Man in the Dark

Don't Breathe

USA - 2016
3,5/5
Man in the Dark
Decisa a fuggire dalla dispotica madre e a salvare la sorellina da una sorte misera ed inevitabile per entrambe, Rocky farà di tutto per riuscire nell'impresa. Lei e i suoi amici Alex e Money hanno già messo a segno una serie di furti elaborati in vari appartamenti, per racimolare abbastanza denaro da potersi lasciare alle spalle la loro città disgraziata, Detroit. Ad ogni modo, i loro piccoli crimini hanno fruttato poco finora e così quando vengono a sapere di un cieco che vive solo in un quartiere abbandonato e che ha nascosta in casa una piccola fortuna, i ragazzi decidono di mettere a segno il loro colpo più grande e definitivo. Ma il loro piano fallisce in modo pericoloso quando la loro vittima si dimostra essere più temibile di quanto si aspettassero. Mentre li insegue senza sosta attraverso la sua casa altamente fortificata, i ragazzi scoprono con orrore che il cieco nasconde ben altro oltre ai soldi.
  • Altri titoli:
    A Man in the Dark
  • Durata: 88'
  • Colore: C
  • Genere: HORROR
  • Specifiche tecniche: D-CINEMA (1:2.35)
  • Produzione: SAM RAIMI, ROB TAPERT E FEDE ALVAREZ PER GHOST HOUSE PICTURES, GOOD UNIVERSE, SONY PICTURES ENTERTAINMENT
  • Distribuzione: WARNER BROS. PICTURES ITALIA
  • Data uscita 8 Settembre 2016

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone

Sam Raimi ci aveva giusto quando nel 2013 aveva affidato a un giovane filmaker uruguayano il remake di un suo film di culto, La casa.  Fede Alvarez non aveva sfigurato allora e non delude nemmeno adesso che torna sulla scena – sempre insieme a Raimi come producer – con un thriller inedito, scritto e diretto da lui.
Man in the Dark non avrà il pregio dell’originalità ma è cattivissimo e tiene inchiodati alla poltrona dall’inizio alla fine. Il suo sporco lavoro lo sa fare bene.

Più che una variazione sul tema “caccia al cieco” – fortunato sottogenere rigorosamente in interni e doverosamente claustrofobico, che parte da Terrore cieco di Fleischer, con un’indimenticabile Mia Farrow, e arriva fino a Il terrore del silenzio (Hush) della generazione Netflix – trattasi di vero e proprio ribaltamento, con la vittima predestinata che si rivelerà lo spietato carnefice e quest’ultimo – questi ultimi: sono tre giovani ladruncoli – che si riscoprirà l’agnello sacrificale.

Alvarez sfrutta praticamente ogni situazione possibile per mantenere la tensione a un livello accettabile, variando finché può trovate e colpi di scena, affondando qua e là la lama con un paio di momenti shock (da urlo quello “inseminazione”) e allentando solo per ripartire più forte. Dimostra cioè una padronanza dello spazio scenico e dei tempi della suspense non comuni a un classe ’78 al suo secondo lungometraggio.

A suo favore va ascritta anche la cura meticolosa con cui caratterizza i personaggi, non rassegnandosi mai a farne dell pedine di un gioco al massacro ma conferendo a ciascuno di loro ( o quasi) un tratto, una personalità, un’ambiguità, squisitamente umane. Il film pone doppiamente lo spettatore in una posizione scomoda, perché prima gli fa credere di essere il carnefice e poi gli ricorda che è la vittima, e viceversa, costringendolo insomma a fare i conti con un’indecidibilità morale che perdura fino alla fine. Bene la direzione del cast, tutti attori bravi e semisconosciuti (Stephen Lang, Jane Levy, Dylan Minnette), suggestiva la stratificazione testuale con i vari sottotemi che si intrecciano – il confronto generazionale (il vecchio veterano del Vietnam che dà una lezione a tre giovani nullafacenti), la cornice economica (siamo nella depressa Detroit), la questione di gender (assisistiamo sottotraccia allo scontro finale tra il femminismo rampante e il vecchio mondo patriarcale) –  un po’ forzata la verosimiglianza, con la trama arricchita forse di troppe rivelazioni e di twist. Efficaci, ma non sempre e non del tutto necessari.

CRITICA

"Un piccolo thriller orrorifico che da due settimane occupa la vetta del box-office americano. E se lo merita, perché 'Man in the Dark', con piccoli mezzi, dispiega molta più creatività di tanti blockbuster miliardari. (...) L'uruguaiano Fede Alvarez rivolta come un calzino lo schema del film di 'home invasion' (dove gli abitanti sono buoni e minacciati da estranei), installando un'atmosfera che ti fa trattenere il respiro (il titolo originale è 'non respirare'); soprattutto in una sequenza-clou che potrebbe far rincasare qualcuno con la paura del buio. E poi non sarà un film politico, d'accordo, però dice di più sui mali dell'America - miseria, disoccupazione, effetti delle guerre - di tanto cinema mainstream." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 8 settembre 2016)

"Piacerà ai fan dell'horror ai quali garantiamo che si tratta del primo grosso film del terrore della stagione. Inevitabile. C'era Sam Raimi a produrre." (Giorgio Carbone, 'Libero', 8 settembre 2016)

"Più che un horror, come viene spacciato, quello di Fede Alvarez è un gran thriller, ben diretto, che si porta in dote tanta suspense, ansia, colpi di scena e tensione continua. L'unico vero mistero irrisolto di questo film è come sia possibile che il titolo originale 'Don't Breathe' sia stato «tradotto» in 'Man in the Dark'." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 31 agosto 2016)
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