L'immensità

ITALIA, FRANCIA - 2021
3/5
L'immensità
Roma, anni 70: un mondo sospeso tra quartieri in costruzione e varietà ancora in bianco e nero, conquiste sociali e modelli di famiglia ormai superati. Clara e Felice si sono appena trasferiti in un nuovo appartamento. Il loro matrimonio è finito: non si amano più, ma non riescono a lasciarsi. A tenerli uniti, soltanto i figli su cui Clara riversa tutto il suo desiderio di libertà. Adriana, la più grande, ha appena compiuto 12 anni ed è la testimone attentissima degli stati d'animo di Clara e delle tensioni crescenti tra i genitori. Adriana rifiuta il suo nome, la sua identità, vuole convincere tutti di essere un maschio e questa sua ostinazione porta il già fragile equilibrio familiare ad un punto di rottura. Mentre i bambini aspettano un segno che li guidi, che sia una voce dall'alto o una canzone in tv, intorno e dentro di loro tutto cambia.
  • Durata: 97'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Produzione: MARIO GIANANI, LORENZO GANGAROSSA, DIMITRI RASSAM PER WILDSIDE, CHAPTER 2, WARNER BROS. ENT. ITALIA, PATHÉ, FRANCE 3 CINEMA
  • Distribuzione: WARNER BROS PICTURES (2022)
  • Data uscita 15 Settembre 2022

TRAILER

RECENSIONE

di Valerio Sammarco

“Esci? Quando sei truccata o esci o hai pianto”.

Adriana ha 12 anni e meglio di chiunque altro conosce gli stati d’animo della mamma Clara, ormai sul punto di un esaurimento nervoso a causa del matrimonio prossimo al fallimento con Felice.

In un attico con vista cupolone nella Roma anni ’70, in un mondo sospeso tra quartieri in costruzione e varietà televisivi in bianco e nero, Adriana è la maggiore di 3 figli e aspetta segnali dallo spazio perché è convinta di essere un alieno capitato per caso sulla Terra. Dice agli altri di chiamarsi Andrea, non si riconosce in quel corpo da femmina, rifiuta la propria identità e vuole convincere tutti di essere un maschio.

“L’immensità è il film che inseguo da sempre: è sempre stato ‘il mio prossimo film’, ma ogni volta lasciava il posto a un’altra storia, come se non mi sentissi mai abbastanza pronto, maturo, sicuro”: dall’universale al particolare, Emanuele Crialese abbandona il grande Respiro delle storie migratorie di Nuovomondo (2006) e Terraferma (2011) e ritorna con la mente, con la scrittura e con la restituzione su schermo ad una storia molto più intima, e personale, che evidentemente aveva bisogno di tempo (undici anni tra questo e il precedente film) per essere rielaborata e realizzata.

Penélope Cruz in L’immensità di Emanuele Crialese – foto di Angelo Turetta

Nuovamente in concorso a Venezia, dove nel 2006 vinse il Leone d’Argento – Rivelazione, il Pasinetti e il SIGNIS e nel 2011 il Gran Premio della Giuria, Crialese affida ad una marcatissima palette fotografica e scenografica i cromatismi che delineano i contorni di questa storia sulla famiglia e sul cambiamento, interiore e non solo.

Scritto dal regista insieme a Francesca Manieri e Vittorio Moroni, L’immensità – title track che arriverà solamente per i titoli di coda – è un film meno “controllato” e più emozionale dei suoi precedenti, e proprio per questo rischia – soprattutto all’inizio – di prendere derive drammaturgicamente pericolose.

Emanuele Crialese sul set – Credits Angelo Turetta

Ma è un percorso, quello del film, che sulla distanza riesce a dare il meglio di sé, vuoi per l’incantevole, luminosa malinconia incarnata da una Penélope Cruz (la mamma) ai suoi massimi, vuoi per la tenera, esplosiva bellezza di alcune scelte – quelle in cui la protagonista, l’esordiente-brava Luana Giuliani, ricrea con l’immaginazione partendo dalle canzoni e dalle coreografie ascoltate e viste in tv – destinate sin da subito a trasformarsi in situazioni di culto, con l’attrice spagnola chiamata ad una doppia performance, prima nei panni della Carrà nel balletto di Prisencolinensinainciusol con Celentano, poi in quelli di Patty Pravo al fianco di Johnny Dorelli per Grazie amore mio – Where Do I Begin.

Un po’ melodramma, un po’ coming of age, un tantinello di Almodóvar, un qualcosa di Ozpetek, L’immensità (nelle sale dal 15 settembre con Warner Bros.) è opera dall’identità mutevole, che soffre e al tempo stesso riesce ad esaltarsi a causa della e grazie alla portata del peso e della nostalgia dei ricordi.

Luana Giuliani in L’immensità – Credits Angelo Turetta

In fondo è una storia migratoria anche questa: anche qui si parla di un percorso, di andare da un luogo a un altro, di uno spostamento, di una transizione.

Altalenante, a volte sopra le righe, capace però di slanci indiscutibili, gli stessi che segnano le corse di Adri/Andrea attraverso il mistero di quel canneto che la separa dagli incontri con la coetanea Sara, figlia di operai che vivono in una baraccopoli.

Perché Crialese ragiona anche su questo, sull’innocenza di una generazione capace di dialogare, anche senza bisogno di parole, e innamorarsi, seppur appartenendo a ceti sociali differenti, e opposti.

