L'ufficiale e la spia

J'accuse

FRANCIA, ITALIA - 2019
3,5/5
L'ufficiale e la spia
Gennaio del 1895, pochi mesi prima che i fratelli Lumière diano vita a quello che convenzionalmente chiamiamo Cinema, nel cortile dell'École Militaire di Parigi, Georges Picquart, un ufficiale dell'esercito francese, presenzia alla pubblica condanna e all'umiliante degradazione inflitta ad Alfred Dreyfus, un capitano ebreo, accusato di essere stato un informatore dei nemici tedeschi.
Al disonore segue l'esilio e la sentenza condanna il traditore ad essere confinato sull'isola del Diavolo, nella Guyana francese. Un atollo sperduto dove Dreyfus lenisce angoscia e solitudine scrivendo delle lettere accorate alla moglie lontana.
Il caso sembra archiviato.
Picquart guadagna la promozione a capo della Sezione di statistica, la stessa unità del controspionaggio militare che aveva montato le accuse contro Dreyfus. Ed è allora che si accorge che il passaggio di informazioni al nemico non si è ancora arrestato.
E se Dreyfus fosse stato condannato ingiustamente?
E se fosse la vittima di un piano ordito proprio da alcuni militari del controspionaggio?
Questi interrogativi affollano la mente di Picquart, ormai determinato a scoprire la verità anche a costo di diventare un bersaglio o una figura scomoda per i suoi stessi superiori.
L'ufficiale e la spia, adesso uniti e pronti ad ogni sacrificio pur di difendere il proprio onore.
  • Altri titoli:
    An Officer and a Spy
  • Durata: 126'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, STORICO, THRILLER
  • Specifiche tecniche: DCP
  • Tratto da: romanzo "L' ufficiale e la spia" di Robert Harris (ed. Mondadori)
  • Produzione: ALAIN GOLDMAN PER LEGENDE, R.P. PRODUCTIONS, ELISEO CINEMA, RAI CINEMA, IN COPRODUZIONE CON GAUMONT, FRANCE 2 CINEMA, FRANCE 3 CINEMA, KINOPRIME FOUNDATION, KENOSIS, HORUS MOVIES, RATPAC
  • Distribuzione: 01 DISTRIBUTION
  • Data uscita 21 Novembre 2019

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
Lungamente atteso, problematizzato a latere al Lido (citofonare Lucrecia Martel), J’accuse arriva e ricorda che Roman Polanski di cinema è maestro. Non discutibile. Tornando sul caso, poggiandosi ancora sullo scrittore Robert Harris (già per L’uomo nell’ombra, qui prendendo da L’ufficiale e la spia), cura quadro, composizione, visi e atmosfera, e cesella un monito su quella e questa Francia, Europa, mondo: l’antisemitismo, certo, la friabilità della giustizia e la perniciosità del sistema, ovvio, ma anche la pena personale e la responsabilità individuale. Il suo approccio, rispetto al caso Dreyfus, è thriller: un altro uomo nell’ombra, almeno nel riconoscimento diffuso della Storia (parliamo di Piquart, più che Dreyfus), e altre trame da sventare, passo dopo passo, udienza e cella dopo l’altra, con estrema dedizione per la verità dei fatti, la verità storica.

Del capitano di origine ebraica Alfred Dreyfus - incarnato da Louis Garrel - accusato nel 1894 di aver passato informazioni militari ai tedeschi e condannato all’ergastolo sull’isola del Diavolo, Polanski decritta la menzogna sistemica architettata ai suoi danni: prove inesistenti e artefatte, antisemitismo montante; illumina la “cura”, giacché sull’affaire prese posizione, con il celeberrimo J’accuse, una lettera pubblica al presidente della Repubblica, lo scrittore Èmile Zola, ma sulla scorta di Harris segue la storia dalla prospettiva dell’ufficiale George Piquart (Jean Dujardin), che da neo-capo del controspionaggio indaga sul flusso di informazioni ai tedeschi. No, dopo l’arresto di Dreyfus non s’è arrestato.

Co-prodotto con la Francia dall’Italia, Luca Barbareschi e Rai Cinema, J’accuse elogia il (fare il proprio) dovere, mette alla berlina le alte cariche tronfie e fatue, i sottoposti correi e corrivi, divelle l’ingranaggio del potere, l’homo homini lupus istituzionalizzato, e apre alla residua speranza: tocca all’uomo, anzi, a un uomo conoscere perché non si possa più ignorare, scoprire perché non si possa più annichilire, affrancare perché non si possa più ingiustamente punire.

