Lost in Translation - L'amore tradotto

Lost in Translation

USA, GIAPPONE - 2003
Lost in Translation - L'amore tradotto
Due americani, il maturo Bob e la giovane Charlotte, si incontrano in un lussuoso albergo di Tokio. Star del cinema in declino, Bob è arrivato per girare uno spot pubblicitario di una marca di whisky: il lavoro non lo entusiasma ma il compenso gli fa passare ogni dubbio. Charlotte accompagna John, il marito, fotografo in ascesa che non rinuncia mai ad un incarico. Bob e Charlotte passano molto tempo in albergo, e anche la notte, presi entrambi dall'insonnia, si rifugiano al bar sempre aperto. Quando John parte per un impegno fuori città, i due riescono a passare un po' di tempo insieme. Conosciutisi meglio, e affrontato il discorso su matrimonio e famiglie (Bob ha moglie e due figli), escono, frequentano altre persone, vanno in qualche locale. Ma la Tokio allucinata delle luci e dei videogame non fa per loro. Più spesso restano in camera, parlano, si guardano. Dopo aver accettato di partecipare ad uno show televisivo (e Charlotte ne ha approfittato per andare a Kyoto), Bob capisce che è il momento di ripartire. Quella notte tuttavia una cantante del night si avvicina a lui e i due passano la notte insieme. La mattina dopo, Charlotte lo capisce e si allontana arrabbiata. Bob sta per lasciare l'albergo. Tra i due c'è un saluto imbarazzato. Dal taxi, Bob vede Charlotte per strada. Si ferma, la raggiunge, si abbracciano, la bacia. Charlotte piange. Ora si possono lasciare. Bob va verso l'aeroporto.
  • Durata: 105'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA, DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: AATON 35 III MOVIECAM CAMERAS 35MM (1:1,85)
  • Produzione: SOFIA COPPOLA, ROSS KATZ PER AMERICAN ZOETROPE, ELEMENTAL FILMS, TOHOKASHINSHA FILM COMPANY
  • Distribuzione: MIKADO
  • Data uscita 5 Dicembre 2003

TRAILER

RECENSIONE

di Angela Prudenzi

Avete amato Bill Murray in Ricomincio da capo? Allora correte a vedere Lost in Translation – L’amore tradotto. Lo potrete ammirare in uno dei ruoli più scoppiettanti e intelligenti in cui si sia mai provato. Non fate però l’errore di pensare che il film valga il biglietto solo per la folgorante presenza di Murray. Lost in Translation brilla anche per un altro talento, quello di Sofia Coppola, la quale chiarisce una volta per tutte come il cinema per lei non rappresenti affatto il capriccio di una bambina viziata. Eppure il rischio di un passo falso esisteva, giacché l’autrice si è cimentata in una delle storie più abusate che sia lecito immaginare. La vicenda, cioè, di un cinquantenne in crisi che, lontano da moglie e figli per motivi di lavoro, incontra una ragazza temporaneamente lasciata sola da un marito troppo preso dalla carriera. Logica anticamera di un breve incontro, ma attenti. Sofia Coppola non è regista da cadere facilmente nelle trappole del banale. Sotto la sua direzione la materia si rivitalizza e prende forma in mille dettagli, in sfumature caratteriali, nella lieve rappresentazione di momenti in cui i due potenziali amanti si perdono per rinchiudersi in una sofferta eppur sana solitudine. Sfondo della love story, una Tokyo affascinante quanto misteriosa, elevata a emblema delle culture più diverse con le quali noi occidentali facciamo sempre fatica a confrontarci. Bob Harris, noto attore di action movie nel momento critico del passaggio a un’età poco adatta a inseguimenti e sparatorie, deve dar vita alla campagna pubblicitaria di una famosa marca di whisky. La situazione offre il destro a Murray per innumerevoli gag all’apparenza basate sull’incomprensione linguistica, in realtà sulla difficoltà ad adeguarsi a una società altra e a capirne i modi e le espressioni. Mentre Charlotte, la sensibile Scarlett Johansson, mostra di trovarsi assai bene con gli amici giapponesi, compagni di scorribande notturne e solenni ubriacature in cui anche Bob finisce per essere coinvolto. Un incontro, il loro, inevitabile, con in più il sapore amaro delle storie impossibili ma non per questo meno importanti. E la Coppola ben fotografa la nascita di questo amore dai tratti adolescenziali, dal quale ogni fisicità è bandita per far posto a scambi ben più profondi. Una visione positiva che cancella le atmosfere ferali di Il giardino delle vergini suicide e al contempo dimostra come la giovane cineasta stia felicemente costruendo un personale percorso artistico. Perché Sofia sarà anche privilegiata, con un produttore come il padre Francis Ford e il marito Spike Jonze a sostenerla, ma il talento visivo, le sottigliezze di sceneggiatura e la sensibilità nella regia sono tutti suoi e regalano a ogni fotogramma un’impronta d’autore.

