Melancholia

FRANCIA, DANIMARCA - 2011
4/5
Melancholia
La storia di due sorelle sullo sfondo di una catastrofe: un pianeta minaccioso, infatti, è entrato nell'orbita terrestre e sta mettendo in serio pericolo la sicurezza della Terra.
  • Altri titoli:
    Planet Melancholia
  • Durata: 130'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, FANTASCIENZA, THRILLER
  • Specifiche tecniche: ARRI ALEXA, PHANTOM HD CAMERA, ARRIRAW, 35 MM (1:2.35), DCP
  • Produzione: ZENTROPA ENTERTAINMENTS, MEMFIS FILM, SLOT MACHINE, ZENTROPA INTERNATIONAL KÖLN, BIM DISTRIBUZIONE, EURIMAGES, TROLLHÄTTAN FILM AB, ARTE FRANCE CINÉMA
  • Distribuzione: BIM DISTRIBUZIONE - DVD: BIM/01 DISTRIBUTION (2012)
  • Data uscita 21 Ottobre 2011

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia

Il mondo finisce, ma non è la fine del mondo per la bella e depressa Kirsten Dunst: se il pianeta blu è una pillola blu, purtroppo Lars von Trier non l’ha mandata giù.
Almeno a parole: sproloqui antisionisti, antisraeliani e antisemiti al festival di Cannes, e Melancholia suicidato sull’altare del colore giornalistico, della polemica cineapatica. Ridicolo, in ogni caso, dichiarare Lars persona non grata al festival francese, ma torniamo al film, che ne val davvero la pena. Melancholia ci regala la meglio ouverture della settima arte ultima scorsa: sulle note del celeberrimo prologo wagneriano del Tristano e Isotta, apre una sinfonia meccanicamente al ralenti, un indice immaginifico di quel che sarà, con una sposa prigioniera, una madre e il suo bambino che sprofondano in un campo da golf, un pianeta blu e comunque saturnino pronto a fagocitare la Terra.
Tableaux vivants a bulino nella memoria melanconica di Dürer, ma incisi nella materia di cui sono fatti i sogni, quelli terapeutici, ovvero chimici: la reazione è familiare, il ph fisiologico a un’implosione autobiografica e filmografica che ordina il caos delle precedenti opere di Trier. Il regista porta la sua creatura a rassegnarsi, anzi, consegnarsi a una fine dolente e curativa, ineluttabile ma non straziante, come l’originaria ambivalenza del pharmakon vuole.
I reagenti di questa soluzione insoluta sono gli attori: magnifici Kiefer Sutherland (John), Charlotte Rampling e John Hurt, e soprattutto le due “sorelle coltelle” Kirsten Dunst (Justine, protagonista del primo movimento sinfonico: da antologia la sua tintarella di “luna”…) e Charlotte Gainsbourg (Claire, secondo movimento), tra cui Lars divide i suoi Sussurri e grida, mutando mood: glacialità pittorica per la Dunst, realismo emotivo per la Gainsbourg. Fino alla confessione che costa cara, ancor più per un control freak patentato quale von Trier: l’ex Mr. Dogma mette alla gogna la (im)possibilità del controllo, sia sociale (il matrimonio di Justine) che scientifico (i calcoli di John). Rimane in piedi, magistralmente tracciata tra fantascienza e escatologia, autobiografia e psicoterapia, la rotta di collisione su un’attesa senza sorprese, melanconicamente – Justine – pronta a tutto perché autoconcessa al niente. E in medio stat Lars von Trier. Che dire, se (s)parlasse di meno e continuasse a girare così, non ci sarebbe apocalisse (mediatica) che tenga, ma solo grande cinema.

NOTE

- PREMIO PER LA MIGLIOR INTERPRETAZIONE FEMMINILE A KIRSTEN DUNST AL 64. FESTIVAL DI CANNES (2011).

- CANDIDATO AL DAVID DI DONATELLO 2012 COME MIGLIOR FILM DELL'UNIONE EUROPEA.

- CANDIDATO AL NASTRO D'ARGENTO 2012 COME MIGLIOR FILM EUROPEO.

