Leonora Addio

ITALIA, FRANCIA - 2021
3,5/5
Leonora Addio
La rocambolesca avventura delle ceneri di Pirandello e il movimentato viaggio dell'urna da Roma ad Agrigento, fino alla tribolata sepoltura avvenuta dopo quindici anni dalla morte. E a chiudere l'ultimo racconto di Pirandello scritto venti giorni prima di morire: "Il chiodo" dove il giovane Bastianeddu, strappato in Sicilia dalle braccia della madre e costretto a seguire il padre al di là dell'oceano, non riesce a sanare la ferita che lo spinge a un gesto insensato.
  • Durata: 90'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, SURREALE
  • Tratto da: ispirato all'omonima novella di Luigi Pirandello
  • Produzione: DONATELLA PALERMO PER STEMAL ENTERTAINMENT, SERGE LALOU PER LES FILMS D'ICI CON RAI CINEMA
  • Distribuzione: 01 DISTRIBUTION (2022)
  • Data uscita 17 Febbraio 2022

TRAILER

RECENSIONE

di Valerio Sammarco

“Non mi sono mai sentito tanto solo… Il dolce della gloria non può compensare l’amaro di quanto è costata”.

Dall’epistolario di Luigi Pirandello con la musa, amata Marta Abba, riemerge lo stato d’animo del grande drammaturgo, accademico italiano nel momento in cui, nel 1934, viene insignito del Premio Nobel.

È la voce fuori campo dello stesso (a prestarla è Roberto Herlitzka) a introdurre la visione di Leonora addio (unico italiano in gara a Berlino, poi in sala dal 17 febbraio), primo film diretto da Paolo Taviani in solitaria dopo la morte del fratello Vittorio (2018), alla memoria del quale l’opera è dedicata sin dai titoli di testa.

Non a caso, perché nel suo continuo intrecciare materiali di repertorio, immagini provenienti da una cinematografia passata eppure così fortemente radicata (caposaldi del neorealismo come Paisà di Rossellini o Il bandito di Lattuada, passando poi per L’avventura di Antonioni, Estate violenta di Zurlini e il pirandelliano Kaos dei Taviani stessi), finzione che rielabora in due episodi distinti (il dopo) vita e opera di Pirandello, il regista, giovanissimo 90enne, ragiona con sguardo libero sul senso della fine, sul “dolce della gloria” e sull’amaro “di quanto sia costata”, sulle nostre radici, su quello che rimane di un uomo, di un grande artista, una volta che non ci sarà più.

Paolo Taviani

La sagoma dello scrittore morente nel letto di una stanza inquadrata quasi a ribaltare la camera fissa kubrikiana di 2001: Odissea nello spazio, l’incedere dei tre figli che da bambini si trasformano in adulti poi in anziani al capezzale di un padre che, per sua stessa volontà, proibirà al fascismo di celebrarlo col funerale di stato: “[…] Bruciatemi. E il mio corpo appena arso, sia lasciato disperdere; perché niente, neppure la cenere, vorrei avanzasse di me. Ma se questo non si può fare sia l’urna cineraria portata in Sicilia e murata in qualche rozza pietra nella campagna di Girgenti, dove nacqui”.

Leonora addio (che richiama il titolo di una novella pirandelliana, ma si concentra su altro) racconta la rocambolesca avventura delle ceneri del grande scrittore e il viaggio dell’urna da Roma – dove rimane “provvisoriamente”, al Verano, una decina d’anni – ad Agrigento, nel 1947, fino alla sepoltura avvenuta 15 anni dopo.

Fabrizio Ferracane interpreta il delegato comunale girgentino incaricato del “delicato” trasporto, che avviene all’indomani della liberazione: è in questo frangente di passaggio che il film si insinua nei chiaroscuri, nelle penombre di un paese che ancora non ha ben capito cosa sia stato e che cosa sarà.

La cassa che custodisce il vaso greco con quelle ceneri nel buio di un vagone sovraffollato (dopo il mancato decollo dell’aereo militare americano preposto inizialmente al viaggio) diventa anche improvvisato appoggio di una partita a Tressette “col morto”, mentre i panorami di un meridione immobile, bellissimo, incominciano a scorrere al di là dei finestrini.

Consumato il paradossale, pirandelliano caso delle ceneri pirandelliane, il bianco e nero di Leonora, addio si tramuta in colore caldo (due i direttori della fotografia, Paolo Carnera e Simone Zampagni), per ricostruire il fatto di cronaca che lo scrittore restituì nel suo ultimo racconto, Il chiodo, venti giorni prima di morire. Storia di un ragazzino strappato dalla sua Sicilia che a Brooklyn compirà un gesto tragico e insensato.

Berlinale

Matteo Pittiruti, Dani Marino e Dora Becker in Leonora addio – @Umberto Montiroli

Che cosa resta di Pirandello? Moltissimo. E Paolo Taviani traduce in maniera audace questo lascito eterno, attraverso un (doppio) film che si alimenta di continue suggestioni, letterarie, storiche, cinematografiche, finendo per fondere – come sintetizza il regista stesso – “la verità della cronaca con un’altra verità, quella del film”. Senza rifugiarsi in alcun modo nel facile didascalismo, disdegnando le scorciatoie dell’ovvio, rielaborando i “fatti” attraverso la poesia, e la prosa, del cinema.

