Mein Führer - La veramente vera verità su Adolf Hitler

Mein Führer - Die wirklich wahrste Wahrheit über Adolf Hitler

GERMANIA - 2007
Mein Führer - La veramente vera verità su Adolf Hitler
Germania, dicembre 1944. La guerra si sta rivelando per i tedeschi un disastro su tutta la linea. Le città sono distrutte e i sostentamenti per la popolazione scarseggiano. Gli stretti collaboratori di Hitler - Goebbels, Speer, Himmler e Bormann - si rendono conto che per riaccendere nel popolo un barlume di speranza ci vorrebbe uno dei famosi discorsi 'infiammati' del Führer, ma il grande dittatore è ormai un uomo spaurito che sembra essere diventato l'ombra di se stesso. Per far ritrovare ad Hitler l'antico smalto, viene chiesto aiuto all'ebreo Adolf Grünbaum, il suo vecchio insegnate di recitazione, ora rinchiuso insieme alla famiglia nel campo di concentramento di Sachsenhausen. Dopo aver ricevuto assicurazione della liberazione per sé e per la sua famiglia, Grünbaum accetta l'incarico, convinto che una volta a tu per tu con l'odiato Führer sarà possibile per lui mettere in atto un piano per eliminarlo. In cinque giorni Hitler dovrà tornare ad essere il leader della nazione, l'arringatore di folle conosciuto da tutti, ma l'assidua frequentazione tra lui e Grünbaum, che non esita ad usare la psicoterapia, faranno completamente emergere il lato debole del Führer.
  • Altri titoli:
    Mein Führer: The Truly Truest Truth About Adolf Hitler
  • Durata: 89'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA, DRAMMATICO, GUERRA
  • Produzione: Y FILME, X FILME, WDR, BR E ARTE
  • Distribuzione: VIDEA CDE, WARNER BROS. PICTURES ITALIA
  • Data uscita 23 Novembre 2007

CRITICA

"'Mein Führer' è un film abbastanza banale, e anche Dani Levy, vedrete, finirà a Hollywood: e il problema non è che il film fa ridere ma, al contrario, che fa ridere troppo poco, laddove Lubitsch e Chaplin avevano sommerso i nazisti sotto valanghe di risate. Ancora: il problema non è che Hitler, nel film, sembri uno psicopatico traumatizzato dalle botte paterne, ma che gli altri personaggi - dai gerarchi Himmler e Goebbels all'attore ebreo Adolf (sì, Adolf...) Grünbaurn che viene tolto da un lager per addestrarlo all'autostima - sembrano troppo normali, e negano al film la carica di follia surreale necessaria. Film, insomma, sbilenco, anche a causa della disparità fra i due mattatori: Helge Schneider (Hitler) non va oltre la macchietta, mentre il compianto Ulrich Mühe (la spia di 'Le vite degli altri') è fin troppo bravo." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 23 novembre 2007)

"Dani Levy si scatena in una regia rigorosa e fantasiosa, un mocku-biopic visionario e senza scorciatoie, con battute e sequenze di clamorosa comicità e con una narrazione, per immagini e dialoghi, ossessionata da ricerca dell'umanità dietro il mito. Per demolirlo: anche fisicamente, si pensi solo al duello o al taglio dei baffi. La Germania attuale, divisa tra focolai di neonazismo latente e un atavico e massacrante senso di colpa, ha bisogno di questo film, come noi ne avemmo di Pasolini, Wertmüller e Scola. La normalità del male, la banalità della ferocia, la massificazione della follia omicida, dall'Argentina al Cile, dai lager ai pogrom, devono essere svelate. E seppellite, scovandone le motivazioni e il ridicolo, con una risata." (Boris Sollazzo, 'Liberazione', 23 novembre 2007)

"Dopo 'La caduta', ecco la risata. Polemiche in patria. Critica divisa. incasso modesto (nemmeno 4 milioni di euro) e ultima prova di Ulrich Mühe, la spia che sapeva amare de 'Le vite degli altri', scomparso questo luglio. E' lui il cuore del film come insegnante di recitazione ebreo che deve preparare il führer per un ultimo discorso alla nazione. E' il 1944, Hitler in depressione, bisogna tirarlo su. Il registro recitativo di Hitler è farsesco come il titolo, le prove di Mühe e Sylvester Groth (ottimo Goebbels) sono sofisticate, la colonna sonora è da serio dramma nazista, la sceneggiatura cerca l'intimismo e le immagini di repertorio aggiungono un sapore storico-documentaristico. Soluzione finale? Confusione totale. Ecco il grave problema del film." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 23 novembre 2007)

"Su un vago spunto storico, la trama è di fantasia e peggiora alla fine, ma Dani Levy è recidivo al politicamente scorretto (vedi Zucker) e ai tedeschi è piaciuto. Purtroppo il tutto risulta imbarazzante, poco spiritoso e indigesto. Un regista ebreo può fare satira sull'Olocausto, ma necessita lo stile (Benigni con 'La vita è bella' fece capolavoro)." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 23 novembre 2007)
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