Dujardin ha calma, eleganza e probità, Garrel è perfetto, Polanski può contare anche sulla consorte Emmanuelle Seigner, Mathieu Amalric e Denis Podalydès, e il film grandemente ne beneficia: thriller per genere, commedia umana per guadagno, trattatello politico per analisi, grande cinema per immagini. Polanski non si dà arie, tranne che quelle di Alexandre Desplat, non si pavoneggia, solo ci fa vedere meglio: le focali lunghe della Storia, il nostro qui e ora. Chi dimentica è complice, anzi, carnefice.

NOTE

- LEONE D'ARGENTO - GRAN PREMIO DELLA GIURIA, PREMIO FIPRESCI, PREMIO GREEN DROP, PREMIO DI CRITICA SOCIALE "SORRISO DIVERSO" | ASSOCIAZIONE STUDENTESCA UCL (L'UNIVERSITÀ CERCA LAVORO) ALLA 76. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2019).

- COPRODUTTORE: LUCA BARBARESCHI.

- REALIZZATO CON LA PARTECIPAZIONE DI: FRANCE TELEVISIONS OCS, CANAL+; CON IL SUPPORTO DI: REGIONE ILE-DE-FRANCE, CNC (CREATION VISUELLE ET SONORE NUMERIQUE); IN ASSOCIAZIONE CON: EUTOURAGE PICTURES, PALATINE ETOILE 16, OPTIMUM DEVELOPPEMENT, L'ARBRE HOLDING.

- CANDIDATO DAVID DONATELLO 2020 PER: MIGLIOR FILM STRANIERO.

CRITICA

"Per merito di Méliès il caso Dreyfus interessa il cinema fin dal 1899, un anno dopo l'editoriale «J'accuse» di Zola indirizzato al presidente Faure e cinque anni dopo che il cap. Dreyfus fosse degradato in pubblico (incipit maestoso) e deportato all'isola del Diavolo accusato spia dei tedeschi. (...) Il caso Dreyfus fu argomento di discussione e divisione in ogni ceto sociale, e oggi Polanski racconta la storia in un meraviglioso thriller «antropologico» che dimostra come la menzogna organizzata sia l'ossigeno di ogni potere. Nulla cambia, l'attualità è spaventosa, ma i germi del virus razzista stanno risorgendo ovunque, minando dal profondo le fondamenta civili. Perciò è utile L'ufficiale e la spia, nello splendore visivo e narrativo (scritto da Polanski e Harris, autore del romanzo), perché restituisce al cinema il suo primo comandamento morale. Jean Dujardin e Louis Garrel sono straordinari, la fotografia in tre dimensioni psicologiche è di Pawel Edelman, l'anti retorica presenza invisibile, è da sempre farina di Polanski. E ora chi ha il coraggio più di chiamarla Belle Èpoque?" (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 21 novembre 2019)

"Il confine tra Alfred Dreyfus e Roman Polanski è una sottile linea rossa che non coincide con le comuni origini ebree. Nemmeno con quel cognome di Monnier che compare nel film e nella vita del capitano, condannato per tradimento e poi riabilitato, che fa eco con una delle accusatrici del regista per reati sessuali di oltre mezzo secolo fa. E neppure con l'errore giudiziario, accertato in un caso e tutto da stabilire nell' altro. Il denominatore comune sta piuttosto in quel collettivo senso delle emozioni che portò la folla al tripudio per la degradazione dell' ufficiale, messo alla berlina a fine Ottocento da innocente. Triste rima con il «#MeToo» oggi largamente in voga, che ha reso tiepida l'accoglienza veneziana per L'ufficiale e la spia, poi premiato al Lido. (...) L'ufficiale e la spia è un ottimo film storico, rigorosamente fedele agli eventi e che sarebbe un peccato e un errore valutare superficialmente solo in rapporto alla Storia. Dopo oltre un secolo dal caso Dreyfus, quella dinamica è attualità. L'auspicio è che non sia il testamento di Polanski." (Stefano Giani, 'Il Giornale', 21 novembre 2019)
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