Metropolis

GERMANIA - 1927
"Metropolis" è una città del 2000, orgogliosa dei suoi grattacieli e delle sue sopraelevate, abitata da gente ricchissima e in buona parte sfaccendata. Ma sotto le sue fondamenta vi è un'altra città, quella operaia, dove turbe di uomini-schiavi lavorano a macchinari giganteschi e a centrali colossali. Un giorno Freder, il padrone di "Metropolis", licenzia per negligenza uno dei propri collaboratori che in un accesso di scoramento tenta il suicidio, ma Joh, il figlio del borghese tiranno, lo impedisce. L'uomo svela allora al giovane il mistero della città sotterranea, nella quale Joh si avventura dapprima incredulo ed attonito poi sconvolto. Per meglio immedesimarsi nell'inattesa e terribile disumanità di quel mondo, Joh decide di prendere il posto di un operaio, sottoponendosi così a fatiche e condizionamenti fino allora per lui impensabili. Conosce Maria, una bionda e giovanissima ragazza che nelle catacombe invita gli operai alla preghiera ed alla sopportazione. Ma notizie sull'apostolato di Maria giungono presto alle orecchie del Potere. Il signore di "Metropolis" obbliga allora uno scienziato al suo servizio, Rotwang, a rapire la donna e a trasferirne le fattezze e l'anima su un automa, da lui stesso costruito. Con un tale "robot" sarà così estremamente agevole manipolare e dominare la classe operaia. Mentre invano Joh cerca la ragazza di cui si è innamorato, la Maria "robot" si scatena, sobilla i lavoratori e si mette alla loro testa. Tutti la seguono come affascinati dal suo carisma, le fabbriche sono prese d'assalto e danneggiate, finché un attacco collettivo e decisivo alla più grande delle centrali energetiche provoca il disastroso allagamento dei quartieri dove vivono le donne ed i bambini. Il "robot", intanto, si produce in danze eccitanti a beneficio della gente elegante che frequenta lo "Yoshiwara" della città superiore. Il popolo irrompe e mette al rogo l'idolo, avendo compreso, sia pure tardivamente, quali disastri e perdite abbia determinato. Per fortuna la vera Maria, fuggita dalla casa dello scienziato e raggiunta da Joh, mette in salvo i bambini ormai quasi travolti dalle acque. Tutti si ritrovano davanti alla porta della Cattedrale. Joh, assumendo il ruolo di mediatore e con accanto a sé la giovane donna, persuade il padre che è solo con la comprensione e l'amore che la Mente ed il Braccio potranno operare uniti per una società libera e giusta.

CAST

NOTE

- PRIMA PROIEZIONE: BERLINO, 10 GENNAIO 1927. LA DURATA ORIGINALE DEL FILM ERA DI 155, RIDOTTI POI A 120 DA LANG STESSO.

- PER REALIZZARE IL FILM, COSTATO ALL'EPOCA SETTE MILIONI DI MARCHI, VENNERO UTILIZZATI 25.000 UOMINI, 11.OOO DONNE E 250 BAMBINI.

- NEL 1984 IL MUSICISTA GIORGIO MORODER HA PRODOTTO UNA NUOVA VERSIONE DI "METROPOLIS" DI 87', GIRATA IN VARI COLORI, ACCOMPAGNATA DA UNA COLONNA SONORA DI MUSICA ROCK CON CANZONI ANCHE DI FREDDY MERCURY E PAT BENATAR.

- NEL 2015 TORNA IN SALA UNA VERSIONE RESTAURATA (DURATA: 149') CON L'AGGIUNTA DI NUOVE SEQUENZE RITROVATE IN ARGENTINA E LE MUSICHE ORIGINALI PER ORCHESTRA, COMPOSTE DA GOTTFRIED HUPPERTZ.

