Lei

Her

USA - 2013
4/5
Lei
Los Angeles, in un futuro non troppo lontano. Theodore è un uomo sensibile e complesso che si guadagna da vivere scrivendo lettere personali e toccanti per conto di altri. Depresso per la fine del suo matrimonio, Theodore scopre la possibilità di una nuova relazione amorosa grazie all'"incontro" con Samantha, un nuovo e sofisticato sistema operativo progettato per soddisfare ogni sua esigenza e che promette di essere uno strumento unico, intuitivo e ad altissime prestazioni. Sofisticatissimo esempio di intelligenza artificiale, Samantha è affettuosa e empatica e ben presto rivela anche una certa indipendenza di giudizio, uno spiccato senso dell'umorismo, la capacità di andare al nocciolo dei problemi e una gamma sempre più complessa di emozioni. Dal momento in cui inizia a esistere, Samantha progredisce rapidamente, di pari passo col suo rapporto con Theodore. Da sua assistente, si trasformerà gradualmente in amica fidata, confidente e - alla fine - in qualcosa di molto più profondo...
  • Durata: 126'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA
  • Specifiche tecniche: ARRI ALEXA M/ARRI ALEXA STUDIO, ARRIRAW
  • Produzione: SPIKE JONZE, MEGAN ELLISON, VINCENT LANDAY, DANIEL LUPI PER ANNAPURNA PICTURES
  • Distribuzione: BIM (2014)
  • Data uscita 13 Marzo 2014

TRAILER

RECENSIONE

di Valerio Sammarco
Los Angeles, un futuro imprecisato ma non così lontano.
Belleletterescritteamano.com: Theodore scrive missive per conto di altre persone. È il suo lavoro. Profondo e complesso, l'uomo non riesce a liberarsi dal ricordo della sua precedente relazione. La città è enorme, nulla è fuori posto. Ma Theodore è solo. E anche per questo si interessa ad un nuovo sistema operativo dotato di una raffinata intelligenza artificiale: un'entità unica e intuitiva. Appena installato l'OS1, Theodore entra in contatto con “Samantha”, voce femminile dotata di senso dell'umorismo e perspicace in modo inaspettato. L'amicizia tra i due è immediata e man mano che le esigenze e i desideri di lei crescono, parallelamente cresce un vero e proprio rapporto d'amore con Theodore.
Her (che sarebbe stato bene non “tradurre” in italiano) muove i suoi passi da lontano: la letteratura e il cinema hanno spesso ragionato sulle possibilità di una perdita di controllo da parte dell'uomo nei confronti delle sue stesse creazioni. Per non parlare della questione relativa al “sentire” delle intelligenze artificiali. Spike Jonze (Oscar per la sceneggiatura originale) parte da lì, affrontando il discorso in maniera nuova: fantascienza e filosofia, fisica e bioetica si mischiano, ma quello che davvero interessa lo sceneggiatore e regista statunitense è l'aspetto umano dell'amore, una “follia socialmente accettabile” come la definisce la migliore amica del protagonista, interpretata da Amy Adams.
“Follia socialmente accettabile” da una società di asociali: asettica e spettrale, L.A. è sì popolatissima ma da persone che sui marciapiedi, in metro, al mare parlano da sole. Quantomeno in apparenza, perché dall'altra parte c'è OS1. Nel caso specifico, “Samantha”, a cui dà voce Scarlett Johansson (Micaela Ramazzotti da noi…): da assistente ad amica fidata, da confidente a complice, la “voce” finisce per diventare qualcosa di più, molto di più.
Ride e soffre Samantha, perché sa che la sua crescita intellettuale/emotiva, pur espandendosi all'infinito, non potrà mai farsi materia, corpo. Tenta anche la via di assurdi escamotage, ma ci sono aspetti, terribilmente umani, che nessun surrogato potrà mai risolvere. Theodore è innamorato davvero, però. E anche “socialmente”, la sua relazione viene accettata senza problemi.
“Non sapeva come gestirmi e adesso è innamorato del suo laptop”, dice l'ex moglie Rooney Mara: dove finisce l'amore e dove inizia la comodità di un rapporto che, sulla carta, si può vivere nel modo e nei tempi a noi più congeniali? Ma soprattutto, è possibile riconquistare la nostra umanità grazie alla tecnologia? Spike Jonze ci risponde con un altro paio di sorprese, intervallate dalla splendida The Moon Song di Karen O. Come fare per smettere di sorprenderci di fronte a Joaquin Phoenix, invece, non lo scopriremo mai: Her ci ricorda anche questo.