NOTE

- PRESENTATO IN CONCORSO ALLA 60MA MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA NELLA SEZIONE CONTROCORRENTE (2003), DOVE SCARLETT JOHANSSON HA VINTO IL PREMIO COME MIGLIOR ATTRICE.

- GIRATO TUTTO IN GIAPPONE, A TOKYO - NELLE STRADE E NELL'HOTEL PARK HYATT TOKYO - E A KYOTO.

- GOLDEN GLOBE 2004: MIGLIOR FILM PER IL GENERE MUSICAL/COMMEDIA, MIGLIOR SCENEGGIATURA (SOFIA COPPOLA), MIGLIOR ATTORE (BILL MURRAY).

- OSCAR 2004 PER LA MIGLIOR SCENEGGIATURA ORIGINALE.

- NASTRO D'ARGENTO 2004 A SOFIA COPPOLA COME MIGLIR REGISTA STRANIERO.

CRITICA

"Alla sua seconda regia Sofia Coppola, figlia di cotanto padre, conduce il gioco con mano sicura, trascorrendo dal buffo e malinconico dentro una cornice squisitamente notturna. Anime in pena rinchiuse negli agi del Park Hyatt Hotel, i due personaggi ci ricordano, facendoci sorridere, di che pasta è fatta la condizione umana". (Michele Anselmi, 'Il Giornale', 1 settembre 2003)

"Delizioso e imperdibile 'L'amore tradotto', che segna la repentina maturazione della figlia d'arte Sofia Coppola. Interpretato da un grandioso Bill Murray e dall'intensa Scarlett Johansson, il film mette in scena l'impalpabile contatto fra un disilluso divo americano e una giovanissima connazionale fresca sposa nelle pause di un frastornante soggiorno a Tokio. Il tragicomico spaesamento provocato dall'intraducibile metropoli si riverbera, così, nello stand by esistenziale dei personaggi che finiscono tuttavia per ritrovarci un tesoretto di confortevoli quanto effimeri contrappunti". (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 1 settembre 2003)

"Ognuno ha il proprio film e lo tiene segreto, per pudore, per gelosia e vergogna. Vergogna di vedersi e sentirsi scoperti di aver amato un film che non si crede importante, ma solo privato. 'Lost in translation' appartiene a questa categoria di film: sono di tutti, ma appartengono a noi stessi. Il motivo di questo fatale coincidere è lasciato alle leggi del desiderio. La Coppola cerca l'archetipo dell'infanzia (e del cinema) attraverso il gioco e l'amore, anche quando è platonico in una storia che rompe la successione e la ripetizione automatica di comportamenti e di destini attraverso un evento, un incontro, un piccolo miracolo." (Dario Zonta, 'L'Unità', 5 dicembre 2003)

"Una cronaca, con gli accenti, spesso, del documentario. Se l'è scritta e poi realizzata Sofia Coppola, già nota per un primo film di un certo pregio, 'Il giardino delle vergini suicide'. Qui, senza mai contraddirsi nei linguaggi, si è tenuta a due modi di rappresentazione: l'incontro quasi sentimentale dei due, isolati in ambienti di cui ignorano la lingua e i costumi, e poi questi stessi ambienti, rievocati di giorno e di notte con un occhio che, tenendosi lontano dalla curiosità turistica, vi privilegia in mezzo la scoperta, anche soltanto psicologica; accettando, in qualche pagina, anche dei risvolti ironici. Lo interpreta Bill Murray, alternando con misura i fastidi dell'estraniamento con la graduale insorgenza di quei suoi sentimenti solo un po' vicini all'amore. Affiancato, con intensità, da Scarlett Johansson, molto convincente." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 5 dicembre 2003)

"'Lost in Translation' è spesso divertente: basta vedere le scene in cui Murray è alle prese con una petulante prostituta che pretende di farsi leccare - o strappare - le calze, con un regista fuso di testa, con un petulantissimo intrattenitore televisivo. Bill, poi, è impedibile quando improvvisa davanti alla macchina da presa - e si vede che lo fa davvero - nella parte del bevitore di whisky per lo spot. Però l'eccezionalità della sua interpretazione sta da un'altra parte, quella stessa in cui va ricercata anche l'eccezionalità del film. Ovvero nella vulnerabilità che traspare dietro la maschera umoristica; in un senso di malinconia raramente apparso così attraente, perfino desiderabile, su uno schermo." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 6 dicembre 2003)
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy