissute e un ponteggio, avveduto e partecipe, tra documentario e finzione: attori e non attori, regia e pedinamento di azioni, copione ed esperienze personali rielaborate per la macchina da presa. L'editing della trama e la circolarità tra cinema e fuoricampo hanno un unico limpido punto di vista. Il lavoro continua a nobilitare le persone e a renderle meno fragili." (Enrico Magrelli, 'Film Tv'. 17 febbraio 2004)
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