CRITICA

"Torna (...) in una versione mai vista, uno dei film più celebri e fraintesi della storia del cinema: 'Metropolis' di Fritz Lang. Presentato in prima mondiale all'Ufa Palast am Zoo di Berlino il 10 gennaio 1927, accolto da critiche contrastanti ma stupefatte per la qualità tecnica e le dimensioni produttive (fra i detrattori anche H.G. Wells, il grande scrittore di fantascienza inglese, una delle fonti d'ispirazione dell'opera), il kolossal di Lang iniziò a essere rimaneggiato pochi mesi dopo, per l'uscita negli Usa. E continuò a essere tagliuzzato, ridotto, rimontato fino a durare 116 minuti contro i 153 originari, mentre poco a poco si perdeva memoria della versione originaria. (...) Ma 'Metropolis', a lungo dimenticato prima della riscoperta 'pop' (le citazioni di 'Guerre stellari', 'Blade Runner', 'Batman', 'Pink Floyd the Wall', poi il 'Metropolis' 'colorizzato' e musicato da Giorgio Moroder), resta una delle opere più suggestive che il cinema abbia mai prodotto, malgrado i tagli, e una delle pochissime del muto largamente note ancor oggi. (...) Il ritrovamento di 25 minuti mai visti, nel 2008, ha permesso di ricostruire un film molto vicino all'originale. (...) Le aggiunte rendono la storia più coerente, chiarendo fra l'altro che il dittatore Fredersen e lo scienziato Rotwang sono antagonisti, non alleati. Risaltano anche alcuni tratti satirici. E torna alla luce un'intera, emozionante sequenza: il salvataggio dall'inondazione dei bambini dimenticati dei lavoratori." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 16 marzo 2015)

