Lo Hobbit - La battaglia delle cinque armate

The Hobbit: The Battle of the Five Armies

USA, NUOVA ZELANDA - 2014
Lo Hobbit - La battaglia delle cinque armate
L'epica conclusione delle avventure di Bilbo Baggins, Thorin Scudodiquercia e della Compagnia dei Nani di Erebor, che hanno preteso la restituzione delle vaste ricchezze della loro madre patria. Tutti loro devono affrontare le conseguenze del risveglio del terrificante Drago Smaug, la cui ira si è scagliata contro gli uomini le donne e i bambini indifesi di Pontelagolungo. Dopo aver ceduto alla malattia-del-drago, il Re Sotto la Montagna, Thorin Scudodiquercia, sacrifica amicizia e onore nella ricerca della leggendaria Arkengemma. Incapace di aiutare Thorin a trovare la ragione, Bilbo viene costretto a fare una scelta disperata e pericolosa, inconsapevole del pericolo ancor più grande che lo attende. Un antico nemico ha fatto ritorno alla Terra di Mezzo. Sauron, il Signore Oscuro, ha mandato in avanscoperta legioni di Orchi per attaccare la Montagna Solitaria. Mentre cala il buio sul conflitto che cresce inesorabile, le razze dei Nani, Elfi e Umani devono decidere se rimanere uniti o essere distrutti. Bilbo si ritrova a combattere per la propria vita e per le vite dei suoi amici, mentre cinque grandi armate scendono in guerra...
  • Altri titoli:
    The Hobbit: Part 2
    The Hobbit: There and Back Again
    Lo Hobbit: racconto di un ritorno
  • Durata: 145'
  • Colore: C
  • Genere: FANTASY, AVVENTURA
  • Specifiche tecniche: RED EPIC, 35 MM, D-CINEMA (1:2.35)
  • Tratto da: romanzo "Lo Hobbit" di J.R.R. Tolkien
  • Produzione: CAROLYNNE CUNNINGHAM, ZANE WEINER, FRAN WALSH, PETER JACKSON PER WINGNUT FILMS, METRO-GOLDWYN-MAYER (MGM), NEW LINE CINEMA
  • Distribuzione: WARNER BROS. PICTURES ITALIA
  • Data uscita 17 Dicembre 2014

TRAILER

RECENSIONE

di La redazione
La saga cinematografica de Lo Hobbit ha un sapore epico, le cui radici affondano indietro nel tempo, nel secolo scorso. Era l'anno del Signore 1995 quando Peter Jackson decise di sfogare appieno il suo animo nerd esprimendo il desiderio di realizzare una serie di film tratta dalle opere di Tolkien. Con la New Line - i diritti per Lo Hobbit appartenevano ancora alla United Artists - si accordò per la produzione della trilogia del Signore degli Anelli. Il successo arriva in fretta e con lui i primi disamori tra Jackson e la casa di produzione: i soldi del marketing che sarebbero spettati al regista neozelandese non erano abbastanza, e lui afferma nel frattempo di non voler girare Lo Hobbit: non se la sente di replicare il successo di un progetto così ben riuscito come quello del Signore degli Anelli.
Per due anni sarà Guillermo del Toro a gestire la baracca: scrive, programma le riprese e progetta tutto sotto ogni aspetto. Ma il giorno del primo ciak non arriva mai e, ormai stufo di aspettare, ripassa la palla a Jackson. Si inizia da capo, e da due film si passa a tre con buona pace di Del Toro e di coloro che si chiedevano come riempire 8 ore senza sbrodolare con inutilità varie.
Preambolo ampio, ma necessario per capire questo terzo – e, grazie al cielo ultimo – capitolo della saga Tolkeniana nella sua disfunzionalità. La battaglia delle cinque armate nel libro originale de Lo Hobbit dura la bellezza di 5 (cinque) paginette: subito dopo che l'umano Bard (a capo di quella che sarà la prima armata) uccide Smaug, si reca da Thorin per reclamare la sua parte del tesoro di Erebor. Insieme a lui si schiera Re Thranduil a capo degli elfi (seconda armata), che vuole indietro delle pietre preziose che gli appartengono. Ma Thorin non ne vuole sapere: la malattia del drago lo ha fatto suo e la cupidigia gli sta dando alla testa: con la sua compagnia di nani e con altri che verranno in suo soccorso (terza armata) si batterà per mantenere inviolato quello che resta della Montagna Solitaria. Chi manca? Gli orchi! Sapendo che quel bendidio è difeso da una manciata di nani, Azog il profanatore si arma dei suoi orrendi compagni (quarta armata) e dei mannari (quinta armata) per andarsi a prendere quello che non gli spetta.
Due ore e mezza di botte da orchi a 48 fotogrammi al secondo che anche questa volta danno forte l'impressione di stare a casa Jackson mentre lui gioca alla PlayStation e tu guardi mentre si diverte: tutti quei fotogrammi rendono sì tutto più fluido ma anche tutto più finto. Un lungo addio tirato per le lunghe, dove l'azione prende totalmente il sopravvento e rimanda l'epica a data da decidersi, unendosi a quel filone di CGI violenta alla Bay, dove le botte sono digitali, fanno meno male e sono adatte a tutti (5 armate e neanche mezza goccia di sangue). E mentre guardi tutte le mosse segrete di Legolas (che rimane il più figo, non importa in che trilogia lo metti) e le combo di Thorin alle prese con Azog, sotto sotto ti chiedi che fine abbia fatto Lo Hobbit, dove sta la narrazione e le canzoni, gli animali parlanti e più in generale la magia di quelle pagine; se davvero sconfitto il dragone, simbolo fantasy per eccellenza, tutto quello che rimane è questa marea di mazzate.

