Marguerite e Julien - La leggenda degli amanti impossibili

Marguerite et Julien

FRANCIA - 2015
1,5/5
Marguerite e Julien - La leggenda degli amanti impossibili
Julien e Marguerite de Ravalet, figlio e figlia del signor di Tourlaville, si amano sin da quando erano bambini. Con gli anni la tenerezza dell'infanzia si trasforma in passione divorante. La loro storia inevitabilmente desta scandalo e la società li condanna. Perseguitati, non trovano il coraggio di resistere e fuggono via.
  • Altri titoli:
    Marguerite and Julien
  • Durata: 103'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: SCOPE (1:2.35)
  • Tratto da: romanzo omonimo di Jean Gruault
  • Produzione: RECTANGLE PRODUCTIONS, IN CO-PRODUZIONE CON WILD BUNCH, ORANGE STUDIO, FRANCE 2 CINÉMA, SCOPE PICTURES, FRAMBOISE PRODUCTIONS
  • Distribuzione: OFFICINE UBU (2016)
  • Data uscita 1 Giugno 2016

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia

No, non si può. Non può essere, e condivido con un italiano che restaura e la definisce “figa e fighetta” insieme, che Valérie Donzelli, lei così intellettuale, riscrivente e consapevole, si voglia ricostruire una verginità da Candide allo stato di natura in Marguerite et Julien, in Concorso a Cannes 2015.

Poveri noi, soprattutto, povera lei e l’ex compagno, padre del loro bambino e collaboratore alla sceneggiatura Jérémie Elkaim, anche protagonista con Anais Demoustier. Il soggetto è storico, la sceneggiatura avita: la Donzelli l’ha avuta in dono per un compleanno, la scrisse Jean Gruault, quello dei truffautiani Jules et Jim e Adele H. Poveri tutti. Lo spunto, vero, è l’amore tra fratello e sorella nobili nella Francia del XVII secolo: lui è Elkaim, lei Demoustier, e l’approccio della Donzelli non è storico, né storicizzante, piuttosto ucronico, ma tremebondo com’è fa tanto rimpiangere l’Antonietta della Coppola.

Il problema, principale e costante senza soluzione di sorta, è che la bella ed ex brava Valérie – La guerra è dichiarata, su tutti – non riesce né a compire un’operazione metalinguistica né a farci interessare “realmente” di Margherita e Giuliano, in più metteteci pure cavalli che scompaiono e ritornano asino, gufi anti-renziani e mariti cornuti, ovvero cervi, e la colpa – sì, colpa – di Fremaux appare tangibile assai: Desplechin e Garrel padre scartati e confinati alla Quinzaine e questo in Concorso?

Povero festival. E, Donzelli cara, non ci prendere e non ti prendere per i fondelli: naivete laddove c’è raziocinio si chiama incesto e, questo sì, sarà proibito per sempre.

NOTE

- REALIZZATO CON LA PARTECIPAZIONE DI: CANAL +, CINÉ +, FRANCE TÉLÉVISION; IN ASSOCIAZIONE CON: COFINOVA 11, SOFTVCINÉ 2, CINÉMAGE 9, PALATINE ÉTOILE 12; CON IL SUPPORTO DI: LA RÉGION ILE-DE-FRANCE, TAX SHELTER DU GOUVERNEMENT, FÉDÉRAL BELGE VIA SCOPE INVEST, COFINOVA 9, CINÉMAGE 7 DÉVELOPPEMENT.

- IN CONCORSO AL 68. FESTIVAL DI CANNES (2015).

CRITICA

"(...) la regista e attrice torna (...) a giocare la carta del paradosso. Mettendo in scena un celebre dramma storico (...) senza preoccuparsi minimamente della Storia. Anzi cancellandola quasi del tutto con un colpo di spugna. (...) mettere in scena un'epoca così remota è costoso, complicato, impegnativo, per gli autori e gli spettatori. Per farlo serve una vera idea di cinema, una chiave, un punto di vista. Non avendo l'ombra di tutto questo, la Donzelli stravolge la vicenda dei Ravalet trattando tutto come un mito, una leggenda raccontata da una baby sitter a un gruppo di bambini e realizzata mescolando a piacere (il piacere è solo suo) tutte le epoche, le mode, gli ambienti, gli stili visivi, vestimentari, musicali... Così non siamo mai nel Seicento, anche se si parla del Re e della corte, ma ci muoviamo in un mondo fasullo e senz'anima, tra gli anni 20 e gli anni 50 del Novecento, con reiterate incursioni al presente (...). In una facile girandola di prestiti, ammicchi, citazioni che a qualcuno magari sembrerà un'idea brillante ma genera un film enfatico, narciso (...)." (Fabio Ferzetti. 'Il Messaggero', 4 giugno 2016)