NOTE

- VOCI DELLA VERSIONE ORIGINALE: BILL HADER (AMICO IN CHAT), KRISTEN WIIG (SEXYKITTEN), SPIKE JONZE (ALIENO, ACCREDITATO COME ADAM SPIEGEL).

- NELLA VERSIONE ITALIANA LA VOCE DI "SAMANTHA" È DI MICAELA RAMAZZOTTI.

- PREMIO PER LA MIGLIORE INTERPRETAZIONE FEMMINILE A SCARLETT JOHANSSON ALLA VIII EDIZIONE DEL FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA (2013).

- GOLDEN GLOBE 2014 PER LA MIGLIOR SCENEGGIATURA. ERA CANDIDATO ANCHE PER: MIGLIOR FILM (CATEGORIA MUSICAL/COMMEDIA) E ATTORE PROTAGONISTA (JOAQUIN PHOENIX).

- OSCAR 2014 PER LA MIGLIOR SCENEGGIATURA NON ORIGINALE. ERA CANDIDATO ANCHE PER: MIGLIOR FILM, SCENOGRAFIA, COLONNA SONORA E CANZONE ORIGINALE ("THE MOON SONG").

CRITICA

"'Lei', nuovo film di Spike Jonze, un Oscar per la sceneggiatura originale (di Jonze stesso), 5 nomination, racconta una storia d'amore di un futuro vicino, tra un uomo fragile e un oggetto più maneggevole di una donna vera: qui un OS, in altri film del passato anche bambole gonfiabili, cloni, replicanti, creature del computer, mentre nella realtà di oggi dilagano gli amori tra persone vere che basta un clic per liberarsene. Theodore sta subendo un doloroso divorzio imposto dalla moglie (...) Internet gli fa conoscere l'OS Samantha, che con la sua intelligenza, artificiale eppure umanissima, invade il gelo della sua vita dominata dalla depressione e dal vuoto. La voce seduttrice in lingua originale è quella di Scarlett Johansson, miglior attrice (fantasma) al Festival di Roma, nella versione italiana è quella di Micaela Ramazzotti, brava quanto la diva americana, e allo spettatore giova ricordare quanto le due cineinvisibili, nella realtà siano belle. Basta un auricolare e uno smartphone che spunta dal taschino della camicia e Theodore non è più solo ma in due, ovunque. (...) Sulla faccia melanconica e inquieta di Joaquin Phoenix passano tutte le emozioni perdute e ritrovate, la gioia, la speranze, le lacrime, la paura. Ma si riflettono anche i sentimenti di quella magica voce che tenterà persino di farsi inutilmente corpo attraverso una surrogata non all'altezza di ciò che Samantha è diventata nell'immaginazione di Theodore. E qui si può filosofeggiare come si vuole: il virtuale sta sostituendo il reale? Il corpo sta diventando un ingombro non solo difficile da gestire, ma anche soggetto a invecchiamento? Solo gli uomini preferiscono un OS femmina alle donne vere, o anche le donne vere preferirebbero un OS con la voce di George Clooney, al loro magari ombroso compagno di vita? Gli OS maschi potrebbero simpaticamente sostituire quel tipo di umano che tende a buttare dalle scale la sua signora? E quanto agli eventuali patti di convivenza, sarebbero riconosciuti anche quelli tra voce maschile e maschio reale, eventualmente tra due OS dello stesso sesso? E chi farà i bambini, ammesso che siano necessari? 'Lei' si svolge in un futuro molto vicino, almeno per quel che riguarda il veloce, feroce progresso disumanamente tecnologico, in cui sistemi operativi efficienti come Samantha possono collegarsi con 8316 persone e innamorarsi di 641. Ma per il resto, una meraviglia. Il 2019 di 'Blade Runner' (fra 5 anni!) pigiato di replicanti sporchi e cattivi postatomici, mentre la fantascienza di Jonze è come una fiaba di universale benessere, in una Los Angeles fusa al computer con Shanghai e Pudong, una mega città di stupefacenti grattacieli di vetro immersi in colori rosati e dorati, dalle strade pulite e prive di automobili; altro che crisi e disoccupazione, tutti lavorano e vivono in ben arredati appartamenti di gran design, tutti sono alla moda e apparentemente felici. Certo in preda alla solitudine e prigionieri dell'elettronica. Ma non è detto che sia peggio del presente caos." (Natalia Aspesi, 'la Repubblica', 10 marzo 2014)

