Liam Liam

GRAN BRETAGNA - 2000
Liam ha sette anni e vive in un quartiere irlandese cattolico a Liverpool. La sua è una famiglia affettuosa in cui lui, suo fratello e sua sorella entrambi più grandi, vivono sereni con i genitori. I tempi sono duri ma loro studiano e il padre ha un lavoro sicuro. Poi arriva la Depressione, il padre perde il lavoro e tutto cambia. La famiglia, per fortuna è ricca di umanità e di humour e questo li aiuta a sovravvivere. Tutto questo è raccontato attraverso lo sguardo di un bambino.

TRAMA LUNGA
Negli anni Trenta a Birkenhead, quartiere di Liverpool, Liam è un bambino di sette anni che cresce in una comunità irlandese prevalentemente cattolica. Dopo un periodo di tranquillità, la situazione si è fatta all'improvviso difficile. La crisi economica incombe. Il padre resta disoccupato, prova a cercare un nuovo lavoro ma passa molto tempo al pub a bere e ubriacarsi, discutendo di politica con gli amici. Teresa, la sorella più grande di Liam, entra a servizio dagli Abernathy, ricca famiglia borghese ebrea, e in quella casa è bene accolta. Liam intanto, nonostante soffra di dislessia, comincia a frequentare la scuola elementare. I ritmi di studio sono scanditi dalla presenza di padre Ryan, sacerdote dai modi rigidi e severi che vigila anche sui comportamenti delle famiglie del quartiere. Passano i giorni, e di fronte al peggiorare della situazione, il padre di Liam si lascia convincere a seguire i movimenti più estremisti che gridano rivolta e odio contro stranieri e persone non gradite. Anche gli Abernathy cominciano ad essere guardati con sospetto. Teresa, anche in seguito ad un rapporto consumato nella casa, vorrebbe licenziarsi. Ma ormai il furore ha preso il sopravvento. Insieme agli altri esagitati, il padre arriva al palazzo degli Abernathy e getta dentro una bomba carta. Teresa, ancora dentro, rimane ustionata. Il padre la raggiunge, sconvolto. Ma lei gli dice 'perdonami'.

CAST

NOTE

- PRESENTATO IN CONCORSO ALLA 57. MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA (2000).

- PREMIO "MARCELLO MASTROIANNI" A MEGAN BURNS.

CRITICA

Dalle note di regia: "Ho realizzato 'Liam' perchè ammiro Jimmy McGovern, lo scrittore del romanzo omonimo. E' uno dei più grandi cronisti dello stile di vita inglese. Sebbene io non appartenga nè alla classe operaia, nè ai cattolici, questo squarcio di giovinezza mi ricorda gli anni che ho trascorso con mia madre dopo la guerra. Ho realizzato questo film per la televisione perchè la BBC è solita produrre lavori come questo. E' una tradizione e penso che si dovrebbe mantenerla viva."

"Ma al di là dell'analisi un po' semplicistica e didascalica dell'intolleranza proletaria, il film, che ha il sapore di una storia autobiografica e una dimensione vecchiotta e parecchio televisiva, vive per lo humour e la grazia di un personaggio, il bambino Liam, intelligente, buffo, tartaglione, colto nel momento in cui sta scoprendo i misteri della vita e i rituali repressivi del cattolicesimo, il peccato, la ribellione, la tenerezza: quella per la madre che lui calma pettinandole i capelli, quella per la sorellina, a cui cerca di dar pace, dopo un incidente che travolge le vite di tutti, con la stessa dolcissima attenzione". (Irene Bignardi, 'la Repubblica', 6 settembre 2000)

"Il film, ricavato da un romanzo di Jimmy McGovern, è di destinazione televisiva. Dovendo lavorare senza grossi budget, Frears si è sentito più libero, più autonomo. E con precisione di tratti, con pieno consenso ha ricostruito un bello squarcio di giovinezza risalente a anni più bui dei nostri ma, pur nella modestia dei mezzi che li distinguevano, a loro modo sereni". (Francesco Bolzoni, 'Avvenire', 6 settembre 2000)

"Il ritratto della miseria inglese nel Trenta è efficace, proposto spesso anche con modi risentiti, figurativamente ispirati a un realismo solido. L'occhio del bambino, però, che osserva soprattutto le repressioni a scuola e quelle, quasi caricaturali, in chiesa, deforma a tal segno le vere prospettive da far pensare che Frears abbia voluto addirittura cimentarsi con l'humour nero. Senza equilibrio, però, e in più momenti con scarse motivazioni narrative. Approdando a una cronache che rischia a tratti di scivolare nel libello. Priva, alla fine, anche di vere conclusioni". (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 15 marzo 2001)

"Dopo la brillante divagazione nella commedia 'Alta fedeltà', Frears mette in immagini minimaliste un romanzo semi-autobiografico di Jimmy Mc Govern, alternando con lodevole senso dell'equilibrio i toni allegri e quelli amari. Se i fatti sono tristi, dolorosi o addirittura disperati, il film non rinuncia a una certa leggerezza di tocco, ottenuta filtrando gli eventi con gli occhi di un piccolo umorista senza saperlo. La sceneggiatura, scritta bene, articola la progressione degli eventi in un crescendo efficace: anche se scivola nel didascalismo quando s'impegna a dimostrare la genesi della paranoia del disoccupato. Tutto il cast è perfettamente all'altezza del compito: dal versatile Ian Hart alla giovanissima Megan Burns, da Claire Hackett a Anthony Borrows, bimbetto dalla faccia di gomma che inciampa nelle parole ma sa guardare la vita con l'ottica giusta". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 19 marzo 2001)

"E' bello il modo in cui Frears descrive la famiglia ebrea nella sua casa borghese, inutilmente gentile e generosa; è delicata la sapienza con cui racconta la disgregazione per paura della fame, dello sfratto, l'ostilità che annebbia i sentimenti intorno a una tavola dove il pane scarseggia; l'umiliazione della ragazzina che ruba la carne che la famiglia ebrea butterebbe via, il vestitino bello portato al banco dei pegni. E la capacità, che Liam malgrado tutto conserva, di guardare alla vita come a una grande meraviglia." (Lietta Tornabuoni, Io Donna, 27 marzo 2001)
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