Marisa la civetta

ITALIA, SPAGNA - 1957
Marisa, che vende gelati nella stazione di Civitavecchia è una ragazza vivace dal contegno provocante, molti giovanotti della città le ronzano intorno, ma ella non dà, ascolto alle loro belle parole. Marisa è in amichevoli rapporti con Luccicotto, figlio del proprietario del bar della stazione, e con Luigi, vice-capostazione. Un giorno la ragazza fa la conoscenza di un marinaio, Angelo, e la simpatia che questi le ispira, fa si ch'ella lo preferisca a tutti quelli che le stanno intorno Mentre Angelo è imbarcato su una nave che fa trasporti tra Civitavecchia e Palermo, giunge il nuovo capostazione: la situazione di Marisa, orfana di un ferroviere gli sembra intollerabile, ed egli fa istanza al Ministero per ottenere che la ragazza possa frequentare una scuola per telegrafisti. Marisa non vuole abbandonare la sua città, né il suo lavoro, e si vale di tutti i mezzi e di tutte le arti per evitare il pericolo di essere trasferita. Dapprima tenta di far innamorare di sé il capostazione quindi decide di accettare le proposte di Luccicotto che vorrebbe fidanzarsi a lei. Luccicotto va a fare il soldato e allora Marisa si fidanza a Luigi, dal quale si fa consegnare ad insaputa del capostazione la risposta positiva del Ministero. Angelo appena sbarcato, corre da Marisa e la sorprende mentre bacia Luigi: dopo aver sfogato il suo dispetto innaffiandola abbondantemente con una pompa se ne torna deluso a bordo. L'atto d'Angelo turba Marisa, la fa riflettere e l'induce ad abbandonare Luigi e ad attendere fiduciosa Angelo del quale sente di essere seriamente innamorata. Angelo, che è ancora sotto l'influenza della delusione subita, appena tornato a Civitavecchia si trova un'altra ragazza. Marisa adirata, gli restituisce l'annaffiatura ma ciò vale soltanto a renderli entrambi consci del reciproco amore. Angelo conduce Marisa al suo paese dove la sposerà.

CAST

NOTE

- DIALOGHI DI PIER PAOLO PASOLINI.

CRITICA

"Unico merito del film è la cura posta nell'ambientazione: su di una trama scontata e stanca si innestano così alcune sequenze (soprattutto quella dedicata alle balere militari) in cui il tono idillico è lasciato da parte e il segno del regista si fa più duro, graffiante e incisivo (...). Resta infine da segnalare il dialogo, nel quale è particolarmente avvertibile l'impronta di Pasolini". (Anonimo, "Cinema Nuovo", 124,1/2/1958).
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