“Ai miei figli, giovani oggi, vecchi domani” (I vecchi e i giovani, 1909).

NOTE

- REALIZZATO CON IL SOSTEGNO DELLA REGIONE SICILIANA-ASSESSORATO TURISMO SPORT E SPETTACOLO, SICILIA FILM COMMISSIONIL E CON CONTRIBUTO MIC - DG CINEMA E AUDIOVISIVO.

- IL PRIMO FILM DIRETTO DA PAOLO TAVIANI SENZA IL FRATELLO VITTORIO.

- PREMIO FIPRESCI AL 72. FESTIVAL BERLINO (2022).

CRITICA

"(...) un film inaspettato, per certi versi «difficile», perché la riflessione e la messa in discussione del proprio cinema vuole fare i conti anche con l' idea della morte. O meglio ancora: col senso di quella mancanza che la morte porta irrimediabilmente con sé. Ecco allora che con uno stile insolitamente geometrico, ai limiti dell' estetizzante (che sceglie di stridere con il repertorio delle immagini iniziali neorealistiche), il film racconta con esibita libertà l' odissea delle ceneri di Pirandello, che impiegarono 15 anni a essere sepolte «nella rozza pietra» secondo le volontà dello scrittore. Una specie di riflessione per interposta metafora sulla difficoltà di «seppellire», di mettere sotto terra una persona e la sua memoria. E che si colora (letteralmente, dopo l' inizio in bianco e nero) di un' ulteriore riflessione sull' insensatezza delle azioni umani dando forma all' ultima novella di Pirandello, 'Il chiodo' , storia di un delitto senza spiegazione. Come appunto è senza spiegazione la morte."(Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 16 febbraio 2022)

"Complesso, visionario, metafisico e imprevedibile, Leonora Addio è, dopo Kaos del 1984 e Tu ridi del 1998, il terzo adattamento/omaggio a Pirandello di Taviani, ma è anche quello più compenetrato dal senso "pirandellesco" della vita che sfugge alla ragione per sostanziarsi di misteri buffi, tempi morti, personaggi teneri e folli." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 16 febbraio 2022)

"Il viaggio compiuto dai miseri resti (...) è raccontato in sintonia con l'ironia pirandelliana, ricco com'è di episodi curiosi e di situazioni impreviste. Per l' esattezza dei particolari, per il tagliente bianco e nero, che amalgama il presente della ricostruzione con inserti di cinema d'autore (Paisà, Estate violenta, Il bandito), il film si fa addirittura brillante metafora dell' epoca ('36 -'51) che corre tra la prima e la seconda sepoltura. Invero a colpire, a mo' di solida cornice, è tuttavia l' inevitabile riflessione sulla morte, sull'esile consistenza dell'eredità artistica, sulla futilità del successo, partecipata attraverso le parole di Pirandello, meravigliosamente scandite da Roberto Herlitzka, e illustrata dalla sequenza della veglia preaogonica in cui sembrano sedimentarsi reminiscenze bergmaniane e scespiriane.(...) Leonora Addio senza enfasi o tedio ci regala una lezione di vita come conviene alla saggezza consumata nel tempo. La straordinaria alchimia fraterna sembra non essere intaccata. Invece, a sorpresa, si coglie nelle immagini del film di Paolo Taviani un' intensità emotiva inusitata (...)" (Andrea Marini, 'Il Giorno', 16 febbraio 2022)

"La vicenda per Taviani si fa però pretesto per ripercorrere una storia italiana novecentesca (con uno sguardo al presente) attraverso i luoghi dell' immaginario, un terreno sul quale la leggenda delle ceneri rivela la trama di una società italiana tra la guerra e il dopo. Il treno che porta la cassa con l' urna e il suo accompagnatore da Roma alla Sicilia, è quasi un teatro di quella società fuori dal tempo, un paese analfabeta, impoverito, pieno di superstizioni, miseria, ignoranza e anche di una bellezza destinata a schiantarsi in quella futura ricostruzione. Il paese di De Gasperi e dell' America, del sud e del nord, della burocrazia e della poca limpidezza, dei calembour del dialetto e della comicità che si farà commedia nazionale. (...) Quasi che Taviani nella leggenda delle ceneri pirandelliane metta in gioco se stesso, i fili del passato, la sua fiducia nel cinema, nell'arte come spazio in cui confrontarsi col mondo. Interrogando al tempo stesso la figura dell' artista, e il suo stesso «mestiere», la creazione che permette tutto, pure il mistero di un delitto inspiegabile. Lo stesso mistero di quelle ceneri, e delle storie che ancora possono alimentare." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 16 febbraio 2022)

"Apparentemente frammentario, il racconto procede coerente sul filo di un immaginario che, mescolando materiali d'archivio e di fiction, stratifica al filtro del magnifico commento musicale di Piovani memoria storica e citazione cinematografica. Il tutto in puro stile Taviani, ovvero innestando il neorealismo di uno straniato registro brechtiano e rileggendo i classici in chiave di austera essenzialità. Basta vedere in che modo Paolo personalizza Il chiodo, conferendogli quella nota dostoevskiana, che abbiamo sempre pensato appartenere a lui piuttosto che a Vittorio." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 16 febbraio 2022)
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy