Lettere da Iwo Jima

Letters from Iwo Jima

USA - 2006
Lettere da Iwo Jima
Durante la seconda guerra mondiale sulla piccola isola di Iwo Hima, tra la spiaggia di sabbia nera e le cave di zolfo, si consuma lo scontro tra i soldati americani e quelli giapponesi. Questi ultimi, mandati allo sbaraglio, sono consapevoli di non tornare più a casa. Tra loro Saigo, un ex fornaio, desidera sopravvivere per tornare a casa e vedere la sua ultima nata. Baron Nishi, campione olimpico di equitazione, è famoso in tutto il mondo per la sua abilità. Shimuzu, un allievo poliziotto, idealista e fiducioso, è destinato a scontrarsi con la dura e crudele realtà della guerra. Il tenente Ito, credendo profondamente nella sua missione di soldato, preferisce uccidersi piuttosto che cadere nelle mani dell'esercito americano. L'esercito e la difesa sono affidati al generale Tadamichi Kuribayashi, uomo di grande cultura, ha studiato in Canada e, essendo stato a lungo anche negli Stati Uniti, sa perfettamente di combattere una guerra senza speranza ma, profondo conoscitore delle strategie militari, ha l'obiettivo di uccidere almeno dieci americani. Incredibilmente, giapponesi e americani si scontrano e combattono per 40 giorni, al termine dei quali 20.000 soldati giapponesi rimangono sul campo, ma dopo aver ucciso 7.000 soldati americani. Di loro, però, non restano solo i cadaveri e il sangue che ha bagnato le rocce, ma anche le lettere mandate a casa, piene di paura ma anche di coraggio ed eroismo.
  • Altri titoli:
    Red Sun, Black Sand
  • Durata: 140'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, GUERRA
  • Tratto da: libro "Picture Letters from Commander in Chief" di Tadamichi Kuribayashi
  • Produzione: CLINT EASTWOOD, ROBERT LORENZ, STEVEN SPIELBERG PER AMBLIN ENTERTAINMENT, DREAMWORKS SKG, MALPASO PRODUCTIONS, WARNER BROS. PICTURES
  • Distribuzione: WARNER BROS. ITALIA - DVD E BLU-RAY: WARNER HOME VIDEO
  • Data uscita 16 Febbraio 2007

RECENSIONE

di Enrico Magrelli
Le bandiere degli altri, i vinti, sono macchiate di sangue e meritano rispetto e pietà. I vinti, per le circostanze aleatorie della Storia, sono i nemici di una stagione ma restano comunque degli esseri umani. I vinti - come i vincitori - desiderano soprattutto tornare alle loro case e ai loro affetti. Le idee dei vinti non sempre si identificano completamente con le idee  del loro Paese anche se questo non impedisce  di sacrificarsi e di morire con onore e con dignità. Di suicidarsi piuttosto che di arrendersi come stabilisce e impone una cultura millenaria. Lettere da Iwo Jima, seconda parte del dittico diretto da Clint Eastwood sulla cruenta, lunga  e feroce battaglia per la conquista dell'omonima isola, completa l'affresco bellico di Flags of Our Fathers e ricostruisce gli eventi che hanno portato alla disfatta nipponica, dal punto di vista di chi ha combattuto contro le  truppe statunitensi sbarcate in massa. La macchina da presa  gira su se stessa di 180° e  la regia imposta ed elabora un magnifico, empatico, sensibile, solidale controcampo che dura un intero film. I militari senza volto, nascosti nella viscere della cinerea isola che bombardavano e massacravano  i centomila soldati americani, ora sono al centro dell'azione con le loro convinzioni rigidissime, le loro paure, i loro rimpianti, le loro memorie, la parole e i disegni delle loro lettere mai spedite a casa, fonte primaria e indispensabile per la sceneggiatura di Iris Yamashita. L'azione ha inizio nel 1944 quando il generale  Tadamichi Kuribayashi (interpretato da un sobrio e ieratico Ken Watanabe da nomination all'Oscar) arriva sull'isola e prende il comando dei ventimila uomini (i superstiti saranno appena 1083) che presidiano quel nodo strategico e geografico. Il nuovo comandante, incurante delle ostilità e delle diffidenze degli altri ufficiali, imposta un nuovo piano di difesa. Ordina di spostare l'artiglieria dalle trincee scavate sulla spiaggia e di costruire un reticolo di tunnel dove armi e uomini potranno resistere all'avanzata, procurare danni molto pesanti (moriranno circa settemila soldati americani e ventimila resteranno feriti) e ritardare l'inevitabile sconfitta: il quartier generale avverte che non ci sono rinforzi né navi d'appoggio né copertura aerea. La battaglia è perduta prima che si spari il primo colpo, ma l'etica militare, l'amore per  il proprio Paese, la fedeltà all'Imperatore, le speranze e le ansie di chi aspetta in Giapppone (la radio trasmette la canzone di propaganda che inneggia ad Iwo Jima), il desiderio sommesso di rivedere, un giorno, moglie e i figli e  le leggi della guerra costringono a difendere, palmo a palmo, quel frammento roccioso del Pacifico trasformato in uno sterminato cimitero. Clint Eastwood così come aveva reso omaggio ai caduti americani e ai soldati semplici di un eroismo antiepico in Flags of Our Fathers, in Lettere da Iwo Jima  rende l'onore delle armi agli sconfitti e riesce, con misura e con finezza, a portare sullo schermo la cultura e la sensibilità dei   "nemici". Da una parte e dall'altra, uomini e non militari, persone e non numeri di matricola, soggetti complessi e non carne e sangue da computare sul registratore di cassa della Storia. Kuribayashi porta nella fondina una colt con l'impugnatura di madreperla che gli è stata regalata in un suo soggiorno non dimenticato negli Stati Uniti, il soldato Saigo (l'attore e rock-star Kazunari Ninomiya) non si rassegna all'assurdità della guerra e vorrebbe tornare al suo negozio e  alla sua vita semplice con la donna che ama e con la figlioletta che sta per nascere, il barone Nishi (Tsuyoshi Ihara) cavaliere olimpico che ha incontrato Mary Pickford e Douglas Fairbanks, Shimizu (Ryo Kase), sospettato dai commilitoni di essere una spia, e tutti questi  personaggi parlano, per volontà saggia del regista, nella loro lingua. Rispettare gli altri significa anche rispettarne la cultura, il linguaggio, il lessico, i pensieri  espressi da un idioma diverso dal nostro. La guerra è un'esperienza terribile e condivisa. È un atroce cross-over globale. E Lettere da Iwo Jima è un vibrante film giapponese e un altro ammirevole film eastwoodiano.