NOTE

- CO-PRODUTTORI: PHILIPPA BOYENS ED EILEEN MORAN.

- CANDIDATO ALL'OSCAR 2015 PER IL MIGLIOR MONTAGGIO SONORO.

CRITICA

"Fine. (...) Jackson, anche in questo caso, riempie ogni casella, dispiega radici e conflitti del mito, sfrutta ogni effetto speciale e dilata secondo i bisogni d'incasso, anche qui, come nel penultimo 'La desolazione di Smaug', incrollabile davanti alla noia di battaglie farraginose e siparietti da filodrammatica. Nell'insieme, 14 anni di lavoro e 7 di preparazione prima del 2001, ottimi momenti di cinema epico in pachidermico modello kolossal e cast 'tera'. Meglio l'Anello dell'Hobbit." (Silvio Danese, 'Nazione - Carlino - Giorno', 19 dicembre 2014)

"Cercando di rigare dritto senza lasciarsi distrarre dal significato che ha assunto - povero Tolkien - l'espressione 'terra di mezzo', eccoci al compimento della più monumentale delle saghe cinematografiche. Interamente realizzata da Peter Jackson: prima i tre film del 'Signore degli anelli' e poi i tre dello 'Hobbit'. L'azione del secondo precede quella del primo: come è accaduto con 'Guerre stellari', vediamo un prequel. (...) Il titanico confronto intorno ai principi di lealtà, onore, coraggio soccombe sotto il peso di uno spettacolo fastoso e noioso." (Paolo D'Agostini, 'La Repubblica', 18 dicembre 2014)

"«Lo Hobbit - La battaglia delle cinque armate», oltre a mobilitare la sterminata compagnia degli adepti (il botteghino ringrazia), porta a compimento l'impresa di Peter Jackson, che riuscito, contro i pregiudizi culturali e politici che denigravano l'alto valore letterario di Tolkien, a rianimare, rimodellare ed esaltare le potenzialità dell'epica fantasy al cinema. (...) Anche se niente e nessuno, secondo noi, potrà eguagliare l'immensa trilogia di «Il Signore degli anelli», questa conclusione della trasposizione della saga scritta 17 anni prima del capodopera rinnova l'imponenza emotiva e visionaria della Terra di Mezzo gremita di gobbi, elfi, orchi, draghi, guerrieri e donzelle accentuando i toni oscuri e attenuando quelli comici; inciampando su qualche situazione o personaggio inventati, ma riconquistando il decisivo vigore grazie all'interminabile battaglia del sottotitolo, che convoca frotte d'inaudite creature sulla passerella d'inquadrature e sequenze da applausi a scena aperta. Un caos stupefacente per uno degli esempi più limpidi della maestria tutta grazia e brutalità di un cinema che a taluni spettatori continuerà a sembrare superfluo, mentre in realtà sta operando per la sopravvivenza stessa dell'ex arte chiave del Novecento." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 18 dicembre 2014)