"C'era una volta uno scultore di nome Pigmalione, che modellò una statua così incredibilmente bella da innamorarsene. Tanto da implorare Afrodite di dare vita a quella creatura inanimata per poterla sposare. La storia, resa immortale dalle 'Metamorfosi' di Ovidio, la conosciamo tutti, anche grazie alla rielaborazione di George Bernard Shaw. Ma oggi le cose vanno diversamente. In tempi di realtà virtuale e intelligenza artificiale, il mito dell'incontro con una bellezza così perfetta da sfiorare la divinità e dunque il mistero, l'alterità più assoluta, si è ribaltato nel suo opposto. Il massimo dello stupore, e della seduzione, non deriva più dalla differenza, ma dall'identità. E dalla performance. L'essere ideale, in altre parole, non è più così immensamente diverso da noi da soggiogarci, ma così incredibilmente vicino da conquistarci proprio perché interpreta i nostri desideri più segreti meglio e soprattutto prima di noi. Insomma è una nostra emanazione. Un riflesso - arricchito - della nostra personalità, capace di ammaliarci rielaborando in forma imprevedibile tutto ciò che è già dentro di noi. Messa così la prospettiva è abbastanza spaventosa, tanto che vedendo 'Her', in italiano 'Lei', si finisce per pensare che la fiaba geniale di Spike Jonze abbia a che vedere col mito di Narciso più che con quello di Pigmalione. O con i meccanismi del transfert, che portano il paziente in analisi a provare qualcosa di molto simile all'amore per il suo analista. Ma la grandezza di 'Lei', ciò che lo rende così chiaro e riconoscibile, è la sua capacità di condensare tutto questo in una realtà molto quotidiana. La storia d'amore tra Theodore (un Joaquin Phoenix al di là di ogni elogio) e quella voce femminile che si autobattezza Samantha (nel doppiaggio, Micaela Ramazzotti), è perfetta proprio perché Samantha non esiste. O almeno non ha un corpo. (...) Il tutto in un vicino ma vago futuro pervaso di leggerezza e umorismo. Addio scenari da incubo di tante cine-utopie. Nella Los Angeles supercool di Jonze tutto è tenue, colorato, amichevole - e un po' vano. La vera vita resiste da qualche parte, ma sfugge tra le dita di questa umanità disumanizzata dalle sue stesse conquiste. Nessuno va più in auto. Nessuno alza la voce. Nessuno è davvero felice, forse. Ma ha mille mezzi - informatici - a disposizione per provarci. Non è fantascienza, è il nostro presente, o una sua versione appena esagerata. Dunque ancora più chiara. E illuminante." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 11 marzo 2014)

"Spike Jonze, sempre con tanta voglia di stupire ('Essere John Malkovich') offre un film intelligente e monocorde nella forma; nella sostanza presenta il conto di problemi attualissimi, anticipati dalla sensualità al computer del 'Don Jon'. Il dilemma è: comanda il cuore o la parola? La voce sexy è come il messaggio del politico, sotto non c'è nulla, ma resiste il bisogno romantico d'amore e la sensazione del mutare: lo dice Samantha, come Bergson, che ogni secondo cambiamo. E se lei, che guarda il mondo, è puro verbo non sarà per caso spiritualismo, bisogno di oltre, Voce cui si addice la maiuscola? Se il film stesso fosse l'oggetto «inesistente» del nostro amore? Temi irrisolti, innamorarsi di quel che non esiste, che Joaquin Phoenix col suo bel volto malinconico porta a domicilio nella coscienza e che anni fa aveva intuito Marco Ferreri quando spinse Christopher Lambert a prendersi una cotta per un portachiavi in 'I Love You'. Perciò Jonze consegna un pamphlet delicato sull'assenza che ci riguarda non domani ma da oggi, immersi come siamo nella vita della Rete fintamente collettiva. La voce che era di Scarlett Johansson premiata a Roma, è ora di Micaela Ramazzotti, un'attrice bravissima che immaginiamo con gran piacere, mentre la citazione del riprendere persone che dormono, entrare nel sonno e nel sogno, viene non da 'Inception' ma dal '68 pop di Warhol." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 13 marzo 2014)

