Madonna che silenzio c'è stasera

ITALIA - 1982
Una giornata nella vita del giovane Francesco. Si sveglia di soprassalto al trillo della sveglia, si libera a fatica dalle braccia possessive della madre che lo perseguita con il suo affetto e parte con la bicicletta in cerca di lavoro per le vie di Prato, la sua città fremente di operosi telai tessili, che alienano gli addetti al lavoro e mozzano loro dita e talvolta, braccia e gambe. Inutile dire che il nostro non riuscirà a trovare lavoro, come tanti altri giovani d'oggi, dei quali è in qualche modo esempio emblematico. Incontra invece tipi strani e bislacchi: il Magnifico, che ha conosciuto il padre di Francesco prima del suo espatrio per il Perù; un ragazzino bugiardo e furbo che lo coinvolge in imprese da adolescente; un maniaco oppresso dall'ossessione della persecuzione; un barista restio a metter fuori la voce; una ragazza di strada, che si fa consegnare le 50.000 lire che Francesco aveva vinto in uno strampalato concorso per voci nuove. Poi, di sera, si ritrova solo e disperato, senza lavoro e soprattutto senza Maria, la ragazza che l'ha lasciato. In ultimo, prima di prendere sonno, Francesco riceve la telefonata di Maria e la speranza non è dunque persa...

CAST

CRITICA

"Le intenzioni di analisi d'una angosciante situazione giovanile contemporanea è lodevole: soltanto bisogna riconoscere che le intenzioni dell'opera non sono riuscite a calarsi nel film, che delude per mancanza di inventiva, di ritmo e di aggancio, quindi, con lo spettatore che assiste piuttosto estraneo e ben poco divertito alla prova-comico-malinconica del protagonista che 'fa tutto da solo', o quasi. Si nota anche il cattivo gusto di certe gags, la lentezza e la ripetitività delle situazioni. Si riconosce tuttavia la sostanziale correttezza e pulizia dello spettacolino." ('Segnalazioni cinematografiche', vol. 93, 1982)

"Operina assai fragile e manieristica, ma di ispirazione schietta e di modi puliti, che dice la condizione di certi giovanotti di provincia con gusto amarognolo, e ne rappresenta la solitudine, l'ansia di fuga, i comportamenti strampalati con un senso dell'assurdo nel quale s'incrociano il mesto e il ridicolo." (Giovanni Grazzini, 'Corriere della Sera', 17 ottobre 1982)
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