"Con 'La battaglia delle cinque armate' l'avventura di 'The Hobbit' si conclude; e subito verrebbe voglia di tirare le somme sulla cine-trilogia, rivedendo i film uno via l'altro come fossero gli atti di un'opera. Ma per il momento a imporsi all'attenzione è questo capitolo finale che traspone in 144 minuti di pellicola un centinaio scarso di pagine, introducendo cupi, epici risvolti appena sfiorati da J.R.R. Tolkien. (...) Per quanto paghi il suo pedaggio di blockbuster ipertecnologico inteso a frastornare le folle, 'La battaglia delle cinque armate', al pari dell'intera saga, regala uno spettacolo di indimenticabile suggestione visiva: terre desolate e acque plumbee, siderali ghiacciai e vette impervie, orchi di pietra e leggiadri elfi, stregoni e gnomi, è tutto un esplodere di arte e fantasia che sarebbe piaciuto a Méliès; mentre il racconto corre sul filo della fiaba, ma arricchito di inquietanti scorci da tragedia elisabettiana. Nell'eccellente stellare cast, accanto al trepido/intrepido Bilbo di Martin Freeman spicca lo shakespeariano Thorin di Richard Armitage." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 18 dicembre 2014)

"Fine. Dopo 'II Signore degli anelli', Peter Jackson conclude il secondo trittico 'Lo Hobbit', con buona pace dei residui fan e, soprattutto, del fu Tolkien, qui strapazzato come non mai. Comunque 'La battaglia delle cinque armate' passerà alla storia, perché se non ha quasi soluzione di continuità per 145 minuti, riesce a non versare sangue: spottone antibellico o anti-Avis, chissà? (...) Rimangono negli occhi potenti coreografie marziali in cerca di epos, e i soliti pezzi forti, ovvero gli orchi e gli animaloni immaginifici: sì, non tutti i diorami CGI a 48 fotogrammi al secondo vengon per nuocere. Eppure, fuori dalla sala questa Terra di Mezzo è già superata: Mondo di Mezzo vi dice qualcosa?" (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 18 dicembre 2014)

"Piacerà anche più dei precedenti. Perché stavolta la storia non si perde nel tema del «viaggio» ma è azione dalla prima sequenza all'ultima (e nessuno come Jackson sa giostrare le battaglie in digitale)." (Giorgio Carbone, 'Libero', 18 dicembre 2014)

"Azione e ritmo frenetico sono gli ingredienti vincenti dell'ultimo atto della trilogia. Con l'attacco iniziale del drago Smaug che, in 3D, è da togliere il fiato." (A.S., 'Il Giornale', 18 dicembre 2014)