"Può un film di fantascienza essere una storia d'amore, la più innovativa, struggente e liquida degli ultimi anni? Può un film darsi del 'Lei' ('Her') e, insieme, dare del tu alle gioie e dolori del nostro (soprav)vivere 2.0? Può un film, insomma, renderci partecipi e appassionati della relazione amorosa tra un uomo e un sistema operativo, che è solo voce in uscita dal pc o dallo smartphone? Può, a patto che a scriverlo e dirigerlo sia Spike Jonze, a interpretarlo Joaquin Phoenix e - nella versione originale - Scarlett Johansson, che con quell'ugola può tutto (migliore attrice al Festival di Roma). 'Her' ha vinto l'Oscar per la migliore sceneggiatura originale, soprattutto, 'Her' ha l'intenzione, l'ambizione e la capacità di riadattare il celebre memento di Marshall McLuhan, 'il medium è il messaggio': non che sia tramontato, basti compulsare Twitter e Facebook, ma il genietto Spike ha l'ardire di guardare non solo all'oggi (il futuro realizzato di McLuhan), ma al domani, meglio, il di qui a qualche ora. Ebbene, ci dice 'Her', 'il medium è il destinatario'. (...) Tutti parlano da soli, con nessuno, eccetto l'OS1, e non che Theodore non provi a invertire la rotta: appuntamento al buio con Olivia Wilde, che proprio da buttare non è, ma non va. C'è solo Samantha, ma fino a quando? Altri interrogativi sono meno diegetici, ma più ficcanti: chi conferma la liceità di una relazione virtuale, basta la convalida sociale, come nel caso di Theodore? Ancora, questi avveniristici 'compagni di vita' sono una mera protesi del nostro Ego, ci possiamo fare l'amore o ci masturbiamo solo? E, infine, esiste una vita vissuta e una digitalmente esperita o coincidono? Quesiti da stroncare Bauman, da ridurre ad archeologia sentimentale i barthesiani 'Frammenti amorosi', da gettare sul nostro immediato futuro ombre in codice binario: mentre gli Arcade Fire suonano, Spike Jonze canta un umanissimo e umanista 'De profundis' all'amare come l'abbiamo conosciuto e lo stiamo disconoscendo. Senza apologhi morali, senza accelerare sulla distopia, piuttosto, il regista entra nella mente dell'uomo e nel cuore della macchina e prova a eludere le differenze: chi amiamo quando ci innamoriamo del computer, la nostra proiezione, la nostra disperazione o davvero amiamo un altro da noi? Dannato Jonze, che con la sua camera unisce i puntini di quel che si sta formando nella società per prefigurarci quel che saremo a breve: merita tutti i nostri applausi e, se volete, esami di coscienza." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 13 marzo 2014)

"Sulla base di un'idea che potrebbe sembrare scontata vista l'esistenza di «Siri», Jonze intreccia un'incantevole commedia sentimentale e una riflessione non banale sull'essenza di noi stessi. Grazie al rapporto con Theodore, Samantha matura il desiderio di sensazioni fisiche. E noi spettatori lo vorremmo ma non possiamo fare a meno di chiederci se l'amore virtuale vissuto da Theodore non sia da considerarsi più che reale. Del resto, come dimostra il protagonista di 'Le notti bianche' di Dostoevskij, non è necessario ricorrere a Internet per privilegiare il sogno sulla vita: si tratta di un motivo connaturato, ed è per questo che 'Her' risulta una commedia così vera e toccante. Premio per la migliore sceneggiatura, è anche un film in ogni senso all'altezza dei magnifici cinque in gara per l'Oscar quest'anno: eccellenti regia, fotografia, scenografia, colonna sonora; disarmante, sommessa poetica l'interpretazione di Joaquin Phoenix; deliziosa l'amica del cuore Amy Adams; sexy e accattivante la «voce» Samantha, nell'originale Scarlett Johansson, e nella versione italiana Micaela Ramazzotti." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 13 marzo 2014)

"Spike Jonze mi aveva molto incuriosito con il primo film, 'Essere John Malkovich', non mi aveva invece del tutto convinto con i due successivi, 'Il ladro di orchidee' e 'Nel paese delle creature selvagge'. Torna al contrario a interessarmi moltissimo con il film di oggi realizzato nelle cifre di un immaginario che della fantascienza accetta solo i picchi e gli spunto meno convenzionali. (...) Non è solo fantascienza, è una storia d'amore delicatissima premiata appena (...) con l'Oscar per la sceneggiatura, svolta, dallo stesso Jonze che l'ha scritta, in modo da riuscire a mantenere un clima di verosimiglianza in quel dialogare di un persona o in carne ed ossa con una semplice voce, lasciando che a poco a poco si propongano sia nell'uno sia nell'altra dei sentimenti d'amore. Trascorrendo abilmente dal virtuale al reale quando il protagonista si ritroverà di nuovo solo, pur tentando di far sapere alla moglie già pronta a divorziare non solo quanto l'abbia amata ma fino a che punto adesso sia pentito delle incomprensioni nei suoi confronti; augurandosi questa volta di non doversi scontrare con un'altra incomunicabilità. Una conclusione amara con cui comunque si sottintende che quell'amore virtuale non lo si è provato invano. Theodore è Joaquin Phoenix con una mimica prodiga di sfumature sottili e dolorose, a Samantha, nella versione originale, presta la voce Scarlett Johansson, in quella italiana, Micaela Ramazzotti. Entrambe con accenti caldi. Ricordo comunque a chi l'ha visto nell'80 il più modesto film di Sordi, 'Io e Caterina', anche lì con un robot-donna al centro della storia scritta con Rodolfo Sonego." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo - Roma', 13 marzo 2014)