CRITICA

"Lars von Trier sembra ormai prigioniero di se stesso e del proprio personaggio, un po' provocatore un po' iettatore, e per raccontarci di depressione e legami familiari finisce per immaginare addirittura la fine del mondo. Tanto che parlare di montagna che partorisce un topolino sembra persino esagerato. Peccato, perché qui conferma il proprio originalissimo talento visivo e la capacità di cogliere l'insoddisfazione dell'esistere, sia che si riveli come tradizionale depressione (è il caso della promessa sposa interpretata da Kirsten Dunst) sia come sogno di onnipotenza casalinga, quello di controllare tutto tra le mura domestiche inseguito dalla sorella Charlotte Gainsbourg. (...) Invece dei dischi volanti o dei marziani, adesso ci 'invade' una sfera celeste e per rendere ancora più solenne questa specie di funerale dell'umanità ecco in sottofondo la musica del Tristano. A Woody Allen sentire Wagner metteva voglia di invadere la Polonia, ma dopo 'Melancholia' le note del Ring rischiano di colorarsi anche di una 'simpatica' vena iettatoria. (...) Temi eterni, che mescolano tradizione e cultura e che la regista declina con un andamento sospeso e sognante, che finisce per produrre immagini di raffreddata bellezza visiva." (Paolo Mereghetti, 'Il Corriere della Sera', 19 maggio 2011)

"L'apocalisse secondo Lars von Trier è interiore, prima che divina. Il pianeta 'Melancholia', fratello di Saturno, ci seppellirà, ma non con una risata. Avvicinandosi pericolosamente alla Tetra, dipende dalla sua velocità e traiettoria, se il mondo continuerà con la sua irragionevole vacuità oppure se sarà distrutto. (...) 'Melancholia' (...) ha almeno due, se non tre poli che non si fondono, vuoi per la dismisura della parte realistica delle nozze, vuoi per scarso dialogo con le domande che si fa la credulità dello spettatore. Trier è un grande creatore d'immagini, così resta indelebile quel pianeta, tetro e dolce insieme, teneramente invadente, anche luminoso, terribile, materializzazione, questo il vero punto, del sentimento, della voce dell'anima assediata dalla malinconia." (Silvio Danese, 'Giorno-Carlino-Nazione', 19 maggio 2011)

"'Melancholia', girato negli interni e nel parco di un bellissimo castello svedese, si apre con una successione di sequenze e di foto accompagnate dalla musica di Wagner. (...) John Hurt, Charlotte Rampling e Kiefer Sutherland completano il cast, diciamo così, familiare. Il primo è uno di quei padri sventati per i quali la vita è solo un gioco, la seconda una di quelle madri che detestano ogni rituale, ogni convenzione, ogni rapporto familiare; il terzo è quel tipo di uomo pratico e insieme razionale, che ha fiducia nella scienza. (...) Con questi chiari di luna malinconici, il film provoca un certo malessere." (Stenio Solinas, 'Il Giornale', 19 maggio 2011)

"Aveva ragione Woody a sostenere che sentire Wagner fa venir voglia di invadere la Polonia. A Lars von Trier, un altro pessimista totale come Allen, fa peggio (lo sfogo razzista ignobile di Cannes), ma nel suo affascinante, contagioso e patologico film, dove il Tristano e Isotta è usato come refrain presagio di morte, la 'Melancholia' viene offerta come condizione ineluttabile mentre un passaggio di pianeti sta per travolgerci. (...) La malinconia è, come diceva Victor Hugo, la felicità di essere tristi? Il 51enne regista, in epoca di cine freudiano, tronfio di depressione, fa la voce grossissima e ritrova i suoi sentimenti cosmici in un'architettura drammatica che non ha nulla di spontaneo e va dritta nella buca scelta dall'inconscio d'Autore. Ma la trasmissione di questa decadenza esistenziale (...) diventa l'omelia laica di un film armonioso che non smette di stupire per quanto, come e perché travolge i canoni del racconto classico, innestando una quinta marcia di straordinaria, presuntuosa innovazione. (...) Nulla si salva a parte l'immaginario estetico (libri d'arte in mostra), mentre sui sentimenti ormai è stata messa una pietra. Se non ci si commuove, colpa e/o merito sono dello sguardo dell'autore, che sta forse già su un altro pianeta, non certo per gli attori, impegnati in una prova faticosa, mostrando al pubblico rughe speciali dell'anima." (Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 21 ottobre 2011)

