LOLITA

USA - 1997
LOLITA
Nel 1947, il professor Humbert arriva in una piccola città del New England dove lo attende un posto di insegnante di letteratura francese. Cercando alloggio, gli capita una stanza in casa della vedova Charlotte. Il posto non sarebbe molto di suo gusto, ma decide di fermarsi dopo aver visto in giardino la figlia dodicenne di Charlotte, Lolita, dalla quale subito rimane affascinato. Charlotte corteggia Humbert che alla fine, pur di stare accanto a Lolita, accetta di sposare la donna. Dopo qualche tempo, Charlotte muore in un incidente, Humbert e Lolita, che hanno ormai avviato un rapporto amoroso, decidono di lasciare la cittadina e cominciano un viaggio attraverso l'America. Questo viaggio è contrassegnato da momenti sempre più burrascosi e da avvenimenti sempre più esagitati. Lolita ha il controllo della situazione, Humbert dà spesso in escandescenze. Lei un giorno decide di andarsene con un altro. Humbert la ritrova quando aspetta un figlio, le dà dei soldi, poi va dall'uomo che ha determinato il distacco tra loro due. La resa dei conti è crudele e brutale, e Humbert muore in preda ai rimorsi.
  • Durata: 133'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: PANORAMICA
  • Tratto da: TRATTO DAL LIBRO OMONIMO DI VLADIMIR NABOKOV
  • Produzione: MARIO KASSAR, JOEL B. MICHAELS PER PATHE' - GUILD
  • Distribuzione: MEDUSA - MEDUSA VIDEO
  • Vietato 14

NOTE

- REVISIONE MINISTERO SETTEMBRE 1997.

- LA PELLICOLA E' IL REMAKE DELL'OMONIMO FILM GIRATO DA STANLEY KUBRICK NEL 1962. IL LIBRO DAL QUALE E' TRATTO IL FILM, FU CONSIDERATO SCANDALOSO DAGLI AMERICANI E FU INVECE ACCETTATO DA UN EDITORE FRANCESE. NEL 1958 IL LIBRO DIVENNE UN BEST SELLER ANCHE NEGLI USA.

- L'ATTRICE CHE INTERPRETA LOLITA, DOMINIQUE SWAIN, E' QUI AL SUO ESORDIO ED E' STATA SCELTA TRA 2500 RAGAZZE.

- STEPHEN SCHIFF, LO SCENEGGIATORE, E' UN FAMOSO GIORNALISTA DE "THE NEW YORKER" E CHE HA LAVORATO IN PASSATO ANCHE PER "VANITY FAIR".

CRITICA

"Non c'è nulla di morboso, ma nemmeno di moralistico, in Nabokov e in Kubrick nel suggerire che, tra un uomo maturo e una ragazzina del tipo 'ninfetta', il più fragile, inerme e corruttibile è l'uomo. L'inglese Lyne fa non solo un film lascivo ma anche moralistico, sessuofobo, appunto, americano.
Mentre James Mason, guidato da Kubrick, rende Humbert con una recitazione monocorde, cupa, tragica, Jeremy Irons ne fa una figura esagitata e lacrimevole, di un patetismo insopportabile. Far sbagliare un'interpretazione a un attore come Irons riesce soltanto ai registi come Lyne. Se la cava meglio l'esordiente Swain. Ma non è una ninfetta". (Morando Morandini, 'Il Giorno', 27 settembre 1997)

"Scandali indecenti? Turbamenti morbosi? Pruriginosa pedofilia? Suvvia... Come in tutte le proverbiali ed edificanti storie sulle depravazioni, le dissolutezze e le impurità del sesso, anche stavolta Adrian Lyne realizza un film casto e morigerato, sostanzialmente privo degli elementari attributi dell'erotismo. (...) Misurarsi con Kubrick e Nabokov era, per il calligrafico Lyne, impresa superiore alle sue possibilità. L'implacabile censura puritana americana e l'infida ipocrisia delle cattive coscienze che, goffe e ignare, sbraitano contro pedofilia e oscenità, non c'entrano nulla con le modeste qualità, le lungaggini e l'impotenza creativa di questa versione del tutto antiafrodisiaca d'un romanzo che stanarono un'epoca di tabù e che ora ne riflettono un'altra, cinematograficamente, eticamente e sessualmente più farisaica e affettata". (Fabio Bo, 'Il Messaggero', 27 settembre 1997)

"Il film di Adrian Lyne, ben fotografato da William Atherton, accompagnato dalle malinconiche melodie di Ennio Morricone, ricostruisce con filologica cura l'America dei tardi anni '40 che Lolita e Humbert percorrono in lungo e in largo nella loro fuga dal mondo reale. Ma la vera qualità di un film senza particolari qualità, e l'unico punto su cui supera di netto la feroce e brillante Lolita di Kubrick e Dominique Swain: che è più alta del prescritto metro e quarantasette, ma è in compenso un sorprendente cocktail di infanzia e femminilità, di innocenza e di provocazione, più viva e mercuriale di quanto non sia mai stata l'icona Sue Lyon. La quale di anni ne aveva diciassette e succhiava lollipops. Dominique invece mangia banane, allusivamente. Di pruriginoso c'è poco di più. Di inquietante (e di controverso) resta l'idea-base di Lolita: che a tredici anni si possa essere una piccola seduttrice di adulti consenzienti". (Irene Bignardi, 'la Repubblica', 27 settembre 1997)
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