"(...) quello che oggi ci viene proposto da Giorgio Moroder (che è di Ortisei, ma ormai attivissimo e giustamente stimato in U.S.A.) di minuti ne conta 80, pur contenendo inserti di spezzoni poco noti, reperiti qua o là. La trovata, diciamo così, commerciale di Moroder, consiste, tuttavia, nell'aver corroborato uno dei più indubbi capolavori del muto con il supporto di otto canzoni di 'soft rock', come pure nell'aver effettuato taluni viraggi, spesso intelligenti ed appetibili. Non si tratta, quindi, della semplice esibizione di un reperto archeologico nascosto nelle cineteche di questo o quel Paese e normalmente fruito da minoranze di cinefili maniacali, ma di un lavoro di chirurgia plastica e di cosmesi, destinato a più larghe platee di consumatori. Senza dubbio, intanto, la tematica del film conserva sotto il profilo sociologico quasi integralmente la propria validità. Da un lato, la città della 'élite', capitalista, manageriale e borghese, ricca di grattacieli per i potenti e di luoghi di svago (in stile 'déco') per una gioventù doratissima quanto indolente, dall'altro - in basso, nelle viscere della terra e senza gioia, né luce di sole - la città operaia, ove uomini-schiavi accudiscono macchine mostruose. Lassù la mente, laggiù il braccio; lassù il 'frack' e il danaro, laggiù le grigie, rozze tute da lavoro e un sudatissimo pane. Questa sostanziale 'dicromìa' accentua ed esaspera, nella sua disumanità, il fondamento manicheo della tesi di Lang, ed il bianco e nero (del film di origine) è segnato in maniera esemplare dalle stigmate dell'espressionismo tedesco. Quanto alla attualità dell'assunto, è appena da rilevare che già quasi 60 anni or sono le anticipazioni e gli elementi essenziali vi erano tutti: il Bene ed il Male, come pure la Scienza al servizio del Potere e la robotizzazione dell'uomo (nel film, una donna), per la più assoluta e degradante manipolazione delle masse. Una siffatta visione della megalopoli del futuro consente di considerare come profetica la intuizione di Lang, anche se l'intervento mediatore dell'amore tra la giovane 'agit-prop' e John (il figlio del tiranno borghese), folgorato sulla via di Damasco dopo la sua discesa agli inferi e la sua presa di coscienza della vera condizione umana, risulta oggi un po' enfatizzato e di un 'corporativismo' un tantino dolciastro e avanti lettera. Per coloro che videro 'Metropolis' in bianco e nero ai suoi tempi, il suo valore sul piano espressionistico e la sua purezza di 'muto' restano integri, perfetti e inaccettabili i colori. Bisogna, tuttavia, riconoscere che i viraggi effettuati non mancano né di misura, né di oculatezza nelle scelte: semmai, si è passati a volte dal luttuoso al livido, dallo scabro di certi esterni (muri, scale) a una minore asciuttezza là dove, per esempio, il viola o le tonalità brune sembrano attutire un poco la crudezza dei contrasti e la inevitabile spigolosità delle immagini di Fritz Lang. Ricordiamo, così, con emozione quell'impressionante accesso degli operai alle fabbriche, quella loro cupa marcia verso gli ascensori e la fatica del turno imminente, ma ricordiamo anche la frenetica corsa della folla impazzita (quando essa, montando come un torrente in piena dal sottosuolo, penetra come un cuneo nei fatui vortici della bella gente in abito da sera): il che trova in un colore saggiamente dosato effetti altrettanto redditizi. E cosi dicasi per l'episodio della Torre di Babele. Su questo punto, a meno di essere fra quei cinefili arrabbiati di cui si diceva, l'operazione ci sembra aver centrato l'obbiettivo. Diverso il discorso sul piano della partitura musicale. 'Metropolis' è, di per sé, capolavoro del muto, ma possiede nel montaggio delle immagini tale una carica e tale una potenza di ritmo che, in linea di principio, di musica non necessita affatto. Per la comprensione della vicenda e le espressioni verbali dei protagonisti, ci sono i tradizionali 'cartelli' e, d'altro canto, la immaginazione supplisce agevolmente. La forza delle immagini e la loro eloquenza hanno in se tutta la scansione del ritmo desiderabile e ciò, sia che si tratti dei primi piani (con tutta la mimica facciale e gli esagitati contorcimenti, tipici di 'quel' cinema) sia, e soprattutto, delle scene di massa, ancora oggi travolgenti e affascinanti per movimento e violenza. L'idea di realizzare una colonna sonora per 'Metropolis' S'è stata, dunque, ardita e interessante e può anche darsi che essa concorra a far sì, come si diceva, che dopo il 'maquillage' il film non venga musealizzato e attragga un pubblico più vasto. Ma, sotto il profilo strettamente musicale, il 'soft-rock' non ci ha per niente persuasi. La divaricazione fra la immagine o la sequenza ed il suono è quasi costante e lo scollamento fra la immagine o la sequenza ed il suono è quasi costante e lo scollamento irritante (tanto più avvertibile nelle scene non di massa o nei primi piani). La insistente percussività di taluni fra i pezzi, non solo si rivela petulante o molesta, ma nulla ha a che spartire con ciò che si vede e che, ripetiamolo, un proprio inconfondibile ed esauriente ritmo già lo possiede nella visualità. A parte la calma e solenne bellezza della frase musicale nell'episodio della Torre di Babele, in genere tutto l'impegno del chirurgo e del cosmetologo ci pare francamente sprecato. E' come se quelle vecchie immagini - per nulla sbiadite - fossimo obbligati a...'sentirle' (attraverso il filtro e le magie dell'effetto 'Dolby'), più che a 'vederle' nella loro purezza e immediatezza. Un po' di belletto, un tocco di ombretto in più, sì, ma per la musica, ancora meglio il pianoforte che mezzo secolo fa 'accompagnava' il film. Noi non vogliamo sparare sul pianista (cioè, su chi oggi propone, scrive e coordina il 'rock', sospingendo il film di Larig verso spettatori adusi a 'Flashdance'), né ci passa per il cervello di parlare sdegnati di profanazione. Può darsi che, apertosi questo filone (capostipite il' Napoleon' di Gance), il recupero di reperti archeologici restaurati con innesti di colore e, soprattutto, ammanniti con tutti i lustrini sonori, si risolva anche in successo commerciale. Può darsi. Ma, per capire ed ammirare 'Metropolis', per essere sedotti dalle sue immagini e dall'eloquente, terribile spessore dei gridi e dei silenzi dei suoi personaggi, basta vederla così com'è." ('Segnalazioni cinematografiche', vol. 98, 1985)
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