"Cosa succede nelle due ore e dieci del film di Lars von Trier 'Melancholia'? E 'di che cosa parla' il nuovo film del regista danese uscito dall'ultimo festival di Cannes con il premio per la miglior interpretazione femminile a Kirsten Dunst? (Ma possibile che non ci fosse di meglio?). Il tema è nientemeno la fine del mondo, e in sottordine quello dell'infelicità che permea le vite di tutti i personaggi. (...) Il professionista della provocazione vonTrier dice di essersi voluto misurare, anzi immergere in atmosfere romantiche. Pur non credendoci, aggiunge, tanto da riferire che a lavoro finito ha faticato assai a riconoscersi in ciò che ne era venuto fuori. Se non convince lui, figuriamoci un po' noi. Nella sua brillante carriera ormai ultra-ventennale il danese fondatore di una delle più riuscite prese per i fondelli dell'estetica cinematografica, ha sempre mirato dritto a stupire. E ci è anche riuscito. Ondeggiando tra intuizioni folgoranti - dalla serie televisiva 'Il regno' a 'Dogville' - e cadute. Presso i più fedeli estimatori si è conquistato la fama di audace innovatore dei canoni e della sintassi della settima arte, si è conquistato un posto tra i pochi sicuri inventori di un cinema nuovo nel momento in cui il cinema sembrava languire o comunque soffrire di un grave deficit di creatività. Il tempo sembrerebbe che stia ridimensionando tale certezza, o comunque dimostrando che le sue cartucce von Trier ha finito di spararle da un po'." (Paolo D'Agostini, 'Repubblica', 21 ottobre 2011)

"Il cinema d'autore non è per nulla facile. Richiede che lo spettatore si metta in gioco senza cadere nei facili giudizi affrettati. Il film di von Trier sfida i canoni del realismo per dipingere un'umanità grottesca, raccontando, attraverso i patemi di due sorelle, la sua melanconia e la sua depressione che già pervadevano 'Antichrist'. Ogni quadro è portato all'estremo, come lo schianto apocalittico finale che rivela la sua visione ineluttabile del nostro destino. Un film difficile ma, una volta decifrato, da amare." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 21 ottobre 2011)

"Piacerà ai fanatici di Lars von Trier, naturalmente. Che avevano già stabilito che 'Melancholia' era capolavoro prima ancora che fosse presentato lo scorso maggio a Cannes. In effetti nel film è rinvenibile la 'summa' di pregi, difetti, vezzi, masturbazioni del regista (povere donne, ma che gli avete fatto a Lars?). Da parte nostra siamo usciti dal cinema frastornati. Come chi ha assistito ad almeno cinque o sei film invece di uno solo. Non è un complimento. Perché su sei almeno cinque sono decisamente brutti. 'Melancholia' è almeno nella prima parte un 'ritratto di borghesia in nero' (un mondo è sul baratro e non lo sa). Bella forza. La storia l'hanno già raccontata in tanti e meglio di lui. Anche tecnicamente: nelle riprese Lars fa il verso al giovane conterraneo Vinterberg di 'Festen', ma non si vergogna? Un film catastrofico, che manca dell'elemento principale del 'genere', cioè la simpatia per i personaggi, l'identificazione del pubblico. Qui protagonisti e comprimari son tutti talmente scostanti che a nessuno importa un tubo se verranno spazzati via. (...) Last but not least, Melancholia ha un potente avvio e una debole conclusione. Abbiamo ragione? Crediamo di sì. Anche perché lo stesso Lars s'è comportato in modo da rafforzarci nell'idea. Come solo i registi con coda di paglia (leggi con cattivo film) fanno, a Cannes ha cercato di creare il diversivo. Scandalizzando i radical chic sulla Croisette con folli elogi di Hitler e del nazismo, che con storia e personaggi di 'Melancholia' non c'entrano il classico tubo." (Giorgio Carbone, 'Libero', 21 ottobre 2011)

"Casca il mondo, casca la terra, Lars von Trier giù per terra. Se il pianeta blu del suo sci-fi psicologico è una pillola terapeutica, non l'ha mandata giù: sproloqui antisemiti a Cannes,e 'Melancholia' suicidato a mezzo stampa. Eppure, ci regala un'ouverture da brividi: sul prologo del Tristano e Isotta, apre una sinfonia meccanica, indice immaginifico di quel che sarà, con sposa prigioniera, madre e bambino fagocitati da un campo da golf e il pianeta pronto a terminare la Terra. Tableaux vivants düreriani, a bulino nella materia di cui sono fatti i sogni chimici: la reazione è familiare, il ph fisiologico a un'implosione personale che riordina le precedenti opere di Trier. Magnifici gi attori: Sutherland, Rampling, Hurt e le due 'sorelle coltelle' Kirsten Dunst (protagonista del primo movimento sinfonico: cult la sua tintarella di luna) e Charlotte Gainsbourg (secondo movimento), tra cui Lars spartisce 'Sussurri e grida', glacialità pittorica e realismo emotivo. Fino alla confessione che costa cara: control freak qual è, mette alla gogna la possibilità del controllo, sia sociale (il matrimonio) che scientifico (i calcoli di Kiefer). E' la fine, bellezza." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 20 ottobre 2011)
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