Inquadrando così l’ipocrisia e il bigottismo di una borghesia, quella degli adulti, costretta a classificare e dedita al tradimento, ma incapace di relazionarsi, temendolo, con il cambiamento.

Sì, io lo so / Tutta la vita sempre solo non sarò / Un giorno troverò / Un po’ d’amore anche per me / Per me che sono nullità / Nell’immensità

NOTE

- REALIZZATO CON LA PARTECIPAZIONE DI CANAL +, CINÉ+, FRANCE TELEVISION.

- PRESENTATO IN CONCORSO ALLA 79. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2022).

CRITICA

"La sceneggiatura di Crialese (firmata insieme con Francesca Manieri e Vittorio Moroni) dà l' impressione di ondeggiare tra queste due infelicità senza voler mai farci davvero i conti, tanto che alla fine sembra che sia la famiglia a rendere infelici le persone con il suo groviglio di ruoli e di obblighi. Adriana/Andrea, così come Clara, cercano una via di fuga nell' immaginario che, nella Roma borghese degli anni Settanta del film, prende le forme del varietà tivù del sabato sera, senza però che il film li obblighi davvero a fare i conti con le ragioni della loro infelicità: per la figlia sarebbe il padre autoritario e bacchettone, per la moglie il marito fedifrago e manesco, ma in entrambi i casi l' uomo (in questo caso Vincenzo Amato) sembra poco più di un pretesto. L'urgenza del tema spinge il regista Crialese a mettere da parte il suo gusto per le immagini che si stampano nella memoria, ma lascia alla fine la sensazione di un percorso affrontato con eccessive precauzioni, quasi timoroso della propria sfida." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 05 settembre 2022)

"Lo sguardo del film è quello di Adriana/Andrea, una dodicenne che si sente maschio e tuttavia adora la femminilità dirompente della madre Clara. Una donna frustrata nel desiderio di amore che, per via del suo represso vitalismo, è soggetta a mutevoli umori, passando dall' euforia alla più cupa depressione. Nel ruolo su misura Penelope Cruz è impeccabile, tuttavia i personaggi adulti (Clara inclusa) risultano di maniera o sfocati, mentre il film trova il suo registro intimista più autentico quando sono in scena i ragazzini, a partire dalla sorprendente Andrea di Luana Giuliani." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 05 settembre 2022)

"Le cene silenziose intorno alla tavola coi bambini e la mamma truccata e splendida - «Ma tu - le dice l'amata figlia - ti trucchi solo quando piangi o quando devi uscire» - e la leggerezza soffocata appena il padre mette piede a casa tornando dal lavoro, ci dicono già tutto sulla famiglia protagonista di "L'immensità". Una ricca borghesia degli anni Settanta romani, di attici nei quartieri nuovi affacciati sul Cupolone - chissà se simbolico mantenimento di ordine o anelito alla bellezza - nei quali la realtà «esterna» non entra mai se non nel bianco e nero della tv accesa sui sogni iconici di Raffaella Carrà e Patty Pravo. I conflitti del tempo non esistono, e a proteggerli dai poveri ci sono i campi che verranno inghiottiti come le baracche dalle gru dei palazzinari. (...) "L'immensità" non è un'autofinzione, la sua materia non riguarda l'esperienza della transizione in sé (magari il suo desiderio) quanto la ricerca di più figure in questo paesaggio opulento di un proprio e diverso spazio nel mondo negato dalle regole, dal rito sociale privato e collettivo, dalla cultura, dall'educazione. (...) E la famiglia è il terreno che Crialese sceglie come archetipo esperienziale per la sua narrazione, un luogo di disagio e di solitudine nel quale gli elementi di disturbo, quasi speculare, divengono la madre e la figlia, le sole a «nominare» in qualche modo il proprio malessere anche se non sempre con le parole. (...) Il corpo di abiti eleganti e pigiamini d'epoca è dove tutto traspare prima delle parole: quello non riconosciuto di Adriana che non si guarda mai allo specchio, non si toglie la maglietta nemmeno al mare, col cuore che batte al primo bacio alla bambina figlia di operai per lei proibita, e con l'orrore per il vestito scozzese da ragazzina imposto dalla nonna. Ma anche quello della sorellina troppo magra perché non mangia più, o del fratello ciccione che invece mangia sempre e fa la cacca in casa, tristezza diffusa in quell'interno famigliare che va taciuta e così fugge lì, attraverso l'unico bene che può affermare una qualsiasi ribellione. Nel mettersi in gioco Crialese, che ha scritto la sceneggiatura insieme a Francesca Maineri e a Vittorio Moroni, sceglie una cifra controllata, non urla e sviscera ma al contrario si muove sotto traccia (...)." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 06 settembre 2022)

"Anni '70. Clara e Felice vivono insieme, ma senza più amarsi. Se non si sono lasciati è per i tre figli, che la donna protegge ricoprendoli della sua energia positiva e un po' matta. Tra questi, la dodicenne Adriana che si sente maschio e per questo rifiuta il suo nome. Un tema personale caro a Crialese che però ne tira fuori un film incerto e poco approfondito e mai coinvolgente. Peccato, perché la Cruz incanta." (Alice Sforza, 'Il Giornale', 15 settembre 2022)
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