NOTE

- GOLDEN GLOBE 2007 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.

- OSCAR 2007: MONTAGGIO SONORO (ROBERT MURRAY, BUD ASMAN). ALTRE NOMINATIONS: MIGLIOR FILM, REGIA, SCENEGGIATURA ORIGINALE.

- FUORI CONCORSO AL 57MO FESTIVAL DI BERLINO (2007).

- NASTRO D'ARGENTO 2007 COME MIGLIOR FILM EXTRAEUROPEO.

CRITICA

"Fuori concorso è arrivato a Berlino Clint Eastwood con il suo 'Letters from Iwo Jima', 141 minuti con lo scopo dichiarato di fare da controcampo al suo precedente 'Flags of Our Fathers', che raccontava la conquista dell' isoletta del Pacifico dal punto di vista degli americani. Qui, invece, tutto è visto con gli occhi dei nemici (...) Se 'Flags' raccontava soprattutto la «follia» patriottica di chi stravolge la realtà a fini propagandistici, 'Letters' è il quadro della «follia» propagandistica di chi usa il patriottismo per negare la realtà (la guerra, per il Giappone, era ormai persa). E il fatto che di fianco all'eroismo del generale Kuribayashi (Ken Watanabe), Eastwood racconti la voglia di sopravvivenza di un povero soldatino (Kazunari Ninomiya), la dice lunga sullo spirito antimilitaristico che anima questo straziante capolavoro." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 12 febbraio 2007)

"Se 'Salvate il soldato Ryan' è già un cult-movie, si può dire che 'Lettere da Iwo Jima' gli è superiore. Clint Eastwood (del resto associato proprio a Spielberg nella produzione) non solo riscatta 'Flags of our fathers', il mediocre primo capitolo sulla sanguinosa conquista dell'isola a 650 miglia da Tokyo, ma consegna ai posteri un nuovo, indiscutibile classico del genere bellico. (...) Tra tanta angoscia - negata alla retorica perché chi diserta viene fucilato dai capitani o ucciso a freddo dagli sbarcati- c'è solo lo spazio per qualche momento di magica, inaudita, irreale tenerezza: il colloquio con il ragazzo americano agonizzante, la nostalgia del generale per il passato da cadetto negli Usa, la filastrocca infantile che risuona argentina via radio, inneggiando all'Impero che sta crollando." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 12 febbraio 2007)

