Leoni per agnelli

Lions for Lambs

USA - 2007
Leoni per agnelli
Arian ed Ernst, due studenti della West Coast University, hanno deciso di seguire il consiglio del professor Malley e cercano di compiere nella loro vita qualcosa di importante e si arruolano per andare a combattere in Afghanistan. Malley è orgoglioso della scelta fatta dai due ragazzi ma al contempo vive una profonda crisi morale perché si sente responsabile di aver messo in pericolo la loro vita. Mentre Arian ed Ernest lottano per sopravvivere e Malley si adopera per aiutare uno studente ribelle a trovare la sua strada, a Washington il senatore Jasper Irving sta per fare scottanti rivelazioni ad una giornalista Tv.
  • Altri titoli:
    Lions et agneaux
    Leones por Corderos
    Von Löwen und Lämmern
  • Durata: 95'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: PANAVISION, 35 MM (1:2.35)
  • Produzione: MATTHEW MICHAEL CARNAHAN, ROBERT REDFORD, TRACY FALCO, ANDREW HAUPTMAN PER UNITED ARTISTS, ANDELL ENTERTAINMENT E WILDWOOD ENTERPRISES
  • Distribuzione: 20TH CENTURY FOX ITALIA, DVD: 20TH CENTURY FOX HOME ENTERTAINMENT
  • Data uscita 21 Dicembre 2007

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
Leoni per agnelli, triste traduzione letterale di Lions for Lambs, è il nuovo film diretto da Robert Redford, fuori concorso alla Festa di Roma. A Redford vorremmo subito chiedere se l'avrebbe selezionato per il suo Sundance: noi crediamo di no... Tre i fronti della storia ("s" minuscola, per carità): ufficio del Congresso, l'ambizioso senatore Tom Cruise si fa intervistare dalla giornalista televisiva Meryl Streep, oggetto il cambiamento di strategia dellle forze Usa in Afghanistan; West Coast University, incontro-scontro tra il professor Robert Redford e l'allievo prodigio, ma stronzetto Andrew Garfield; Afghanistan, due ex-studenti di Redford, il nero Derek Luke e l'ispanico Michael Pena, ora forze speciali Usa, dimostrano sul campo di battaglia l'eufemistica perfettibilità del piano elaborato dal senatore Cruise.
Girato per due terzi in interni, e per un terzo nella Simi Valley californiana, realisticamente costato due lire (valuta hollywoodiana), Leoni per agnelli rappresenta l'ultimo approdo del liberalismo statunitense su grande schermo. Traghettatore d'eccezione è Robert Redford, curriculum di stretta osservanza liberal, che si piglia la responsabilità di indicare al suo Paese quale rotta geopolitica debba, ovvero non debba, seguire, con un occhio di riguardo a Iraq e Afghanistan. Pregevole sforzo, ma - diceva qualcuno - se vuoi mandare un messaggio invia un telegramma, non usare il cinema.
Che fa Redford? Prende attori simili, molto, ai propri personaggi: l'ex-Top Gun Cruise - alla sua prova migliore degli ultimi anni - a fare il gallo del pollaio Repubblicano, sorriso di ceramica e mood da fascinoso (sic!) imbonitore; la pasionaria Streep - brava senza sforzo - a stanare la vera notizia, con i prevedibili risvolti etici e deontologici del caso; i non wasp Luke e Pena (Mr. 9/11 del grande schermo) Oltreoceano a far da carne scelta da macello; e poi se stesso, professore liberal disilluso, impegnato a discettare di tutto e di più con il simulacro odierno del combattente (e cazzaro...) che fu.
Nonostante la regia da film-tv, il primo duetto funziona, complici gli attori, e la parziale conguenza di situazione e dialoghi; il secondo, en plein air, sconta drasticamente la funzione didascalica e l'esibita povertà; il terzo fa precipitare leoni e agnelli nel baratro dell'inconcludenza. Innanzitutto, inverosimili sono tempi, modi e durata dell'incontro tra professore e studente: va bene, che l'università italiana fa schifo, e che a Berkeley si pagano 30mila euro di retta, ma qual è il professore che ricorda per filo e per segno - letteralmente - un allievo e lo riceve alle 7 del mattino come se fosse il rettore dell'ateneo? Secondo, il dialogo tra i due raggiunge vertici deliranti, mettendo nel calderone il melting pot stelle & strisce, portandolo a ebollizione e sublimando per lo spettatore pillole di saggezza socio-politico-ideologico-filosofica del genere: l'esercito è l'unica forma di eguaglianza possibile, indi neri e ispanici si arruolano; il nero e l'ispanico erano bravi, ma con sforzo, viceversa lo studentello bianco è potenzialità assoluta; non rimandare a domani, quello che puoi fare oggi... 
Ci fermiamo qui, in ossequio al Redford che fu. Noi ce lo ricordiamo bene, lui un po' meno, e nel finale induce Luke e Pena a scimmiottare Butch Cassidy. Tanto fervore (liberal) per nulla.

