Lezioni d'amore

Elegy

USA - 2008
1/5
Lezioni d'amore
Il professor Kepesh ha sempre avuto un forte ascendente sulle sue studentesse ma non ha mai avuto problemi a mantenere con loro rapporti prettamente professionali. Tuttavia, l'arrivo in aula della brillante e affascinante Consuela Castillo stravolge completamente l'esistenza dell'insegnante. Tra i due, infatti, nasce una forte attrazione, e Kepesh diventerà ben presto ossessionato da Consuela fino ad essere trascinato in un vortice di rabbia e gelosia che farà allontanare la ragazza. Qualche anno dopo, però, Consuela si riaffaccia nella vita del professor Kepesh...
  • Altri titoli:
    Elegy- Lezioni d'amore
  • Durata: 106'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM (1:1.85)
  • Tratto da: romanzo "L'animale morente" di Philip Roth (ed. Einaudi, coll. 'Supercoralli')
  • Produzione: LAKESHORE ENTERTAINMENT
  • Distribuzione: 01 DISTRIBUTION (2009)
  • Data uscita 30 Aprile 2009

TRAILER

RECENSIONE

di Valerio Sammarco


Dopo La macchia umana, il grande schermo continua ad ospitare l’opera di Philip Roth, romanziere americano al quale – va detto – il cinema non sta rendendo un gran servizio. Doppio artefice di questa debacle filmica è Nicholas Meyer, che nel 2003 firmò lo script del film sopra citato e, adesso, adatta per lo schermo “L’animale morente”, pubblicato dall’autore nel 2001 e terzo tassello di un’ideale trilogia con protagonista il professore universitario David Kepesh, ultrasessantenne fiero “discendente dei pionieri dell’edonismo americano” destinato però a capitolare di fronte agli “aspetti carnali della commedia umana”, in parole povere al cospetto di Consuela Castillo, bellissima allieva ventiquattrenne di origini cubane.
Narrato come nel romanzo in prima persona, Lezioni d’amore (titolo italiano infelice tanto quanto il film) tradisce sin da subito qualunque aspettativa, impantanandosi in didascalie e parole che non sanno quasi mai abbandonare la rigidità del testo e trasformarsi in racconto visivo: dai quadri di Goya alla Gymnopédie n. 1 di Satie, tutto concorre nel terzo film da regista della spagnola Isabel Coixet (apprezzata per La mia vita senza me e La vita segreta delle parole) allo sproloquio modaiolo e pseudointellettuale, con personaggi incapaci di prendere realmente “vita”. Il professore interpretato da Ben Kingsley e la Consuela cui presta volto e corpo Penélope Cruz non vanno oltre la figurina, poco supportati da una sceneggiatura carente e dalla messa in scena (inaspettatamente) laccata della Coixet, poco a suo agio nel destreggiarsi con materiale di partenza non farina del suo sacco.
Il risultato è un film “bloccato”, poco viscerale e troppo calcolato – nella commistione tra narrazione e smaccati riferimenti “alti” – tendente al ridicolo involontario in più di qualche occasione (il primo dialogo tra il protagonista e il figlio, interpretato da Peter Sarsgaard, o la caratterizzazione dell’amico/confidente di Kepesh, il poeta George O’Hearn interpretato da Dennis Hopper), che nemmeno la “svolta” del finale riesce a risollevare.

NOTE

- IN CONCORSO AL 58MO FESTIVAL DI BERLINO (2008).

CRITICA

"Intimidita dalla grossa produzione e dalle star, la solitamente più originale Isabel Coixet, barcellonese, mette in scena la difficile relazione con pudicizia e qualche leziosità, cedendo alle passeggiate sul bagnasciuga e ai flashback nostalgici. Il professore, comunque, non ci fa una figuraccia: tra una citazione e l'altra, ama e soffre davvero; dimostrando che anche gli intellettuali hanno un cuore." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 11 febbraio 2008)

"Film in concorso alla Berlinale purtroppo bruttino anzichennò, tratto da un romanzo di Philip Roth." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 11 febbraio 2008)

"Penelope Cruz mobilita la stampa spagnola, che la tallona per il mondo, come nessuna attrice italiana mobilita la stampa italiana. Ma il suo 'Elegy' si è rivelato film prevedibile, del filone 'amore e malattia', tipico dei grossi festival." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 11 febbraio 2008)

"Le belle e morbide forme di Penelope Cruz, che nella prima parte di 'Lezioni d'amore' innescano la passione con il professore Ben Kingsley, sono anche quelle all'origine della crisi nella seconda parte del film: la scoperta di una malattia che può minare la perfezione del corpo (un cancro al seno) innesca una crisi di identità che si riflette immediatamente anche sull'amante. Obbligandolo a fare i conti con il proprio egoismo e le proprie paure, secondo un percorso psicologico - da lei a lui - che non è certo appannaggio esclusivo di questo film." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 11 febbraio 2008)

"C'è qualcosa di artificiale, quasi fosse esplicito dichiarare che in fondo si tratta di fiction. Si dice che Roth avesse insistito perché fossero realizzate sequenze forti, presenti nel romanzo, ma che non sia riuscito a convincere regista e interpreti. Forse proprio questa mancanza di prepotenza cinematografica colloca 'Lezioni d'amore' qualche gradino più in basso di quel cui avrebbe potuto aspirare. Forse l'erotismo diligente e patinato di Kingsley - Cruz non è sufficiente a scatenare tensione nello spettatore. Così sembrano funzionare meglio i momenti in cui Kingsley è col figlio Peter Sasgaard, dialoghi acidissimi, con l'amico Dennis Hopper, o con l'amante occasionale da sempre Patricia Clarkson, sconvolta per il suo cambiamento. E per un film centrato su due protagonisti premiati con l'Oscar non è un buon risultato." (Antonello Catacchio, 'Il Manifesto', 30 aprile 2009)

"Bacio che non va preso come tardiva dichiarazione d'amore ma come un estremo aggrapparsi alla vita. Una delle poche scene davvero toccanti di un film elegante ma un poco inerte, con tutte le musiche, i colori, gli interni, le citazioni che ci si possono aspettare. E molto meno sesso che nel libro, perché in quest'epoca finto-permissiva a saper filmare l'amore fisico sono rimasti in pochi. Ma se si cancella la disperata felicità carnale del professore di Roth, sfumando anche gli intrecci di quella felicità con il gusto per l'arte e la bellezza, tutto perde un po' peso, sapore e profondità." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 30 aprile 2009)
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