"La visione di 'Lei' ('Her'), uno dei film candidati all'Oscar e quello che l'ha vinto per la migliore sceneggiatura, ha bisogno di un impegno forte, ma nient'affatto arcigno: lo spettatore può entrare negli scenari geometrici, minimalistici, affabili di una città avveniristica ma non troppo, i suoi colori tenui e i suoi design levigati, i suoi riti societari condotti da persone reali senza spessore, amichevoli senza passione, infelici senza dolore a condizione che scatti un transfert d'immedesimazione. 'Lei' ci destabilizza progressivamente, insomma, insinuando una sottile disperazione che non nasce in nome di vacue denunce antimoderniste, bensì in base al sospetto che i sentimenti primari non ci appartengano, ma risiedano in un misterioso altrove comune. Non solo il regista Spike Jonze, ma tutti in platea potrebbero infatti essere Theodore (un Phoenix al di sopra di qualsiasi lode), l'uomo che scrive lettere d'amore per gli altri, il confuso reduce di un matrimonio fallito, il pacato consumatore di gadget virtuali, il solitario non asociale che acquista l'evoluto sistema operativo OS1. La voce che lo assiste si chiama Samantha ed è in grado di pensare, interagire, apprendere, scherzare, ammaliare: è perfetta, ma non inventata perché lo conosce e lo 'sente' meglio di lui. (...) grazie all'impagabile tocco insieme struggente e satirico di Jonze, affiorano senza alcuna pretensione il quesito proustiano sull'amore come proiezione di se stessi, la nostalgia kubrickiana per ciò che siamo stati ed è destinato a permanere in qualche parte dell'universo, la percezione dell'ultimo Kurosawa della vita che sfugge nel momento esatto in cui la sogni o ricordi. Il viaggio di Theodore verso una panteistica disillusione non paventa l'alienazione tecnologica, ma ipotizza che persino attraverso modalità artificiali (come il cinema o la fiction) si possano esplorare i misteri del tempo, la memoria, il sesso e la cognizione dell'assenza e la morte. E la battuta che recita «l'innamoramento è una forma di pazzia socialmente accettabile» suggella al diapason, facendoci nel contempo capire che siamo di fronte a un capolavoro, la malinconia che attanaglia quando per aggiornarsi OS1 dovrà sprofondare in upload." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 13 marzo 2014)

"Ha vinto il Premio Oscar per la sceneggiatura, minimo sindacale per uno dei film più interessanti e accattivanti degli ultimi anni. Non una novità assoluta, ma tagliato con una prospettiva decisamente innovativa che ha una sua peculiarità di fondo: non sembra così surreale. Perché il futuro immaginato in 'Her' non appare così utopico, considerato come la Rete abbia cambiato radicalmente il nostro modo di interagire con il prossimo. Le mail hanno sostituito le telefonate, gli sms tolgono dall'imbarazzo di una chiamata di condoglianze, le notizie di amici e parenti si hanno in tempo reale con i social network. Appare così strano immaginarsi che, tra qualche anno, arriveremo ad un legame così profondo con il sistema operativo del nostro PC, da innamorarcene? E' quello che capita a Theodore (Joaquin Phoenix, bravissimo) che, di professione, scrive lettere per gli altri. Siamo, infatti, in un mondo dove l'incomunicabilità regna quasi sovrana tra gli uomini. (...) La rappresentazione che Jonze fa delle relazioni umane fa riflettere. Certo, si può obiettare che lo scenario è assurdo. Pensate, però, a come comunicava la nostra società, pochi decenni fa." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 13 marzo 2014)

"Piacerà a quelli che da anni apprezzano il geniaccio di Spike Jonze ('Essere John Malkovich') un raccontafavole che sembra spesso anticipare inquietanti realtà. Domanda a fine film: nel futuro ameremo solo le Samanthe?" (Giorgio Carbone, 'Libero', 13 marzo 2014)
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