"(...) la Donzelli (...) si fa prendere un po' la mano nella visione romantica, selvaggia e intrepida, dell'amore proibito, ingolfando di stereotipi anche gli attori (Elkaim, poco convinto, Demoustier, troppo convinta). Qualche sfumatura nel tratteggio della maledizione avrebbe giovato, magari beneficiando del confronto con Rohmer o Truffaut. (...) Mancano fusione ed equilibrio." (Silvio Danese, 'Nazione-Carlino-Giorno', 4 giugno 2016)

"(...) la regista Valérie Donzelli sta apertamente dalla parte del cuore. (...) il suo film è un temporale emotivo che noi dalla platea spiamo senza esser visti in un luogo che è solo un impero dei sensi ma fatto di tenerezza, gentilezze, affetti, una sensualità accesa ma d'altri tempi. E senza tempo: la tragedia è raccontata come una fiaba per piccini, passa dalla prima alla terza persona, la indossi come vuoi." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 2 giugno 2016)

"Forse il film si vuole trasgressivo e coraggioso come un proclama per la libertà d'amare; però l'effetto è un po' diverso. Mescolando citazioni di Jacques Demy e Jean Cocteau con un tono marcatamente giovanilistico (e melodie d'epoca con brani rock), la regista confeziona un racconto neo-pop impregnato di un romanticismo un po' artificioso. I giovani protagonisti difettano di carisma e la 'storia maledetta' tende a oscurare - a conti fatti - proprio il motivo centrale dell'incesto." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 2 giugno 2016)

"(...) un film senza tempo, appassionato e sognante, dove realtà e giudizio sono elementi ugualmente assenti (...). Se si dimentica Truffaut e si entra nell'universo fatato dei due giovani amanti,' Marguerite e Julien' (...) può esercitare il suo fascino rarefatto, un po' troppo sofisticato per coinvolgere fino in fondo." (Fulvia Caprara, 'La Stampa', 2 giugno 2016)

"(...) Valérie Donzelli (...) ha riempito il teorema di un soggetto originariamente concepito da Jean Gruault per François Truffaut e ne ha ricavato un film/fiaba totalmente sbagliato. II giudizio non si accompagna a soddisfazione giacché assai gradito era stato l'esordio della regista francese (...) purtroppo questo suo terzo lungometraggio sull'amore impossibile tra due fratelli (...) sconta un'ambizione troppo elevata. La Donzelli, infatti, lavora sull'immaginazione generata dalla vicenda reale dei rampolli de Ravalet (...) mescolando la propria autobiografia, epoche e registri stilistici diversi e quel Truffaut 'touch' che, purtroppo, resta solo un desiderata." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 2 giugno 2016)

"Piacerà agli addetti al culto di Truffaut. Il grande François aveva tra i suoi progetti più cari la storia di Marguerite e Julien e solo la morte (1984) gli impedì di concretizzare. Trentadue anni dopo Donzelli ha avverato il sogno. Certo non è Truffaut, ma è innegabile che abbia imparato non poche cose dal regista di 'Adele H una storia d'amore'." (Giorgio Carbone, 'Libero', 2 giugno 2016)

"Che noia. (...) Uno sfibrante, pur se raffinato melò in costume, sballottato tra '600 e oggi attorno a un'incontrollabile passione incestuosa. Così pudica da far sbadigliare anche i guardoni." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 2 giugno 2016)

"Valérie Donzelli (suo il magnifico 'La guerra è dichiarata') ritrova una sceneggiatura scritta negli anni Settanta (e mai girata) per François Truffaut da Jean Gruault (che appare in un cameo, l'ultimo prima della morte, nei panni di un severissimo giudice), 'L'Histoire de Julien et Marguerite' per trasportarla nella dimensione della favola. E del racconto della buona notte 'Marguerite e Julien' (...) prende il movimento narrativo e visuale, mescolando teatro delle ombre e suggestioni infantili, paure e fantasmi, cattivi e buoni. (...) Donzelli unisce le epoche, passato e presente, rock e spinetta seicentesca in una dimensione atemporale e pop un po' alla Jacques Demy in 'Pelle d'asino' o forse più guardando alla 'Marie Antoinette' di Sofia Coppola. Ma il confronto più importante è con il cinema di Truffaut, le sue dinamiche, la trama delle sue citazioni letterarie, la sua eleganza, la sua grazia sentimentale: quanto rimanere vicini al suo modello e quanto prenderne le distanze se non addirittura dichiarare una rottura? L'ossessione amorosa ('Adele H'). Eppure nella pittura di una Bretagna tempestosa e dei boschi fiabeschi di fuga e libertà, quello che manca è proprio la follia di un'ossessione che vince ogni paura. li registro fiabesco di Donzelli raffredda l'emozione, e sembra più preoccuparsi degli artifici, citazioni comprese, che di trovare una forma al desiderio. Questi suoi personaggi ci appaiono come graziose figurine senza sostanza, gli attori fin troppo controllati e il loro amore piatto, a volte quasi «illustrativo», svuotato di carnalità. Eppure la materia era fantastica, quello che non funziona nonostante molta ispirazione è l'alchimia: magari un po' più di libertà?" (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 1 giugno 2016)
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