Lion - La strada verso casa

Lion

AUSTRALIA, GRAN BRETAGNA, USA - 2016
3/5
Lion - La strada verso casa
Il piccolo Saroo, a soli cinque anni si perde su un treno che lo porta per migliaia di kilometri attraverso l'India, lontano da casa e dalla famiglia. Il bambino deve imparare a sopravvivere da solo a Calcutta, fino a quando viene adottato da una coppia australiana. Venticinque anni dopo, con solo una manciata di ricordi, una tenace determinazione e la rivoluzionaria tecnologia di Google Earth, Saroo decide di andare a cercare la sua famiglia di origine e ritrovare la sua prima casa. basato su fatti realmente accaduti.
  • Altri titoli:
    A Long Way Home
  • Durata: 120'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: DCP (1:2.35)
  • Tratto da: romanzo "La lunga strada per tornare a casa" di Saroo Brierley (ed. Rizzoli)
  • Produzione: SEE-SAW FILMS, AQUARIUS FILMS, SUNSTAR ENTERTAINMENT
  • Distribuzione: EAGLE PICTURES
  • Data uscita 22 Dicembre 2016

TRAILER

RECENSIONE

di Gian Luca Pisacane

Magia di internet, potenza del cinema. La globalizzazione non è il demonio che vogliono farci credere, e salva la vita di un pargolo che ha perso la strada di casa. Per Oliver Stone (Snowden) la rete minaccia la libertà, esercita un dominio assoluto sull’essere umano: dai computer arriva un controllo totale sull’individuo, con le webcam che si trasformano in uno spioncino per monitorare il pianeta intero. Invece il regista regista Garth Davis ci infonde una speranza, e mostra come Google Earth sia il modo più semplice e imprevisto per poter riabbracciare i propri cari. Lion è un viaggio lungo venticinque anni, un’andata e ritorno che avrebbe fatto impallidire anche Senofonte e la sua Anabasi.

Saroo è uno dei tanti bambini poveri che vive ai margini della società indiana. Ha cinque anni, e suo fratello Guddu si prende cura di lui insieme alla madre. Un giorno si addormenta sul treno sbagliato e si ritrova a migliaia di chilometri dal suo villaggio, sperso nelle grandi città in cui nessuno lo capisce. Saroo parla l’hindi, mentre gli altri bengalese, quindi comunicare diventa impossibile. Dopo mille peripezie, il bambino riesce a farsi adottare da una famiglia australiana, ma le origini non si scordano mai.

Garth Davis è un esordiente che punta subito in alto. Si è fatto le ossa dirigendo gli spot pubblicitari, per i quali ha ricevuto premi, applausi e tanti soldi. Lion, il suo primo lungometraggio, è l’adattamento del romanzo A long way home di Saroo Brierley, e cerca con una sorta di analisi trasversale, il senso della vita. Ciò che non uccide, rende più forti, lo diceva anche Nietzsche. E un figlio strappato dal focolare in tenera età non ha scelta: combattere o morire. Il protagonista lotta per non soccombere, mentre gli altri cercano di sopraffarlo. L’immagine è quella di un’India distrutta dalla disparità sociale, che non riesce ad assimilare le troppe persone che la popolano. The millionaire di Danny Boyle aveva stupito con il ritratto di una nazione senza una vera identità, e Lion segue le sue orme. Ma questa volta non si parla di quiz dai favolosi montepremi: ora vanno in scena l’umanesimo e la ricerca di se stessi. Chi siamo? Da dove veniamo? Domande che nessuno osa più farsi, in un mondo troppo veloce, che non lascia il tempo di respirare.

L’analisi del protagonista, interpretato da Dev Patel, parte dal bisogno di appartenere a qualcuno. Casa è dove vivono le persone che ci amano, anche se si parla di adozione. Nicole Kidman è una donna che ha scelto di crescere i bambini degli altri, non perché non può averne di suoi, ma per una necessità di aiutare chi è stato costretto a lasciare la propria terra. Saroo la riconosce come madre, anche se il richiamo della natura non si può far tacere: ovunque sia, la mamma rimane sempre la mamma, e il senso di colpa per una ricerca tardiva pesa più di un macigno.

Lion è un film ambizioso, che propone un grande affresco e tocca il cuore.  La realtà nuda e cruda vista con gli occhi di un bambino riesce sempre a meravigliare. Il viaggio fisico si alterna con quello interiore, i sentimenti superano la finzione, e si vuole un lieto fine ad ogni costo. Ma la vita è sempre ricca di colpi scena, specialmente se il tuo nome è Saroo Brierley.