"Gli italiani hanno voluto dimenticare l'alleanza coi giapponesi; i tedeschi non hanno potuto fare lo stesso. Ma anche chi, più che di storia, si occupa di storia del cinema aveva motivo di notare ieri quest'evento: 'Lettere' non è solo il primo film di produzione hollywoodiana girato quasi integralmente in giapponese; è anche il primo film hollywoodiano a mostrare, dalla loro parte, la guerra dei giapponesi nella battaglia che costò più perdite americane. Si va quindi ben oltre 'L'impero del sole' di Steven Spielberg, che non a caso di 'Lettere' è - con Eastwood - il produttore. Solo due del loro calibro potevano mostrare che gli americani non facevano
prigionieri (era già accaduto del resto durante l'invasione della Sicilia). E solo loro potevano mostrare che i giapponesi - 'musi gialli' per molti film hollywoodiani - erano persone né più né meno dei wasp, degli ebrei e dei cattolici ai quali contendevano l'egemonia nel Pacifico. Il resto del merito è di Paul Haggis (regista di 'Crash'), che con Iris Yamashita ha sceneggiato il film, tratto dalla raccolta di disegni e lettere di Tadamichi Kuribayashi, comandante in capo giapponese a Iwo Jima. Ne è uscito un film - dove giganteggia Ken Watanabe - che rasenta il capolavoro più del precedente e connesso 'Flags of our Fathers'; che smonta tanta propaganda razzista; che restituisce l'onore a chi, in spirito, riposa nel tempio scintoista di Yasukuni. Mutatis mutandis, non era certo riuscito a tanto Sam Peckinpah con i tedeschi, quando aveva girato, coi soldi delle loro banche, 'La croce di ferro'." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 13 febbraio 2007)

"Non è del tutto senza precedenti l'idea di Clint Eastwood di dedicare due film a una delle più sanguinose battaglie della guerra del Pacifico, l'uno visto dal punto di vista americano ('Flags of Our Fathers'), e l'altro da quello giapponese ('Lettere da Iwo Jima'). (...) Stranamente, come confermano le candidature all'Oscar, a Eastwood è riuscito meglio il film girato tra i giapponesi e parlato nella loro lingua. (...) Gli scontri si svolgono in massima parte nelle caverne dell'isola attraverso episodi che mettono in luce l'audacia, il fanatismo e la paura. Il tutto narrato in forma anticonvenzionale ed emozionante da un cineasta che sta dando le prove migliori quando altri alla sua età sono in pensione da un pezzo". (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 16 febbraio 2007)

"Il monumentale doppio progetto di Clint Eastwood aggiunge un nuovo capitolo all'inarrestabile ascesa del suo talento, che pare non debba smettere mai di sorprendere e suscitare animazione. Se 'Flags of Our Fathers' raccontava la battaglia di Iwo Jima secondo il punto di vista americano, 'Lettere da Iwo Jima' racconta di nuovo lo stesso episodio ma visto dagli avversari giapponesi. (...) Come il precedente, questo non è un film di guerra ma un filo sugli esseri umani che le guerre hanno sacrificato. E' un saggio di misericordia, come sempre per questo magnifico cineasta senza semplificazioni o scorciatoie, semplice e complesso allo stesso tempo." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 16 febbraio 2007)

"Un film di guerra visto con gli occhi del nemico è già una rarità, ma due film dedicati alla stessa battaglia sono un caso forse unico. Ecco perché girando uno dopo l'altro 'Flags of Our Fathers', solo interessante, e 'Letters From Iwo Jima', un capolavoro, Clint Eastwood compie un gesto politico e cinematografico decisivo. Specie considerando il salto di prospettiva operato passando dal primo al secondo capitolo. Se il film americano era in fin dei conti dedicato alle 'macchine', nel film giapponese ci sono solo i soldati, cioè gli uomini. Con tutti i loro sentimenti e i doveri, i dubbi, i conflitti, ammirevolmente orchestrati in un racconto corale tanto asciutto quanto libero nella struttura. Ma stretto intorno a un pugno di personaggi frutto di un'invenzione poetica basata su accurate ricerche (lode allo script della nippoamericana Iris Yamashita). (...) E se Iwo Jima, con tutti i suoi tunnel intatti, è un monumento nazionale, nessun regista giapponese aveva ancora dedicato un film a quella battaglia. Come dire che con questo 'Letters' distribuito in tutto il mondo sottotitolato (giù il cappello), Eastwood non solo colma un vuoto di immaginario ma restituisce a quelle figure senza volto tutta la loro complessità, storica e personale. E pensiamo agli scontri fratricidi fra i giapponesi allo sbando, ai suicidi in serie, a quel soldato che muore stringendo la bandiera bianca (l'altra bandiera, quella che nessuna propaganda mostrerà mai...), ai tanti episodi patetici, surreali, drammatici o semplicemente quotidiani, attraverso cui Eastwood dissotterra, come un archeologo, i suoi personaggi e le loro semplici, irripetibili esistenze. Un lavoro straordinario, paziente, molto personale, lontanissimo ad esempio dalla mitografia roboante di Spielberg (qui produttore). E tanto più prezioso." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 16 febbraio 2007)
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