NOTE

- PRODUTTORI ESECUTIVI: TOM CRUISE E PAULA WAGNER.

- PRESENTATO FUORI CONCORSO ALLA II^ EDIZIONE DI 'CINEMA. FESTA INTERNAZIONALE DI ROMA' NELLA SEZIONE 'CINEMA 2007'.

CRITICA

"Sarebbe piaciuto a Mankiewicz questo film, per l'importanza che attribuisce alla parola, alla dialettica e alla retorica: il regista di 'Eva contro Eva', 'Giulio Cesare' e 'Masquerade' avrebbe saputo apprezzare quella che era stata la sua qualità principale, un cinema fatto di idee, recitazione e poco altro. Ma ricchissimo d'intelligenza e lucidità. (...) Il film, sceneggiato da Matthew Carnahan, e tutto costruito intorno a questi due teatrini della persuasione, dove l'abilità retorica del senatore cerca di smantellare la scettica razionalità della giornalista, mentre l'impegno del professore si sforza di fare breccia nelle posizioni rinunciatarie del suo studente. Redford non risparmia critiche né alle scelte troppo remissive della stampa né a quelle qualunquiste dello studente e sembra avere ammirazione solo per il coraggio e la coerenza dei due ex allievi arruolatisi, disposti al sacrificio estremo della vita. E' il pegno che paga alla retorica dell'eroe insita nella cultura americana ma anche il mezzo per ricordare che quella retorica ha origini classiste e ragioni politiche." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 24 ottobre 2007)

"Niente di nuovo, ma chissà che il film non possa ugualmente aiutare a riflettere. Verboso, declamatorio,
'Leoni per agnelli' appartiene al cinema di parola e consta di tre dialoghi che si svolgono in luoghi diversi nello stesso giorno: un'intervista di Meryl Streep al senatore Cruise a Washington; uno scambio tra due amici, nero e messicano, agonizzanti in Afghanistan; una conversazione tra il professor Redford e uno studente della Università californiana a suo tempo frequentata dai due amici ormai morti, sull'indifferenza e l'impegno. Le star protagoniste danno un contributo essenziale: ma la troupe, in nome della serietà dei temi del film, ha rifiutato di partecipare a qualsiasi festa della Festa romana." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 24 ottobre 2007)

"La misurata polemica è efficace spettacolarmente solo quando battibeccano cortesemente Cruise e la Streep. (...) Non abituati a ragionare secondo diversi fusi orari, come fanno gli americani, gli italiani stenteranno a capire che le continue inquadrature degli orologi devono far capire che gli episodi sono sincroni. In fondo è la trovata migliore del film. La Streep è al secondo film alla Festa: nel primo, 'Rendition', era la gelida funzionaria della Cia, con la stessa magnifica disinvoltura. Proprio alla Festa, la Loren ha detto d'odiarla. Invece dovrebbe invidiarla." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 24 ottobre 2007)

"Che malinconia ritrovarsi l'icona-Redford nei panni e nei tratti stropicciati e cascanti di un logorroico cattedratico... Anche se si sapeva benissimo che il biondo compare di Paul Newman nei classici 'Butch Cassidy' e 'La stangata', nonché il divo sexy del cinema alternativo anni '70, è diventato a settantuno anni un vate della sinistra americana e l'instancabile boss dell'anti-hollywoodiano Sundance Institute, l'effetto tempo perduto finisce col destabilizzare in partenza 'Lions for Lambs' di cui è produttore, regista ed attore. (...) Purtroppo il film sbaglia totalmente l'impianto, restando sempre indeciso e irrisolto tra il tono teatrale delle ammiccanti battute politiche dell'episodio Cruise/Streep, l'imbarazzante predica del prof Redford e la claustrofobica routine dello scorcio guerresco: incanalati ciascuno nel suo ambito, i temi non trovano un ritmo, eseguono uno spartito sconnesso e, soprattutto, mancano l'attesa fusione finale in senso sia drammaturgico che emotivo. Probabilmente il copione aveva inserito chiavi psicologiche già usurate: il turgido senso del potere che elettrizza il senatore, l'idealismo piagnucoloso del docente in pantaloni di velluto e camicia botton-down, la spacconeria dei due giovani prima emarginati dalla società e poi mandati al macello dalle manovre di Washington e dall'incapacità dei comandanti. Ma certo RR doveva impegnarsi di più, in primo luogo perché il cinema non può accontentarsi delle didascalie e in secondo perché vogliamo sempre un gran bene all'eroe di 'Corvo rosso', 'Come eravamo', 'Il grande Gatsby' e 'I tre giorni del Condor'." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 24 ottobre 2007)