NOTE

- SELEZIONE UFFICIALE ALLA XI EDIZIONE DELLA FESTA DEL CINEMA DI ROMA (2016).

- CANDIDATO AI GOLDEN GLOBES 2017 PER: MIGLIOR FILM DRAMMATICO, ATTORE (DEV PATEL) E ATTRICE (NICOLE KIDMAN) NON PROTAGONISTI E COLONNA SONORA.

- CANDIDATO ALL'OSCAR 2017 PER: MIGLIOR FILM, ATTORE (DEV PATEL) E ATTRICE (NICOLE KIDMAN) NON PROTAGONISTI, FOTOGRAFIA, COLONNA SONORA E SCENEGGIATURA NON ORIGINALE.

- CANDIDATO AL DAVID DI DONATELLO 2017 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.

CRITICA

"Molto natalizio, melodrammatico ma storia vera, il film di Garth Davis, racconta una vicenda ordinaria per l'India dove si perdono migliaia di bimbi l'anno. (...) Cerniere impazzite di borse con fazzoletti. Di gran lunga superiore la prima parte col piccino sperduto tra mostri (Sunny Pawar offre emozioni) mentre buonismo s'inserisce quando il cresciuto Dev Patel (...) assaggia il dolce jalebi e ritrova le radici. La coppia adottiva con la Kidman in riccioli rossi sconta la ricerca del pianto: se non fosse vita vissuta, sembrerebbe una serie tv." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 22 dicembre 2016)

"Purtroppo il film non ha alcunché di epico. E neanche riesce, se non nelle prime strazianti battute, ad essere veramente coinvolgente. La neostar indiana Dev Patel (...) fa quel che può ma non è molto e anzi mostra tutti i suoi limiti di monotonia. La madre adottiva è Nicole Kidman che da un bel po' purtroppo non ne azzecca una, avendo infilato solo in tempi recentissimi un serie di ruoli svolti all'insegna della mediocrità, da 'La famiglia Fang' a 'Genius'. Più presentabile Rooney Mara nel ruolo della fidanzata di Saroo che, fuori dallo stucchevole buonismo della mamma Kidman, a un certo punto non ce la fa più ed è tentata dal mollare il ragazzo ai suoi tomenti. Appena accennata e incomprensibile la figura del secondo figlio adottivo indiano e dunque fratellastro di Saroo, al contrario di lui imperfetto, bizzoso, ribelle, per nulla grato a quei santi dei genitori adottivi." (Paolo D'Agostini, 'La Repubblica', 22 dicembre 2016)

"Pur basato su una storia vera, 'Lion' è una favola piena di buoni sentimenti, il che potrebbe farne un ideale film natalizio. (...) la prima parte, che rievoca la dickensiana odissea di Soroo esposto ai mille pericoli di una metropoli sconosciuta, è avvincente: e Garth Davis, che si era fatto notare per aver firmato alcune puntate di 'Top of the Lake', si conferma regista di buona mano." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 22 dicembre 2016)

"'Lion - La strada verso casa' del regista esordiente australiano Garth Davis (...) è uno di quei film col marchio della «storia vera». E questo per alcuni autori implacabili nel cercare biografie, sembra già sufficiente per convincere lo spettatore a entrare nella sala dove, appunto, si mette in scena il «realmente accaduto». (...) Costruito per un pubblico in cerca di buoni sentimenti, 'Lion' ha già conquistato quattro nomination ai Golden Globe, tra cui quella per il migliore film drammatico. Evidentemente le storie vere, al contrario di quelle immaginate, esercitano un fascino al quale non si può opporre resistenza anche quando non sono altro che una somma di fatti legati da una retorica che livella ogni asperità della vita." (Mazzino Montinari, 'Il Manifesto', 22 dicembre 2016)

"Tratto da una storia vera diventata best-seller, il film di Davis ha una prima parte eccellente (gioia nella povertà con mamma e fratello, tragedia, brutti incontri, confusione, speranza, nuovi genitori; il piccolo Sunny Pawar è prodigioso). La seconda parte è più convenzionale ma comunque emozionante con Patel nei panni di Saroo trentenne. Ottima Nicole Kidman come mamma australiana. Ma la vera star del film è Google Earth: strumento geniale per guardare dall'alto il mondo e ricostruire, forse, il nostro passato." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 22 dicembre 2016)

"Una storia vera, un soggetto che si presta molto al grande schermo. Peccato che un simile materiale venga sprecato da una narrazione sciatta. Applausi per il giovane Sunny Pawar." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 22 dicembre 2016)
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