"Finito! Dopo 1.032 minuti di proiezione (e non considero le extended version), la saga tolkeniana chiude i battenti con l'ultima parte dedicata allo Hobbit, il volume con cui l'autore inglese aveva sfruttato il successo del 'Signore degli anelli' immaginandosi un prologo e che il regista Peter Jackson ha diluito e «integrato» per trame altri tre film, forte degli oltre tre miliardi di dollari incassati con la trilogia dedicata a Frodo e alla sua odissea. Adesso sappiamo (più o meno) tutto sull'origine del celebre anello dai magici poteri, sulle rivalità tra nani ed elfi, sul potere corruttivo dell'oro, sul drago Smaug e persino sull'amore che può infrangere leggi considerate eterne (mai amori interrazziali tra nani e elfi, e invece...). Ma soprattutto possiamo cercare di esprimere un giudizio più meditato su un universo immaginario che ha avuto l'ambizione di «colonizzare» la fantasia degli spettatori, come già 'Star Wars' o 'Harry Potter'. 'Lo Hobbit - La battaglia delle cinque armate' (curiosamente il più corto di tutti i film della saga: «solo» 144 minuti). (...) Ridotto così ai minimi termini, la storia lascia immaginare l'esplosione di effetti speciali messi in campo da Jackson per raccontare prima lo scontro col drago e poi la battaglia finale delle cinque armate (con una lunga appendice di duelli individuali tra orchi, nani ed elfi) ma non la lunga parentesi «shakespeariana» dove l'avidità trasforma Thorin in una specie di incrocio tra Macbeth e Shylock. Sono le scene più originali del film perché interrompono il flusso fantastico avventuroso del racconto e fanno di Thorin un personaggio tragico, talmente ossessionato dalla sua missione (recuperare le ricchezze del vecchio regno di Thrór) che dimentica amicizie, onore e dignità. Sono anche le scene che sembrano rivolgersi a un pubblico più adulto, quelle più lontane dalle forzature comiche che stonavano in 'Un viaggio inaspettato' (il primo film della trilogia dello Hobbit) e che qui sono affidate al solo personaggio del viscido Alfrid (Ryan Gage), usato come puro intermezzo di alleggerimento e che non a caso a un certo momento scompare nel nulla. Ci vorrà del tempo per valutare l'impatto (scommetto notevole) che questi film hanno avuto sull'evoluzione delle tecniche digitali. Mi sembra però che a livello di mitologia cinematografica Jackson non sia riuscito a toccare i vertici di 'Star Wars'. Ha illustrato con abilità e in certi casi con maestria il mondo di Tolkien, «sdoganandolo» da una lettura politica che lo soffocava, ma ha fatto opera originale solo a tratti, spesso per forza recitativa (penso al Gandalf di McKellen, all'Aragorn di Mortensen e al Gollum di Serkis) o per maestria digitale (sempre il Gollum ma anche il drago Smaug). Altre volte fermandosi solo a un buon livello di illustrazione." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 17 dicembre 2014)

"Dominato da una battaglia che inizia verso il settantesimo minuto del film e che continua quasi fino alla fine, 'Lo Hobbit: la battaglia delle cinque armate' è il capitolo delle trilogia che più si avvicina, per tono, scala e colori, a 'Il Signore degli anelli' - il disegno di Peter Jackson quello che i suoi sei film tratti dai libri di J.R.R. Tolkien vengano visti seguendo il corso cronologico della storia, quindi a partire dalla seconda trilogia di film, quella dedicata a 'The Hobbit'. La battaglia delle cinque armate è anche, per Jackson, la conclusione di una full immersion nell'epica e nella geografia tolkeniani durata più di sedici anni (iniziò a pensare a un film nel 1997), una gran finale in cui mette un po' di tutto, come in un programma di fuochi d'artificio. Al termine di questi sedici anni - e lo si sente nell'emozione e nella cura dei particolari con cui il regista neozelandese ha realizzato anche questo capitolo - sono cambiate molte cose. Intanto, questa Terra di mezzo popolata di hobbit, elfi, nani, orchi, maghi e dei loro valori mitici è diventata «sua» quasi quanto di Tolkien. Inoltre, certi stilemi visivi - a partire dall'uso congiunto di maestosi panorami naturali e Cgi e di drammatiche riprese dall'alto che precipitano vorticosamente verso il suolo per poi riprendere quota, sono entrati nel lessico visivo abituale del grosso cinema d'azione. Ma quello che più di tutto si deve a Jackson è di aver cambiato per sempre, nobilitandola, la fantasy cinematografica. Dopo i suoi adattamenti di 'The Hobbit' e 'II Signore degli anelli', per fantasy non si intenderà mai più solo un'avventura camp popolata di uomini in calzamaglia e di donne che sembrano la parodia di un quadro preraffaelita. Più dark e ricco d'azione dei due film che lo hanno preceduto, 'La battaglia delle cinque armate', inizia esattamente dall'istante con cui si era concluso 'La desolazione di Smaug'. (...) Forzando taglia e limiti narrativi del romanzo di Tolkien (scritto dal punto di vista dell'hobbit Bilbo Baggins ) ai fini di trarne tre lungometraggi, Jackson ha trasformato 'The Hobbit' in un'esperienza molto più epica e corale di quella descritta sulla pagina. Tutte le voci e i temi che ci ha messo confluiscono e si scontrano in questo terzo film, con la fragorosa potenza di una sinfonia di Mahler o di un'opera di Wagner, ai piedi della Montagna solitaria. Meno preoccupato delle digressioni sui personaggi, di introdurre momenti comici (come aveva fatto in 'Lo Hobbit' un viaggio inaspettato) o di acrobazie visive quasi a sé stanti (...), 'La battaglia delle cinque armate' è il film più vicino a un pezzo di musica, quindi in un certo senso il più astratto. (...) Per celebrare il suo addio a Tolkien, in onore di cui tornano anche Sauron il bianco (Christopher Lee), Gandalf (Ian McKellen), la regina degli elfi Galadriel (Cate Blanchett) e l'arciere Legolas (Orlando Bloom), Jackson non risparmia nulla inscenando uno scontro finale in cui un'inesauribile serie di creature e guerrieri sembrano scaturire dalla terra e calare come cascate dalle pendici delle montagne. Tra le scene più belle e ricche di fantasia quella ambientata sul ghiaccio." (Giulia D'Agnolo Vallan, 'Il Manifesto', 17 dicembre 2014)