"Con attori meno dotati sarebbe un autogol, nobile ma verboso. Con questo cast, e con dialoghi tanto affilati, è un'americanissima prova di coraggio - e di ottimismo della volontà. Mentre l'Occidente sprofonda nell'ironia, nel disincanto, nelle dietrologie, Redford ci ricorda che siamo tutti sulla stessa barca e ognuno deve fare il suo dovere. meglio: essere se stesso fino in fondo. Anche se sono gli altri a morire, magari per una causa sbagliata. Facile respingere il messaggio al mittente con sufficienza, parlare di retorica, dire la guerra l'hanno volutagli Usa, non ci riguarda. Ma sarebbe più onesto riconoscere che stavolta Redford parla a tutti noi." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 24 ottobre 2007)

"Questo è il film. Semplice. Recitato da attori 'forza della natura', di ogni genere e età (siano essi tenori, baritoni, soprano, stonati o controtenori). Il vero misterioso oggetto invisibile ripreso dal bel film è l'inconscio collettivo, lo stesso che poi fa votare la sinistra, soprattutto estrema, anche in Italia per Berlusconi o Cofferati, in nome dei nostri interessi materiali che, ci spiega Redford, sono in questo modo assai malamente tutelati. Fantasia e impegno al potere, invece, come nel '68. In California, l'estate scorsa, mi hanno raccontato, una storia simile a 'Lions and Lambs'. Impegnati e politicizzati quanto altri mai (sono ragazzi della Santa Cruz University), hanno scoperto che alcuni di loro avevano staccato la spina delle discussioni interminabili davanti a 10 birre e, marines, erano partiti. A fare 'i leoni' ma comandati e imbrogliati, come sempre avviene, fin dalla prima guerra mondiale, da quegli agnelli di generali. Clinton, svela 'Rendition', progettò sequestri clandestini di terroristi pericolosi da smistare in segreto. Vero. Dopo Mogadiscio ... Che
Bush jr. abbia applicato quelle regole per salvare terroristi dalla furia devastante, di Arian, Ernest e Todd, non ce lo aveva però finora raccontato nessun film. Usa." (Roberto Silvestri, 'Il Manifesto', 24 ottobre 2007)

"Il passo di 'Lions for Lambs' è quello solito di Redford, forse leggermente più didascalico. Spettacolo messo al servizio di qualche convinzione. Niente di radicale, niente di rivoluzionario, ma sincero e onesto sì." (Roberta Ronconi, 'Liberazione', 24 ottobre 2007)

"Questo discreto prodotto - a basso costo, va riconosciuto - del rispettabilissimo impegno liberal, riesce a essere in una botta sola moralista, con la giornalista e il politico, sia didattico, con Robert Redford e il suo allievo, e anche vagamente retorico, nella resistenza epica e sprezzante della morte dei militari americani circondati dai talebani." (Luca Mastrantonio, 'Il Riformista', 24 ottobre 2007) "Due parti del film su tre consistono di lunghi dialoghi fra personaggi seduti a una scrivania. ' Leoni per agnelli' (titolo che allude a una battuta di Redford: i soldati inglesi della prima guerra mondiale erano leoni comandati da generali imbelli come pecore) va preso per quello che e una critica alla Casa Bianca, e un'amara riflessione della parte
'democratica' del paese su ciò che Bush ha fatto all'America. Quando Redford incita l'allievo all'impegno, sembra Kennedy quando disse: 'Non domandatevi cosa il vostro paese può fare per voi, ma cosa voi potete fare per il vostro paese'. L'idealismo kennedyano si scontra con il modernissimo cinismo del senatore Tom Cruise, il personaggio più sinistro e indimenticabile del film. Alla fine il messaggio è noi democratici siamo
brave persone e amiamo l'America, ma Bush ci ha rotto il giocattolo e dobbiamo far qualcosa per aggiustarlo. Lodevole e condivisibile: ma bastava la conferenza stampa, non serviva anche il film." (Alberto Crespi,
'L'Unità', 24 ottobre 2007)

"Non sappiamo come dirvelo, ma qualcuno lo deve pur fare. Robert Redford si tinge i capelli (sfumatura tra Biscardi e la Brambilla). Ma come, il film manda un messaggio e noi indugiamo in dettagli da sciampista? Per forza, sennò dovremmo dire che la fotografia è un gradino sotto il professionale, e purtroppo lo è anche la recitazione di Meryl Streep, giornalista costretta a un botta e risposta di quasi mezz'ora con il senatore repubblicano Tom Cruise. 'Voglio dichiarare guerra a chi fa la guerra', spiega il regista. E aggiunge: 'Sappiano i giovani che ribellarsi è giusto'." (Maria Rosa Mancuso, 'Il Foglio', 24 ottobre 2007)
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