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RECENSIONE

di Valerio Sammarco

Tami, nemmeno vent’anni, si lava i denti. Poi si occupa delle faccende domestiche. La sera dorme nel letto insieme a Moshe, 50 anni. Quando lui vuole fanno sesso, (quasi) sempre solo per il piacere di lui. Mangia e vomita, Tami. E si lava i denti, ossessivamente. E’ bulimica, Tami. E si taglia. Non esce quasi mai, Tami. Aspetta solo che Moshe non ci sia per andare sotto casa a fare il pieno di dolciumi. Si punisce, Tami. Ma al tempo stesso non riesce a liberarsi di quell’uomo: lo aspetta per cenare, gli fa il broncio se torna tardi o se non torna a dormire a casa. Tami “lo ama”. Moshe è suo padre.
Il primo film “shock” di Cannes 67 arriva da Un Certain Regard: è Loin de mon pere (That Lovely Girl) dell’israeliana Keren Yedaya, che nel 2004 vinse la Camera d’Or per l’opera prima Or (My Treasure). Claustrofobico e punitivo, il film (che per certi versi, seppur non possedendone le stesse ambizioni tecnico/narrative, potrebbe ricordare il recente Miss Violence del greco Avranas) ha il grande merito di saper dipingere una situazione al limite senza scadere nella semplicistica dicotomia carnefice vs. vittima, insinuando ben più complesse sfumature di natura psicanalitica.
Nel vortice dell’ossessione sadomasochista, naturalmente, deve finirci anche lo spettatore, al quale viene risparmiato poco o nulla (il reiterarsi delle vomitate, dei tagli, del sesso violento). E che, secondo un meccanismo forse sin troppo semplicistico, prima o poi incomincerà a “fare il tifo” affinché la ragazza si liberi da tutto questo. Che prenda coscienza di sé. La libertà – e qui il femminismo ha avuto la meglio su qualsiasi coerenza di scrittura… – potrebbe avere il volto di una sconosciuta che la accoglie in casa sua dopo una notte trascorsa fuori di casa, in seguito ad un moto di gelosia nei confronti del padre.
La tesi è servita.

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