"La differenza tra opera e operazione? È quella che corre tra la prima trilogia de 'Il Signore degli anelli' e questo secondo trittico 'Lo Hobbit', partito benissimo con il primo capitolo 'Un viaggio inaspettato' e chiuso in modo non memorabile da questo 'La battaglia delle Cinque Armate'. Le prime pellicole che Peter Jackson trasse tra il 2001 e il 2003 da 'Il Signore degli anelli' di Tolkien sdoganarono il famigerato genere fantasy (non esisterebbe l'acclamato 'Trono di spade' senza quei film), vinsero Oscar, lanciarono la Nuova Zelanda come paradiso terrestre, rivoluzionarono gli effetti speciali (la 'motion capture' di Gollum), innovarono la produzione (tre film girati contemporaneamente per risparmiare e mantenere alta l'energia sul set), emozionarono i tolkienani e intrigarono gli scettici. E i tre film da 'Lo Hobbit', libello più corto, leggero e garrulo scritto da Tolkien ben diciassette anni prima rispetto al Signore degli anelli? Meno belli ed epocali perché più cinici e meno ispirati. In primis: non era necessario trarre tre film da un romanzo lungo meno di un quarto de 'Il Signore degli anelli'. Soprattutto in questo terzo capitolo gli sceneggiatori allungano il brodo, annaspano alle prese con storie totalmente inventate rispetto a Tolkien (molto stucchevole l'amorazzo tra l'elfo Tauriel e il nano Kili), compaiono personaggi insopportabili come il vicegovernatore di Pontelagolungo Alfrid (assente sulla pagina) e la grande battaglia finale tra i cinque eserciti (uomini, elfi, nani, orchi e mannari... anche se questi ultimi non sono mai menzionati) è parecchio più confusionaria rispetto ai magistrali scontri de 'Le Due Torri' e 'Il Ritorno del Re'. (...) La diabolica creatura è protagonista dei primi splendidi minuti del film dove si diverte a sputare fiamme e battute perfide su Pontelagolungo, la città lacustre che per Jackson sembra uscita da un Rembrandt. Peccato che, dopo l'abbattimento di Smaug, anche il film precipiti nell'acqua. È il business, bellezza. Si voleva lucrare ancora su Tolkien. Ma questa è la copia trash di quella sublime e rivoluzionaria trilogia che fu 'Il Signore degli anelli'." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 16 dicembre 2014)
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